Derive e naufragi nella poesia di Ivano Ferrari

Irene Palladini



“Potevamo noi essere le nostre derive”
Ivano Ferrari, Rosso Epistassi

Wrecked and cast away: necessaria tautologia per una poesia, quella di Ivano Ferrari, che rileva, sin dagli esordi, “la funzione sociale della catastrofe” (La franca sostanza del degrado).

Ma, occorre chiarire, la sua produzione non può essere ricondotta al fortunato genere della shipwreck litterature, si pensi che la parola “naufragio” compare solo nell’interregno di Macello, quotidiana esibizione di un orrore tanto lucido quanto visionario. Con l’essenzialità epigrammatica che gli è propria, il poeta mantovano scrive: “L’innaturale naufraga/ nella pausa di mezzogiorno” (Macello). E si ha l’impressione, osservando il pavimento pulito con asettica indifferenza, che l’innaturalezza sia davvero travolta dall’eruzione di una materia tanto infedele quanto potente, come l’imagerie fluida e vischiosa di Rosso Epistassi.

Si potrebbe al limite postulare che il naufragio produca, qui come altrove, una necessaria agnizione, se non addirittura una rigenerazione, senza tuttavia presupporre alcuna palingenesi. Non c’è approdo, non c’è utopia: solo un faticoso percorso di acquisizione di una verità che, per quanto labile e impura, si pone essa sola, per ricordare le parole di Blumenberg, come “paradigma di una metafora dell’esistenza”: in naufragio veritas, appunto. E non sarà forse un caso che le tre raccolte Macello, La franca sostanza del degrado e Rosso Epistassi si concludano con una reverie che postula l’invasione e l’incompiutezza come sola categoria del reale: dalla goccia di sperma che stilla in un paesaggio virato in rosso (Macello), all’insepoltura di Condoglianze (La franca sostanza del degrado), alla regressione intrauterina, nient’affatto protettiva, che suggella Rosso Epistassi: “sono ancora nella totalità di pancia dove aspetto/ il corpo panico dell’infinito”.

Tuttavia lo spettro del naufragio sovrasta, elusivo e corposo al contempo, la navigatio vitae: si ha l’impressione che sia già avvenuto, da sempre. Si potrebbe al limite domandare al poeta: “Come va, cacciatore Gracco?”, sicuri di ricevere la medesima risposta di sempre: “La mia barca è senza timone e viaggia col vento che soffia nelle più basse regioni della morte”, come nel noto apologo kafkiano. Così il poeta, nell’insensatezza della vita, rileva che siamo “in viaggio su navi di corteccia molle” (La franca sostanza del degrado), tra albe di cenere che diluviano in viso … Diluvi e divelti sono lemmi cari al poeta, che evocano entrambi il mistero di un naufragio di cui siamo i sommersi superstiti. Insomma, la sua poesia è pensiero del naufragio dell’esserci, coscienza naufragata, luogo di infinita erranza … Non tanto scrittura di naufragi quanto naufragio della scrittura.

Questo universo disforico, infernale e seducente, è senz’altro riconducibile all’estro visionario de I canti di Maldoror e non soltanto per la densità animale che caratterizza sia la zoomachia di Ferrari che il bestiario fantastico di Lautréamont, ma anche per l’intensa lotta (cosmogonica?) che la poesia evoca, in cui vittime e carnefici ritrovano, al fondo, la stessa origine verminosa. Nei Canti di Maldoror l’immagine del naufragio, con tanto di voluttuoso spettatore, costella il poema e, con l’intensità di un’iscrizione lapidaria, Lautrèamont ammonisce il lettore: “Ricordatelo bene; siamo su questa nave disalberata per soffrire”, verso che riecheggia nella inferocita, e non soltanto crudele, diaspora di Ferrari. Ma se ancora nei Canti di Maldoror una certa imperturbabilità (non si vorrebbe dire iocunda voluptas) caratterizza l’estraneità immobile, quasi metafisica, dell’osservatore, in Ferrari si è prodotto un potente cortocircuito: lo spettatore è ora attore e lo spaesamento nella fluidità si rivela il solo fundamentum inconcussum. Tornano alla mente le parole di Burckardt: “Ci piacerebbe conoscere l’onda sulla quale andiamo alla deriva nell’oceano; solo quell’onda siamo noi stessi”. Allora i versi di Ferrari “potevamo noi essere le nostre derive” (Rosso Epistassi) si impongono con l’intensità bruciante di chi sa che il porto non è un’alternativa al naufragio, ma solo il luogo da cui la felicità è fuggita, irrimediabilmente perduta. E forse fa bene Antonio Moresco, nella citata lirica, a sbuffare, pensando che la deriva è una santa degenza.

