Lamento per Gomorra

Andrea Tarabbia



Caro Roberto,

noi non ci conosciamo. In realtà io ti ho visto in alcune occasioni, e ti ho sentito parlare la prima volta qualche tempo prima dell’uscita del tuo libro e di tutto quello che ne è venuto: eri al convegno su Giornalismo e verità organizzato da Carla Benedetti al Teatro Aperto di Milano un giorno di gennaio in cui io avevo l’influenza e pioveva e Milano era triste. Credo fosse il 2004, e tu parlasti per un’ora dei sistemi di connivenza tra la stampa locale e nazionale e gli esponenti dei clan del napoletano e del casertano. Ci siamo stretti la mano, mi pare, o comunque ci siamo fatti un cenno d’intesa alla fine dei lavori perché i nostri sguardi si erano incrociati. Ma eravamo due persone che non si conoscono in mezzo a molta gente, niente di più.

Poi non ho più saputo niente di te fino a Gomorra. Che cos’hai fatto, dove hai vissuto, come l’hai scritto. Ti ho sentito parlare un paio di volte, e la mia fidanzata, tutta emozionata, recentemente si è fatta autografare da te la copia di Gomorra che le avevo regalato. Ora Laura ha due dediche sul tuo libro, la mia per il suo compleanno e la tua, e le nostre frasi e le firme si susseguono e creano un po’ di confusione quando lo si sfoglia. Ho poi un amico che di lavoro fa il ricercatore in sociologia qui a Milano, e che ti ha letto di recente. Ebbene, oggi, il giorno successivo al suo matrimonio, mi ha detto: "Gomorra è il primo vero libro di sociologia che ho avuto tra le mani. Di sociologia italiana: gli studi sociali ed etnografici in Italia sono fermi, nessuno osa fare una ricerca su quelli che sono i veri problemi e i veri territori che meriterebbero di essere studiati nel contesto nazionale. Nessuno tranne Saviano. Passiamo la vita a studiare la policy, il welfare, i sistemi di controllo, e non ci accorgiamo che la penna con cui mettiamo la firma è stata magari prodotta grazie all’attività di qualche clan." Dice che si aspetta ancora della "sociologia" da te, che gli piacerebbe che tu scrivessi un altro Gomorra, e che questo nuovo Gomorra gravitasse intorno al tema politico nel senso più stretto del termine: come vengono recuperati e proposti i candidati, come vengono controllati i flussi elettorali, come vengono –se vengono- pilotate le votazioni, le procedure di scrutinio, come vengono approntate le nomine nei consigli comunali, nelle giunte regionali, negli inaccessibili palazzi romani e così via. Dice che sarebbe una cosa in grado di far deflagare questo Paese umiliato e immobile, e che secondo lui soltanto tu possiedi la forza, la voce e i documenti per scriverlo. Possiedi la voce.

Per quanto riguarda me, invece, io non sono in grado di definire quello che scrivi: non so se Gomorra, o i tuoi articoli, siano qualcosa che ha apertamente a che fare con la sociologia oppure con la letteratura, oppure se siano soltanto dei brillanti reportage scritti da un incazzato che ha letto Pasolini. Non lo so e in tutta franchezza non mi interessa saperlo. Davvero, è un problema che non mi sono posto, ed è stata la prima volta in cui mi è successo di non farlo. L’unica cosa che ti posso dire è che quando ho sentito che rivendicavi per il tuo libro lo statuto di romanzo ho storto un po’ il naso. L’ho storto per il semplice fatto che quello che hai scritto non è un romanzo. Non lo è: non ne ha la struttura, i personaggi, lo sviluppo dell’intreccio. Non ne ha le scene e nemmeno il piglio, fatta eccezione per alcuni passaggi. Gomorra dimostra che hai il talento e la voce per scrivere un romanzo, ma finora non l’hai fatto, o perlomeno non l’hai pubblicato. Dunque, ho storto il naso; ma l’ho fatto soprattutto perché la tua mi è sembrata una rivendicazione pericolosa, sulla distanza addirittura rovinosa. Per te e per noi:
alcune settimane fa, in occasione dell’Officina Italia alla Palazzina Liberty di Milano, Alessandro Piperno -che era tra i partecipanti- ha dichiarato che l’attacco di Gomorra vale i migliori inizi di Balzac. Pochi giorni prima il "Corriere della Sera" aveva pubblicato nella prima della Cultura una tabellina che raggruppava gli scrittori "potenti", quelli che contano nella letteratura italiana di oggi: c’erano Scurati, Genna e qualcun altro in un gruppo, i "Cannibali" (Ammaniti, Nove, Scarpa e Montanari) nell’altro e Colombati, tu e Piperno nell’ultimo. Ho sicuramente dimenticato qualcuno, ma non è importante: un Paese che parla ancora di Scarpa, Ammaniti e Nove senza riuscire a svincolarli dalla sigla con cui uscirono a metà anni Novanta non si accorgerà certo delle mie mancanze.

