Malaparte del torto (e messicano)

Andrea Amerio



Come forse saprà il lettore più informato, il prossimo numero cartaceo di “Il primo amore” in uscita a dicembre avrà per titolo L’adorazione e costituirà l’ideale continuazione di Opere di Genio. Avevo deciso di parlare dell’opera di un autore italiano e a lungo ho tentennato. Alla fine ho scelto Ad ora incerta, di Levi. L’altro candidato era Kaputt! di Malaparte. Ecco alcune annotazioni liminari e preparatorie a quell’articolo mai nato unite ad alcune considerazioni a margine di Malaparte, vies et légendes (Grasset 2011) di Maurizio Serra.

Nemo propheta in patria, è vero, ma come notò lo statunitense Michael McDonald – attento studioso e traduttore dello scrittore pratese – nel caso di Curzio Malaparte (e Silone) è verissimo. Certo non gli giovarono i giudizi negativi di Cecchi che lo volle «cannibale» dalla parte di de Sade contro il suo Manzoni, il paragone con Aretino di Francesco Flora e le stroncature di Montanelli e Moravia. Luigi Barzini che nelle sue memorie abbozzò la caricatura dell’italiano “tutto fumo e niente arrosto” e Gramsci che liquidò le sue opere «superficiali» descrivendo il suo carattere come «una combinazione di sfrenato arrivismo, una smisurata vanità e uno snobismo camaleontesco; per avere successo il Suckert era capace di ogni scelleraggine». Sono giudizi persistenti e talvolta non del tutto campati in aria. Nel caso di Gramsci profetici soprattutto se si pensa al Malaparte che vuole attraversare gli Stati Uniti in bicicletta sponsorizzato dalla Coca Cola o a quello che prende la “scellerata” decisione di raccontare a puntate per un settimanale scandalistico francese il suicidio di un’attricetta che aveva avuto la pessima idea di innamorarsi di lui. Quest’onda lunga e ben poco cristallina fluisce al 2005, quando dalle pagine della «New York Review of Books» Tim Parks definì il suo temperamento anaffettivo «grossolano egoismo». Dovrebbero testimoniare altrimenti la differente considerazione che di lui ebbe Piero Gobetti, i benevoli giudizi di Crémieux, le parole di Apollinaire («dans tout ce que vous écrivez […] il y a de l’art; où y trouve aussi de la vie; ce qui est sans doute essentiel pour un artiste vivant») ma in Italia negli stessi anni l’odiato Cardarelli gettava le basi per la costruzione della sua leggenda nera e Malaparte ricambiava di gusto: quando gli chiesero se avesse veramente affermato che Cardarelli era “un autore con un grande futuro dietro le spalle” rispose: “Non l’ho mai detto. Ma l’ho pensato”. Giovò alla precoce fama d’oltralpe l’impegno nelle Ardenne, così come in Italia lo danneggiarono Viva Caporetto!, prima, il fascismo e l’indifferenza minerale del suo trasformismo, poi. In ogni caso valgono le parole di Maurizio Serra: «Vi sono molte ragioni, tutte legittime, per non amare Malaparte uomo, scrittore e personaggio. Ma nessuna, a nostro avviso, per negargli un posto di primo piano tra gli interpreti più singolari di un Ventesimo secolo le cui inquietudini si prolungano nel nostro». Algido esteta, dandy, mitomane, esibizionista, affabulatore, Malaparte fu capace di passare «senza muovere un muscolo del suo volto marmoreo dai salotti alle trincee, dalle rivoluzioni alle conferenze diplomatiche, dai campi da golf a quelli di sterminio, da Mussolini a Hitler, da Stalin a Mao, dagli anarchici al Papa».
“Eppure”, si diceva in questi giorni con Marco Rossari – ridevamo ricordando il clamoroso svarione di una storia della letteratura che lo confondeva con Curzio Maltese – “La Pelle e Kaputt potrebbero essere rispettivamente i nostri Viaggio al termine della notte e Morte a credito”. Forse è troppo, d’accordo, ma non è nemmeno tutto. C’è Céline, certo, ma innestato sulla biografia di Malraux. Inoltre Prezzolini, Panzini e i suoi contemporanei (che non potevano conoscere Destouches) ci vedevano Henri Barbusse, e non avevano tutti i torti nonostante le traiettorie politiche opposte. Il che rende la faccenda ancora più significativa.
Sempre a proposito di Céline vale la pena di riportare a verità anche una delle tante leggende su Malaparte. Nel 1947 Suckert dichiara di avere messo a disposizione di Céline, esule in Danimarca, una considerevole cifra guadagnata con i diritti francesi dei suoi libri. Il fatto che non esistessero documenti in proposito, unitamente alla sua proverbiale inaffidabilità ha generato una serie di dubbi sull’autenticità dell’episodio. Poi fu ritrovata una lettera del 19 novembre 1947 che veniva da Copenhagen:

Cher Malaparte,

je suis très vivement touché par votre joli geste si chaleureux, si confraternel! Refuser serait impie! Mais je me suis entendu aussi de mon cote [sic] avec Tosi pour que cette somme providentielle soit mise a [sic] votre service a [sic] Paris d’autre façon… Kaputt est ici sur toutes les lèvres. Je veux dire les lèvres des membres de l’élite lisante, bien timorée par exemple, mais pour le Danemark c’est un triomphe. Encore merci, fraternellement, et a [sic] bientôt j’espère! Embrassez Camus pour moi, mon colonel!

L.F. Céline.

Il gesto di Malaparte, atto di stima e amicizia, anche se i due non si conobbero mai di persona, rimane unico. Però anche questo gesto potrebbe aver contribuito a rendere ancora più scorretto il personaggio, e dunque capisco che in Italia fosse quasi impossibile capire Malaparte nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta. Non mentre intratteneva il pubblico con la sua rivista di varietà “Saxophone” circondato da ballerine in boa di struzzo nelle località di villeggiatura (un po’come comprendere il valore del Seminario guardando Busi ad Amici). Allora l’Italia viva aveva bisogno di altro mentre moriva senza rimpianti la processione ospedaliera del bel mondo romano alla camera 32 dove Malaparte fu ricoverato fino alla morte per carcinoma (ventenne, aveva respirato gas ipritico durante guerra). Per riuscire a scorgere valori da tramandare in mezzo a quella scintillante palude nel secondo dopoguerra ci vollero Davide Lajolo e Maria Antonietta Macciocchi. Invece Nel primo dopoguerra, ci voleva Gobetti che in una lettera privata del 14 agosto 1925 gli scrive: «sarebbe ora che ti mettessi a fare la persona seria. Non capisci che perdi tempo? Che i fascisti ti giocano, che nel partito sei un uomo di quint’ordine, che i tuoi scritti da un anno a questa parte non valgono niente? […] Da due anni o tre anni vado dicendo che sei un grande scrittore, che tutto ti può essere perdonato per i capolavori che darai: e tu a smentirmi ogni giorno con le solite sciocchezze. […] Colpa del fascismo, dunque, in parte, che ti ha messo a capeggiare degli scamiciati, ma colpa precipua tua pronto sempre a diventar letterato da strapazzo». Questo invece è Malaparte che scrive a Gobetti nel dicembre 1925 una lettera dai toni insolitamente partecipi che lascia trapelare una sincera preoccupazione, e che vale riportare per esteso:

Roma, dicembre 1925 Caro Gobetti, soltanto ieri sera ho avuto modo di parlare della tua questione con qualcuno del Governo. Come tu ben sapevi il provvedimento non risale né al Prefetto, né al Ministro. Non c’è niente da fare. Le mie previsioni e i miei reiterati avvertimenti, le mie premure, le mie ammonizioni amichevoli avevano un fondamento. Se ti occuperai ancora di politica, non ti lasceranno pubblicare più nulla, cioè ti fregheranno completamente annullando il tuo paziente e faticoso lavoro editoriale di alcuni anni. Tu sei un benedetto ragazzo, e certe cose non le capire. Tu sei giovane e il tuo avvenire è in qualche modo (avviene ed è così per tutti) legato a ciò che hai saputo e potuto fare sino ad ora. Se ti fregano la Casa editrice tu capisci che per te sarebbe un vero disastro. Dove potresti pubblicare almeno le cose tue? Tra qualche mese non ci sarà in Italia un solo editore che oserà e potrà pubblicare un libro politico o letterario di un antifascista. E non v’è già più ora un solo giornale che osi pubblicare un articolo di qualche noto nemico del Regime (salvo qualche foglio tipo «Mondo» che morirà presto). Figurati quel che sarà tra qualche tempo. E allora? Lo non ti consiglio di mutare opinione. Ho troppa stima di te per permettermi di mancarti di rispetto. Rimani pure come signor Gobetti, antifascista, se ciò ti fa piacere, ma d’ora in poi, come editore, come ditta, non ti occupare più di politica, non pubblicare più volumi antifascisti, lascia perdere queste porcherie e buttati a corpo morto nel campo letterario e artistico, storico e filosofico. Da’ retta a me, lasciati consigliare da un amico che ti vuole bene e ti stima. Bisogna imparare a vivere, caro mio, quando si è nella tua posizione. Tu mi dici che il provvedimento “è enorme”. Piglialo come vuoi. Te ne accorgerai in seguito, se non vorrai mutare strada. Ti avverto che non ti lasceranno continuare. Perciò cambia materia. Ti avevo bene avvertito di far presto a metter fuori il mio nome! Ora bisogna che tu scelga fra gli uomini del Regime, politici o letterati, i buoni in criterio assoluto, e che tu tolga alla Casa Editrice il cachet di parte. Vi sono, nel Regime, uomini che possono scrivere cose buone, non c’è mica bisogno che tu pubblichi dei panegirici e delle retoriche apologie del fascismo. Vi sono dei fior di antifascisti che passano per editori in buona col Regime. Sappi fare. Hai cominciato con Solari, con Aniante, con Franchi, con me. Seguita così, per Dio! E recati subito dal Prefetto e informalo che d’ora in poi ti occuperai di arte, di storia e di filosofia e che la pianterai con la politica. Ma pregalo di avvertire subito Roma e la stessa Presidenza. Ho già avuto assicurazione che non daranno noia al mio libro. So che alcuni ne hanno già ricevuta qualche copia. E a me quando lo mandi? E ai librai? Porco cane! E ricordati che sei giovane e che potrai fare molto se sai fare. La storia dà sempre ragione a chi sa prendersi la ragione. E tu hai modo di aver ragione se non insisti a rimanere dalla parte del torto. Scrivimi subito dicendomi quel che intendi di fare. Non ubbidire agli impulsi. Pensaci sopra. Con calma. lo rimango a tua disposizione. Saluti cordiali, tuo Suckert Via XX Settembre, 49

