Genuflessi alle classifiche

Massimiliano Parente



Chissà perché in letteratura, proprio in letteratura, ci si genuflette alle classifiche di vendita, e sembra una cosa buona e giusta, una legge scientifica benché non falsificabile. Chissà perché non in gastronomia, dove il vino buono non è il Tavernello, e qualsiasi enologo lo sostenesse perderebbe credibilità. Neppure in musica, nessun critico musicale direbbe che gli Zero Assoluto sono Mozart, e tantomeno al cinema, dove neppure l’ultimo critico di provincia scriverebbe mai che un film natalizio dei Vanzina è più bello di un film di Fellini, dove anzi, addirittura ci sono le palline del critico contrapposte alle palline del pubblico, e ognuno ha le palle che si merita, e il botteghino non condiziona la critica, né gli investimenti delle major cinematografiche garantiscono l’industria da un flop di incassi o dalle stroncature di Kezich.

Invece in letteratura puoi dire qualsiasi cosa, puoi rispolverare concetti pseudocritici vecchi di cento anni, puoi dire che Faletti è il più grande scrittore italiano e Piperno è il Proust italiano e Musil o Beckett sono ferri vecchi, e tutto fila liscio, e tutti vissero felici e contenti. Infatti mentre l’anno scorso si celebrava nel resto del mondo occidentale il centenario di Samuel Beckett, in Italia non solo ce ne siamo dimenticati, ma non si trovano più i suoi libri, aspettando Godot non si sa più che fine ha fatto Beckett. Si mandano i figli a scuola a studiare l’eccellenza, e quando ne escono la letteratura sono "i corti di carta" per "leggere meno spesso".

Come in televisione, si chiudono programmi non perché fanno schifo ma perché l’ha deciso l’auditel, i fantomatici cinquemila con le macchinette nel televisore, sebbene, siccome il novantanove per cento dei programmi generalisti fanno schifo, nel torto hanno quasi sempre ragione. Così un libro è buono perché è in classifica, quando casomai dovrebbe essere vero il contrario, la classifica ti dovrebbe far venire il sospetto che il libro sia una merda.

Non è questione di essere antidemocratici, anche se la cultura lo è, se non antidemocratica di certo antipopolare, almeno nell’orizzonte d’attesa del presente che la letteratura spiazza sempre, le signore mie fingono di comprendere l’arte sempre con cento anni di ritardo, e basta andarsi a rileggere il processo intentato a Flaubert per Madame Bovary e rendersi conto che all’epoca si reputava osceno ciò che oggi elogiamo come capolavoro. Balzac, Flaubert e Dostoevskij vendevano, come no, ma a una "massa di élite" differente dall’odierna massa mediatica, consumatrice di reality e di non libri, la stessa che si scandalizza per Lele Mora e Fabrizio Corona ma si nutre di Dippiù e Chi e Tu e Visto e chi s’è visto s’è visto. I Fratelli Karamazov, certo, vendettero, alla morte di Dostoevskij, in tutta la Russia, qualche migliaio di copie, molte ma niente al cospetto della popolazione russa dell’epoca, ma se anche dovessimo reputare quel dato paragonabile a un best seller di oggi, come pensò Alfonso Berardinelli (lo cito reputandolo uno tra i critici più intelligenti, mio malgrado) sostenendo che ogni grande libro è stato un bestseller, ne ricaveremmo che nell’Ottocento un bestseller erano i Karamazov mentre oggi da noi lo sono Pulsatilla o Melissa P e quindi che un russo dell’Ottocento, nella società zarista, era intelligentissimo, e un italiano del XXI secolo, nella democrazia di mercato, è un coglione.