Ferrari sa che sei fai bene i tuoi calcoli … Il naufragio è ovunque. La deriva è da sempre inscritta nella macellazione del corpo e nell’eros dal sapore funebre e orgiastico: “In qualche letto l’agonia dei corpi disturba il lavorio dei topi” (La franca sostanza del degrado). E poco importa che si tratti di uomini o bestie: un toro può sussurrare voce di dolcezza e una donna, nella sua pingue sensualità, può evocare la carne abbondante di una giovenca. Il naufragio si manifesta appieno nel parossismo dell’antropofagia, come nell’odissea maledetta della fregata della Medusa: “Quando ti porgeranno l’altra guancia, mangiucchiala” (Rosso Epistassi). Il tempo è anch’esso naufragato in un vortice muto e malato, sotto la gelida pressione dell’usura, senza acquisizione alcuna di saggezza: “Il tempo/ ha perso l’isola/ dell’approdo facile” (La franca sostanza del degrado) e senza eredità di memoria. Si sa, ogni naufragio lascia dietro di sé l’indifferente e piatta calma del mare, come se progresso fosse stato. La storia, e ogni suo tentativo di elaborazione, è pretestuoso “fiato senza speranza di respiro”, come Ferrari annota nel diario lucido e visionario de I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo. Davvero nessun passato a cui ritornare e la storia si confonde troppo spesso con la tortura.

La poesia si fa allora vortice di oggetti e parole e la retorica dell’enumerazione, naturalmente diabolica, si impone come sola categoria del dicibile. La coazione a elencare, furiosamente, più che la forza di un possesso saldo, nella sua anti-funzionalità, predica la caoticità dell’esistenza. Come relitto di un naufragio, si scopre, sfilacciato, tutto il mare dell’oggettività, il pelagus materiae, giusto prima dell’affondo finale. E, va da sé, l’ecolalia presto si confonde con la massima concentrazione espressiva, gorgo muto di scrittura, sino alle derive del silenzio. Pur nella sua impurità, il silenzio, senza le facili concessioni al misticismo dell’attesa, è la franca sostanza delle cose e, forse, delle parole.

“Non sono stelle ma crepe di cielo/ si è rotto qualcosa di vuoto come il dio di tutti” (Rosso Epistassi) : questi versi tracciano le disfatte rotte di viaggiatori alla deriva. Ferrari sa che la condizione del superstite è la più dolorosa, ma necessaria: “diventammo ostinatamente superstiti” (La franca sostanza del degrado). Già Blumenberg si interrogava infatti se avesse senso il nulla del puro salto fuori bordo, ritorno allo status naturalis della natazione. Diventare superstiti: è questa già una attitudine resistenziale, minima e per questo ancora più preziosa … Il poeta non si pensa guardiano del faro e se resiste, la zattera della scrittura, ad onta dell’aggressività indocile dei flutti, è possibile ancora udirla quella voce … Call me Ishmael, a ricordarci che il mare sa tutto e se imperla la fronte, scrive Ferrari, “è solo un dono di un attimo” (La franca sostanza del degrado). Ma valeva bene la fatica del viaggio.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 15 novembre 2011