Ho letto questa lettera riprendendo in mano il primo volume della monumentale, mastodontica, edizione in cinque volumi curata della sorella di Curzio Edda Ronchi Suckert e pubblicata dal 1991 in avanti che raccoglie lettere di e a Malaparte, articoli di giornale da lui scritti e recensioni a lui dedicate; oltre a cartoline, corrispondenza, documenti d’archivio, ritagli, fogli sparsi e altri materiali. Frutto di una ricerca trentennale, i primi volumi si presentano senza indicazione editoriali né altre specifiche “tecniche” a parte il “finito di stampare”, ed è dunque presumibilmente da considerare a spese delle famiglie Suckert e Ronchi. In questi volumi Edda Suckert ha riunito tutto ciò che le è stato possibile reperire sul fratello: dai due racconti per il «Corriere dei piccoli» pubblicate dal “Curtino” quattordicenne (e allora, bei tempi, già fruttate venti lire!) alle ultime volontà. Una pur generosissima “edizione familiare” che però in quanto tale, e data la mole, non può essere esente da refusi, come confondere il citato dottor Clément Camus, il medico che era in contatto anche con Céline, con Albert Camus, l’autore de Lo straniero. Ma per il Malaparte-maniaco sono queste letture assai più gustose del pur pregevole Meridiano dedicato, e da questi volumi ha attinto abbondantemente anche Maurizio Serra cum grano salis, modificando, correggendo, demistificando, focalizzando. Sì perché il primo volume arriva fino ai ventotto anni e sono quasi mille pagine. Ci sono gli anni al Cicognini, il collegio di D’Annunzio, il sodalizio con Marradi e Binazzi, la prima apparizione pubblica di fronte a Sam Benelli e a una platea operaia. Trovi le lettere, le passioni, il sindacalismo soreliano che si trasforma in corporativo, le satire del «Bacchino» e le poesie scritte in trincea, il fascismo fiorentino “di sinistra”. La vita fervida e operosissima dalla prima guerra mondiale fino al delitto Matteotti. Da qui in poi Malaparte in Italia è compromesso. Parafrasando il titolo della sua rivista, la “conquista dello stato” gli è valsa la “conquista della storia”. E ciò è avvenuto nonostante il ricchissimo archivio presso la biblioteca di Via Senato di Milano voluto da Marcello Dell’Utri e i saggi pirotecnici di Giordano Bruno Guerri (ma già vedo i più maligni sostituire quel “nonostante” con un “grazie a”).
Per farla breve, è all’estero che meglio si comprende la portata della sua opera e di conseguenza il valore letterario dei suoi momenti migliori; era così ai tempi di Apollinaire e un po’ è così ancora oggi. Non stupisce allora che un saggio brillante come Malaparte, vies et légendes di Maurizio Serra (Londra, 1955, rappresentante italiano Unesco) sia uscito prima in Francia che in Italia (vincendo i premi “Goncourt” per la biografia e il Casanova – a Francoforte ho appreso che lo pubblicherà Marsilio); quello che davvero stupisce è ciò che mi passa sotto gli occhi sfogliando il numero 596 de «La Nouvelle Revue Française» del febbraio 2011, edita da Gallimard. In occasione del centenario della storica casa editrice Jean Rouard ha pensato di dedicare un numero a “Le roman du XXe”. In sostanza si chiedeva a una serie di scrittori quale fosse secondo loro il romanzo più significativo del ventesimo secolo. Sono ventotto i romanzi scelti da un numero più o meno equivalente di autori, francesi e non, da Martin Amis, che sceglie White Noise di De Lillo, a Tabucchi che sceglie Se questo è un uomo di Levi – uno dei due italiani presenti nella rassegna. L’altro, ma ormai l’avete capito, è Malaparte ma è interessante sottolineare che dei ventotto romanzi ben due sono di Malaparte: La pelle, scelto da Stéphane Audeguy e Kaputt!, scelto da Pierre Assouline. Solo altri tre autori hanno l’onore di comparire in questa rassegna con due opere, e non sempre sono i nomi che ti aspetti: c’è Céline (ovvio), c’è Claude Simon (siamo Francia) ma c’è anche la piacevole sorpresa di Juan Rulfo, il filiforme scrittore messicano per cui si preoccupava il vecchio Neruda nel suo rifugio di Isla Negra. “Abbiate cura di lui”, diceva agli scrittori commensali riferendosi a Rulfo. “Proteggetelo, salvatelo, non lasciate che appassisca” si raccomandava Neruda. Qualcuno evidentemente gli ha dato ascolto. Forse è un sintomo, magari un buon auspicio: un segnale che le placche tettoniche del canone si muovono e non è da pazzi attendere affiorare nuovi continenti. Dall’altra parte del mondo come nell’orto di casa.








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 14 novembre 2011