Lezioni di tenebra

Luigi Trucillo



Lezione di tenebra è un libro sulla violenza e sulla proliferazione della figura della vittima. La prima sezione, dalla quale sono tratte queste poesie, prende le mosse dall’attentato nella metropolitana di Londra di due anni or sono. Il libro uscirà in autunno da Cronopio.

I cervi

I cervi meditano
con un sussulto,
spostando obliqui
il muso
a fissare le ombre.
Arrivano a radunarsi
accanto al fuoco
da lontano,
agitando le corna
come l’istinto
di un oracolo,
sempre pronti a scattare
davanti ai fischi
dei treni,
quando a colpi di zoccolo
dissodano il silenzio
che insegue i sognatori.
Fin dietro le siepi
vagano i cervi,
attendendo che il verde
finalmente sia potabile
e la goccia spalanchi
il torrente agli indifesi.
In mezzo ai giunchi
non svelano le proprie piste
al cacciatore,
ma offrono uno smarrimento
al volto,
come se l’avvicinassero
all’estremo del pericolo
che l’aspettava.
Più volte
abbiamo visto
i cervi
sbucare
da un binario
che gli striava il petto
con un riflesso
metallico,
ma non abbiamo capito
che nei tunnel
il sangue
assomiglia
alla ruggine.

Lamiere:
sono la prima preghiera
di Efesto
al lontano balenare
dei fichi,
l’amarezza degli occhi
che si torce smarrita
in queste tenebre.
Ci sono alghe
che ci dormono a fianco
e rupi, e tuoni:
basta vederli
scardinare le gabbie
con passo sordo
prima di trasformarsi
in fantasmi.
E ci sono coltelli
anche dopo la morte
quando l’orizzonte
non ha più vulcani
dove accendersi.
Col dito segno
un tracciato d’oro
nelle nubi di polvere:
da qui i confini non scritti
del fuoco
ricorderanno il mondo
senza difendersi,
rammenteranno l’asse del sole
e il bianco lino
con cui la vita si fasciava
come una vergine.
Da qui si curverà
docile
il passato
a mangiarci nel grembo,
e i volti degli uccisi
rifioriranno lenti
come bulbi dorati.
Da qui, da qui
le nostre mani si lasceranno
come un rintocco che scuote
ancora un giorno,
ancora un colpo,
sul petto,
il taciturno.

Kamikaze

O meraviglia,
meraviglia,
meraviglia.
Io sono la vittima,
io sono la vittima,
io sono la vittima.
Io sono l’uccisore della vittima,
io sono l’uccisore della vittima,
io sono l’uccisore della vittima.
E nel mio centro
l’universo è ucciso
da Dio.

Nel corpo che esplode
acque,rami,voci
dalla faccia capovolta,
insetti che sgorgano
meticci
da una polpa di fango.
Nel rogo
quanto più è vicino
al cuore
ogni repertorio
è confidente del sangue,
il battito del polso
trascina una cascata
corrosa dai filamenti
nudi
delle leggi.
Un anno,cinquanta
o sette istanti:
nell’aula
è tutto uguale,
l’onda si avventa
perché la morte
non si fa pensare,
e la pelle ribolle
di corvi
e di fuliggine
che lentamente
ti cavano via
il vento.

Verticale

Verticale.
Come immaginarsi un futuro
e ritrovarsi la morte,
qui ora e per sempre
l’ultima delle sorelle profonde
che hai mai formulato
turrito.
Lo spazio
oltre la posizione eretta.
O come guardare
dal basso
di un tunnel illuminato dal fuoco
il tuo castello-ascensore
nell’aria
che salendo scoppia,
ustiona, deflagra
perfino la saliva
che pazza proclamava:
verticale.

Sopra,
tutti i morti che sibilano
non si scaricano sull’antenna
dell’innumerevole scudo
chiamato città.
Il lampo
è unico.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 25 aprile 2007