Tu e Gomorra, per farla breve, siete stati anestetizzati dall’intelligencija nazionale: parlare di te e del tuo libro equivale oggi come oggi a parlare di qualsiasi altro autore di bestseller e di qualsiasi altro libro scritto bene e andato meglio. L’incipit di Gomorra vale davvero Balzac, e molte delle tue accensioni ("Io lo so e ho le prove"…) sono degne di Pasolini, ma il fatto che l’unica cosa che Piperno o chi per esso abbiano da dire sulle tue cose graviti intorno allo stile, o che tu venga con tutta naturalezza rubricato tra gli autori "impegnati" e "che contano", è la spia di un processo di depotenziamento della tua scrittura, delle cose che dici e che scrivi, ed è un gioco pericoloso e cieco: il Saviano engagé, incasellato in una tabellina, non serve né alla letteratura, né alla sociologia, né alla società italiana. Saviano serve se e solo se il suo potere destabilizzante viene fuori, viene recepito e diffuso.

Il tuo libro, di qualunque cosa si tratti, è e rimane una delle testimonianze più autorevoli e sconvolgenti non soltanto intorno al fenomeno della camorra, ma alla condizione del Paese. Gli italiani, invece, attraverso una serie incredibile di salti mortali, sono riusciti –stanno riuscendo- a farlo passare come qualcosa di normale, come un equivalente di tanti buoni libri e tante buone incazzature. Nell’Italia che mi ostino a immaginare, Gomorra sarebbe stato un caso nazionale ben più fastidioso di quello che è stato, avrebbe aperto la strada a una serie pressoché infinita di interrogazioni parlamentari, di dibattiti televisivi e sui quotidiani, di marce e manifestazioni. Avrebbe scosso il Paese fino al midollo, l’avrebbe costretto a interrogarsi sulla natura della propria economia e del proprio genius loci, sul proprio sistema di pensare e di essere. Invece, come al solito, qualcuno si è indignato, qualcun altro ha firmato quelle patetiche petizioni a tuo favore, qualcun altro ancora ha cominciato a riempirsi la bocca con la consapevolezza che tu ci regalavi; qualcuno ha anche detto, come al solito, che le cose che tu raccontavi sono sotto gli occhi di tutti, e che con un po’ di sforzo tutti possono vedere e sapere. Molti hanno finto di sentirsi un po’ napoletani, e ti hanno omaggiato di un’ammirazione che è figlia di quel sentimento paesano che porta a incensare chi fa qualcosa che nessuno ha o ha avuto il coraggio di fare; altri, ancora, si sono riempiti la bocca con le storie del porto di Napoli, con questa nuova e improvvisa comprensione di una situazione che, fino al giorno prima, sembrava destinata a rimanere sepolta.

