La Parola e le parole

Teo Lorini



Paolo Ferigo, il presidente dell’Arcigay milanese, è stato malmenato da due aggressori all’uscita di una pizzeria. La scena è facile da immaginare: una tavolata di gay, due avventori che li prendono di mira per tutta la cena con battute ad alta voce, insulti, commenti beceri, nel silenzio – indifferente? imbarazzato? complice? – degli altri clienti e del gestore. Alla fine Ferigo interviene, chiede di abbassare i toni e inizia il pestaggio. Sembra la sequenza di un film di qualche decennio fa sulla provincia italiana. E invece è successa il 16 maggio, nel centro di Milano, una delle città d’Italia con la migliore reputazione di tolleranza verso i gay. I picchiatori sono stati identificati. Sono dipendenti pubblici, attualmente sospesi dall’impiego.

L’aggressione a Ferigo si iscrive in una serie di episodi che include le minacce di morte recapitate a Matteo Marliani, esponente dell’Arcigay pistoiese, le scritte su muri e vetrine della libreria Babele ("Froci a morte" e "Gay pedofili"), il suicidio di Matteo, un minorenne accusato di essere omosessuale dai suoi compagni di classe.

Viene da chiedersi quale debba essere la risposta degli intellettuali a queste situazioni. Appare evidente che essa non possa limitarsi a una pur doverosa espressione di solidarietà con le vittime o (come nel caso del suicidio procurato di Matteo) con chi resta a piangere una perdita.

Uno dei compiti dell’intellettuale, giusta la lezione pasoliniana, è di coordinare "fatti anche lontani", rimettendo insieme "i pezzi disorganizzati e frammentati di un intero coerente quadro". E come si fa a non iscrivere in tale disegno le parole con cui mons. Angelo Bagnasco lo scorso 30 marzo si è espresso contro le unioni di fatto citando nello stesso discorso l’incesto e la pedofilia? È vero: il presidente della Conferenza Episcopale ha operato vari doverosi distinguo, ma un uomo dotato di quella cultura, di quella finezza e di quel ruolo istituzionale, non può ignorare l’inevitabile semplificazione a cui la macchina mediatica avrebbe ridotto i suoi sofisticati pronunciamenti. Non può perché non è uno sprovveduto (ed è difficile pensare che Benedetto XVI avrebbe affidato a un successore meno che smaliziato la poltrona che fu di Camillo Ruini) e non può perché troppo recente è l’eco dell’analoga disavventura – ammesso che di disavventura si possa parlare – occorsa al Papa in occasione della sua lectio magistralis all’università di Regensburg.

A Bagnasco non può quindi sfuggire che il messaggio giunto alla stragrande maggioranza degli italiani dopo quel suo intervento scorso è quello di un’equiparazione ­– questa sì, abominevole e aberrante – fra omosessualità e pedofilia.

Che, pur fra mille sottigliezze, il pensiero delle gerarchie ecclesiastiche non sia lontano da simili pronunciamenti, è stato dimostrato da Giuseppe Betori, segretario CEI e collaboratore di mons. Bagnasco: lo stesso giorno in cui Ferigo veniva offeso e aggredito, Betori ha pronunciato a Gubbio un’infuocata omelia in cui, tra le altre cose, ha paragonato DICO, famiglie non tradizionali, gay e lesbiche e relativisti a barbari armati e decisi a "espugnare le nostre città, e a sovvertire il loro sereno ordinamento". Se è verosimile attendersi nuovi distinguo e rinnovate proteste di fraintendimento, lascia interdetti la scelta di una metafora tanto pregna di lugubri riflessi bellici.

Tornando invece al mandato degli intellettuali, bisogna annoverarvi anche il tentativo "di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace". Magari per pronunciarle queste verità sottaciute, da cui tutti si tengono alla larga. Per invocarle apertamente e lasciare "pur grattar dov’è la rogna" con quella voce che Dante ha definito "molesta".

Ecco. In tutti questi episodi, e nel quadro che essi vengono a comporre, c’è una parola che nessuno pronuncia volentieri. Forse è nella pia ed eterna speranza di abbassare i toni, più probabilmente per un calcolo strategico fatto, sia chiaro, sulla pelle degli altri. Ma per coloro che non hanno calcoli o speranze fra le proprie prerogative, pronunciare quella parola è un dovere.

Razzismo.

Si potrà parlare per giorni sulle famiglie naturali e quelle di fatto, sulle cosiddette "leggi di natura" che non contemplerebbero la tale inclinazione e il talaltro atteggiamento. Ma paragonare omosessualità e patologia, omosessualità e pedofilia è razzismo puro e semplice.

E chi lo fa, da un pulpito o dallo scranno di un parlamento, deve avere non solo l’onestà di ammetterlo ma anche la coscienza che degli atti che ne deriveranno – vandalismi, aggressioni, suicidi – egli porta la piena responsabilità.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 21 maggio 2007