L’occhio infuocato di Cartarescu

Carla Benedetti



Lunedì 14 maggio, ore 18.00, alla Libreria Libri & Caffè, via Pietro Maestri, 1, Milano - presentazione del romanzo di Mircea Cartarescu, Abbacinante. L’ala sinistra
intervengono Carla Benedetti, Bianca Valota Cavallotti, Bruno Mazzoni e l’autore.

Abbacinante, del rumeno Mircea Cartarescu, tradotto splendidamente da Bruno Mazzoni (Voland, pp. 375) è un romanzo di una tale densità di scrittura e di immaginazione da imprimersi profondamente nel tessuto cerebrale di chi legge.

Dalla prima all’ultima pagina un occhio infuocato brucia le superfici convenzionali del mondo, fino a farle diventare pelli translucide da cui traspare la "palude concreta del reale", con le cellule in formazione, i vapori, gli odori, le macchie di rosso. Così succede anche alla città di Bucarest, che l’io adolescente (una sorta di "soggetto intermediario" proustiano) guarda dalla tripla finestra della sua camera: "un impasto di carne, pietra, liquido cefalorachideo, animato da statue e ossessioni".

Nel libro ci sono molti sogni, anche uno attribuibile forse a una vita prenatale (il lungo racconto finale, che rasenta il fantasy). Eppure la sua visionarità ha poco a che fare con l’onirico, che è solo il duplicato speculare della realtà. Mentre qui è la concretezza bio-psichica della vita a rompere gli schemi con cui siamo abituati a vederla, facendo emergere anche quell’"immensa oscurità" in cui siamo gettati quando usciamo, come farfalle, fuori da uteri-bolla che scoppiano:

"avrei potuto nascere lombrico o acaro o pulce o addirittura batterio, sarei sprofondato nel fango del mio stagno, sarei andato avanti al ritmo dei movimenti peristaltici, avrei mosso le mie ciglia vibratili in una goccia d’acqua, avrei scavato con le mie mandibole canali in una crosta di formaggio putrefatta che sarebbe stata il mio universo per tutta la vita".

La cecità, richiamata dalla frase di San Paolo in exergo, torna nel racconto del fisioterapista cieco, ex agente della Securitate di Ceausescu, che massaggia il volto del ragazzo colpito da paralisi facciale. Ecco cosa può passare oggi attraverso quella zona che stupidamente viene chiamata "letteratura" (meglio chiamarla contagio, "comunione chimica" di pensieri, sofferenze e sogni, come suggerisce Antonio Moresco).

Il libro, prima parte di un più vasto romanzo, ha per titolo originale Orbitor, parola che compare in alcuni luoghi chiave del racconto, e significa "abbagliante". Nel testo è stato mantenuto e non si capisce perché cambiarlo in italiano.

(recesione pubblicata su "l’Espresso" n. 15 del 2007)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 12 maggio 2007