Lo ripeto: l’unica parola che da un po’ di tempo a questa parte mi viene in mente quando penso a te e al tuo libro è narcosi. Da molti mesi a questa parte (e in questa cosa, perdonami, anche tu hai avuto un piccolo ruolo) ci si sta masturbando il cervello tentando di capire che genere di libro sia, o se tu abbia le potenzialità per trasformarti da grande narratore a grande romanziere. Alcune puntate de La squadra sono pedestremente modellate su alcuni capitoli di Gomorra, le tue invettive sono prese come lezioni di stile. Il centrosinistra campano prende le distanze da te sostenendo che "La Campania non è tutta come la descrive Saviano" e noi votiamo comunque centrosinistra. Ti stanno facendo diventare un profeta della forma, mentre Gomorra è un libro imperfetto, esagerato, il cui senso è da ricercare nella sostanza delle cose che dice, nella realtà che disvela, in quell’occhio straordinario che ci mostra, dalla sella di un motorino, l’agonia di un Paese che muore e che se funziona lo fa soltanto nell’ambito dell’illegalità, dell’omicidio, della lotta di potere.
Questo per me è Gomorra: un dito in culo al Paese dove è stato concepito. Il tuo libro avrebbe dovuto risbattere violentemente in prima pagina la questione meridionale, avrebbe dovuto mettere sotto i riflettori i perché della faccenda dello smaltimento dei rifiuti, o svelare i meccanismi delle gare d’appalto. Doveva essere un pugno, e invece lo è stato solo in parte: ricevutolo, molti sono stati male, poi hanno cominciato a reagire alla botta premiandoti, riempiendosi i polmoni con il suono del tuo nome, raccontandosi l’un l’altro delle micidiali cazzate e disquisendo sul tuo valore letterario –che è e rimane elevatissimo- e non sulla realtà tragica che ci avevi raccontato. Sei stato esorcizzato, "letterarizzato" ed esorcizzato.
Invece io come dicevo non ti conosco e mi chiedo: perché Gomorra non ha fatto cadere il governo, qualsiasi governo? Perché non ha spostato valanghe di voti? Perché pochi giorni fa la gente della Campania è dovuta di nuovo scendere in piazza contro il sistema di smaltimento dei rifiuti? Perché le vere piaghe nazionali continuano a sembrare le stragi del sabato sera, le canne e le franzoni e non quel sistema che ci regge, ci governa, ci fotte e ci uccide? Perché il tuo libro non viene fatto leggere nelle scuole? Perché non è oggetto di seminari nelle università? Perché i sindacati e le associazioni nazionali non hanno preso una posizione, non hanno organizzato niente? Perché invece di fare i Family Day non si fanno manifestazioni con i "tuoi" temi?
Perché?

Attraverso il tuo libro il Paese si è guardato dentro, non si è piaciuto, e non ha più voluto guardare. Ha dirottato l’attenzione sulle questioni a margine: ha cominciato a disinnescarti disquisendo su quanto tu fossi bravo. Ha continuato parlando di forme, di contorni. Ha scritto che tu hai "una volontà di stupire per cui molto spesso il vero viene arricchito e il vero e il verosimile si confondono" ("Corriere del Mezzogiorno"); attraverso personaggi come Baricco ha dichiarato che "Gomorra è un libro che difenderei in ogni circostanza, ma devo aggiungere che non mi riconosco in quel tipo di approccio letterario"; con Sanguineti ha sentenziato che nel tuo caso si tratta "(…) non tanto di una letteratura che torna al reale ma di una realtà che si fa racconto; ovvero di un piegarsi modaiolo al reale".

Insomma non ha voluto parlare del Sistema, della morte, dell’economia, della merda. Del resto, chi se ne frega se nessuno ha aumentato i controlli al porto di Napoli! L’importante è che questo attacco valga l’Eugénie Grandet!
Il Paese si è dimostrato un Paese di insabbiatori, di omertosi, di gente pavida e persa dietro alle stupidaggini, e la tua posizione –e con essa lo spirito della nazione che ne viene fuori- si è persa in un mare di parole inutili.
In sostanza: di Gomorra, che è il libro più venduto e più discusso dell’ultimo anno solare, semplicemente non si parla. Ci si è voltati dall’altra parte, Roberto. Tu hai fatto vedere e hai puntato il dito, tutti abbiamo guardato e la maggioranza si è poi voltata dall’altra parte. Sei stato reso una questione di grammatica. Se Gomorra fosse stato composto in terzine avremmo avuto migliaia di Terze pagine sulla storia dell’endecasillabo. E solo un paio su don Peppino.

Questo è un Paese devastato, dove non si riesce a fare più niente, Roberto. È diventato difficile e sfiancante fare qualsiasi cosa: tutto mi sembra sotto il controllo di un’economia che non c’è, che non si vede, e io faccio davvero fatica a trovarmi un posto. Voglio essere onesto, e mi incazzo quando vedo l’intellettuale o il barone di turno che gettano al vento una pagina o un’ora del mio tempo girando attorno alle questioni invece che centrarle. A me, ripeto, non me ne frega niente che tu abbia scritto un romanzo o un saggio. Mi frega di ciò che hai scritto e non come l’hai fatto. Che poi tu l’abbia fatto benissimo impreziosisce il tutto, ma per quanto mi riguarda non sposta la questione.








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 1 giugno 2007