Nec reges nec potestates #3

Sergio Baratto



È appena trascorso il Natale del 1269. Per le strade di Ferrara una voce comincia a circolare, dapprima tra la gente del borgo, tra i commercianti, gli artigiani e i servi di bottega. Armanno Pungilupo è morto. Dal contado, dove la notizia si è diffusa con insolita velocità, la gente affluisce in città, a piedi o sui carretti. Ai contadini non serve nemmeno domandare se sia possibile omaggiare la salma del sant’uomo e dove: basta seguire il flusso della folla. Il corpo del defunto è stato portato nel duomo, segno della devozione che lo circonda. La cattedrale si riempie all’inverosimile. Il vocio delle preghiere e dei lamenti è quasi assordante. Il clero si fa strada a fatica, in tutto quel groviglio maleodorante di uomini e donne in lacrime. Povera gente, per la maggior parte, quella che i cittadini più ricchi chiamano popolino e bifolchi: le persone con cui Armanno Pungilupo amava di più trattenersi.
La commozione generale dura giorni e giorni. Anche quando, con una cerimonia solenne, fratel Armanno viene sepolto nel duomo, i pellegrinaggi non cessano. Anzi, a poco a poco cominciano a diffondersi notizie di guarigioni miracolose avvenute sul suo sepolcro. La cosa, a dire il vero non meraviglia quasi nessuno, a Ferrara. Ancora prima della sua morte, sarebbe bastato chiedere a un garzone di bottega qualsiasi, a un villico o persino a un canonico: che Armanno Pungilupo fosse un santo non era un’idea nuova, ma un luogo comune.

Armanno era un laico. Come Francesco d’Assisi cinquant’anni prima, aveva deciso di rinunciare al mondo e aveva consacrato la propria vita alla povertà evangelica e alla predicazione. Ma per Armanno, predicare equivaleva a praticare; più che a esporre la Parola di Cristo, per temperamento e scelta quasi inconsapevole Armanno era portato a incarnarla. La sua predicazione era perciò fatta perlopiù di atti concreti. Non era un teorico, ma sapeva parlare con le proprie azioni, secondo un linguaggio che non poteva in alcun modo venire frainteso, nemmeno dagli analfabeti. I quali infatti avevano capito perfettamente. Armanno era amato, ascoltato, persino dal vescovo: altrimenti la sua salma non sarebbe entrata facilmente nel duomo di Ferrara.

Non è ancora passato un anno dalla morte del Pungilupo. Su pressione del clero, il vescovo Alberto istruisce un processo di canonizzazione. Numerosi cittadini vengono chiamati a testimoniare della vita e delle opere di Armanno. Il colpo di scena arriva con l’intervento dell’inquisizione ferrarese, capeggiata dal frate domenicano Aldobrandino. All’apparenza si tratta di un’intromissione improvvisa e imprevista. In realtà è facile immaginare che da tempo essa stesse aspettando di affrontare il "caso Pungilupo" e che avesse semplicemente atteso lo smorzarsi dell’emozione collettiva per la sua morte.
Da tempo l’inquisizione seguiva da vicino le azioni di Armanno. I dati raccolti sono più che compromettenti: non solo non si può parlare di santità, ma addirittura il Pungilupo era un astuto e perverso membro della chiesa catara. "Grande ipocrita e solenne eretico", lo definirà il Muratori nelle sue Antiquitates italicae.
A insospettire l’inquisizione era stata fondamentalmente la sua condotta, il suo stile di vita. Se era davvero un eretico, doveva essere per forza un eretico "nelle opere", visto che nulla di eterodosso poteva essere rinvenuto nelle sue parole. Quali fossero in concreto questi presunti "comportamenti eretici", è presto detto. Gli inquisitori non devono fare altro che "interpretare in modo corretto" le deposizioni dei testimoni. Armanno Pungilupo portava il pane elemosinato ai carcerati e si soffermava a lungo con loro, specie se malati, prodigandosi in cure e preghiere: frequentazioni e atteggiamenti quantomeno equivoci. Peggio ancora: era solito accompagnare al supplizio gli eretici con parole di consolazione e di conforto; ovvero, nelle deduzioni degli inquirenti, era colluso con loro.
Al clero ferrarese, che interviene in sua difesa e garantisce che il Pungilupo si confessava con grande frequenza e partecipava al rito dell’eucaristia con grande devozione, gli inquisitori rispondono interpretando il tutto come una prova lampante della sua doppiezza e ipocrisia: evidentemente gli ingenui sacerdoti di Ferrara si sono lasciati abbindolare come bambini.
Ma la svolta arriva con una rivelazione clamorosa: anni prima l’inquisitore Aldobrandino aveva già avuto a che fare con Pungilupo. Si scopre che nel 1254 fratel Armanno era caduto nelle mani dell’inquisizione; torturato, aveva ammesso di aver ceduto all’eresia e aveva abiurato, giurando di sottomettersi alla Chiesa. Si trattava dunque di un eretico recidivo.
Leggendo tra le righe, si fa strada l’ipotesi di un accanimento personale di frate Aldobrandino nei confronti di Armanno e di un conflitto strisciante tra la curia vescovile ferrarese e l’inquisizione. Due testimonianze in particolare sembrano significative. Dopo il processo e l’abiura, assistendo al rogo di un eretico, Armanno fu sentito mormorare: "Vedete quali opere sono queste! Bruciare questo vecchio uomo buono! La terra non dovrebbe reggere coloro che fanno tali opere!". Un secondo testimone assicura di averlo udito affermare più volte che frate Aldobrandino era un "lupo rapace" e che "aveva fatto scempio del suo corpo". Come è facile immaginare, il ricordo delle torture inflitte doveva essere ancora vivo in lui anche ad anni di distanza.
La canonizzazione di Armanno Pungilupo si trasforma gradualmente in processo di ereticazione. Le resistenze e le proteste della curia vescovile e del clero locale, che pure inviano a Roma numerose prove della sua innocenza, riescono soltanto a rallentare la conclusione del procedimento. Finalmente, nel marzo del 1301, frate Aldobrandino legge la sentenza definitiva. Armanno Pungilupo è dichiarato colpevole di eresia. Il suo sepolcro viene distrutto con tutti gli ex-voto e le immagini a lui dedicate, le sue ossa dissotterrate, allontanate dalla cattedrale, bruciate e disperse nel Po.

*

Fonti:

G. G. Merlo, Eretici ed eresie medievali, Il Mulino, Bologna 1989
G. G. Merlo, Contro gli eretici, Il Mulino, Bologna 1996

Ludovico Muratori, Antichità italiane, dissertazione LX: "Quali Eresie ne’ secoli barbarici abbiano infestata l’Italia".

[3 - continua. Qui prima parte, qui la seconda.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 6 maggio 2007