Però, siccome a molti piace buttarla in politica, da sinistra a destra, si può anche ragionare sul fatto che il culto del successo commerciale ha spuntato le armi culturali sia alla sinistra che alla destra, la destra col complesso del fascismo e del populismo, la sinistra con la fissazione del popolare è bello, con il risultato che la critica letteraria è scomparsa. Carla Benedetti è una delle poche a cui il problema non sfugge, e interpellata mi scrive via sms che «le classifiche dei libri sono uno strumento di precisione per misurare l’entità della campagna di lancio di un libro e quanti minuti ha passato in televisione il suo autore». Gli altri fanno orecchie da mercanti, anche quando non sono mercanti, gratis. Stefano Salis, per esempio, sul Sole 24ore, risponde a un lettore, che vorrebbe abolire le classifiche di vendita, salendo in cattedra e spiegandogli che i libri «da un certo punto di vista sono delle merci, proprio come il tonno o il bagnoschiuma», e grazie al cazzo, Salis. I libri sì, ma i critici no. Se esistesse la critica, o se almeno le scuole dell’obbligo fossero servite a obbligare a un pensiero sulla letteratura diverso da quello che possono avere al riguardo Silvio Berlusconi o Marco Travaglio o Clemente Mastella o Gian Arturo Ferrari o Paola Perego o Alessandro Piperno o Antonio Scurati, le cose andrebbero diversamente. È vero che gli editori pubblicano per vendere, ma se dall’altra parte i critici facessero i critici, gli editori, grandi o piccoli, si sentibbero almeno obbligati a agire su due piani, quello della quantità commerciale e quello della qualità artistica.

Questo sarebbe il ruolo della critica, perché ogni grande rivoluzione del pensiero è passata, oltre che contro le élite dominanti, anche contro il pubblico, nonostante il pubblico. Se fosse stato per il pubblico il sole girerebbe ancora intorno alla terra. Darwin non sarebbe riuscito a far passare l’evoluzionismo. I quadri leccati di battaglie dei mediocri pittori chiamati "pompieristi" avrebbero prevalso su quel gruppetto di irregolari che espose i suoi quadri al Salon des Refusés, e presero il nome di "impressionisti", e Proust o Joyce o Gadda non sarebbero mai stati pubblicati, e probabilmente non avremmo neppure l’unità d’Italia né per farla avremmo aperto una breccia di Porta Pia. Ancora oggi, se fosse per il pubblico, Alessandro Manzoni sarebbe giustamente un genio ma Piero Manzoni ingiustamente un imbroglione, per non parlare di Marcel Duchamp o di quel pazzo che faceva i tagli sulle tele «che li saprei fare pure io».

Il successo, e ciò che implicava in termini di accettazione e resa al conformismo estetico, lasciavano già perplesso Franz Kafka. «Triste è soltanto il fatto» scrisse il 12 febbraio del 1907 a Max Brod, suo amico e scrittore di successo nella Praga di inizio Novecento, «che a questo punto pubblicare in seguito qualcosa è diventato per me un’azione indecente, la tenerezza di questo debutto ne avrebbe un danno completo» e pertanto, rispetto a sé scrittore, aveva un solo desiderio: «questo nome dovrà essere dimenticato». Al contrario è stato dimenticato Max Brod, se non per l’essere stato amico di Kafka.

L’ideologia dominante dell’auditel e del "pubblico sovrano", gioioso refrain di cui è autrice Simona Ventura o le sue tette siliconate ormai animate di vita propria, è diventato lo strumento della rivincita della mediocrità sull’intelligenza. Non vale per il vino, non vale per il cibo, non vale per gli abiti che indossate, non vale per la macchina che vorreste, ma vale per i libri. Cosa che del resto aveva già osservato Alberto Arbasino sull’Unità nel 1998. «Per la letteratura nessuno fa ciò che si fa per i ristoranti, una classifica per livelli, si mette in classifica il Mc Donald’s. E certo che batte tutti col suo fatturato». In letteratura ciò che è commerciale è bello, vale a dire che lo spumante da sei euro batte il Moet & Chandon, la Tamaro e Fabio Volo sono grandi scrittori italiani, Piperno è Proust, e un signore di nome Antonio D’Orrico, il quale ci insegna che Musil o Joyce non hanno più nulla da insegnarci, e che trent’anni fa al massimo poteva essere un buon pubblicitario per la Barilla, è capo cultura del Corriere Magazine.

(Uscito su "Libero", venerdì 4 maggio 2007)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 8 maggio 2007