Di “riforme”, economia e economisti

Davide Renato Gualerzi



Si fa un gran parlare di riforme, essenziali per il paese, e per il governo dell’Unione. Prima della crisi di governo di febbraio si era parlato di una fase due. Per carità, aveva detto Prodi, su quegli scogli già una volta si era arenata la nave. C’e’ continuità, aveva insistito, la continuità della triade risanamento, sviluppo, equità. Va beh, chiamiamola Topolino, aveva detto qualcun’altro, basta che si faccia. Ma si faccia cosa ? Si facciano le riforme, naturalmente. Ma quali ? Quali sono le riforme da cui dipende il futuro del paese, oltre che del governo? Insistere su un suo rilancio riformatore e riformista non fa che rendere più pressante la questione.

Ma di che riformismo stiamo parlando? Chi ha vissuto gli anni della "contestazione" (ricordate era globale anche quella, ma voleva dire un’altra cosa), degli studenti e operai uniti nella lotta, del 68 e del maggio francese, almeno un punto di riferimento, per quanto magari annebbiato, ce l’ha. Allora l’alternativa era (sembrava) chiara: rivoluzione o riforme. Sì, semplice, chiaro. Lo stato borghese s’abbatte e non si cambia. Tutto e subito. Ecco la rivoluzione. Le riforme erano invece quel cambiamento lento (forse lentissimo) che connotava la sinistra storica, i partiti operai, il PCI, lo sforzo di spostare gli equilibri di potere in avanti grazie alla pressione sociale e per via parlamentare. Partito di lotta e di governo. Invece gli altri, gli extraparlamentari, erano per un rovesciamento dei rapporti di potere, una rottura rivoluzionaria. Niente parlamento, ma fabbrica, piazza, territorio.

Ma il "piccì", come lo chiamavano i rivoluzionari, aveva una parola da aggiungere: le riforme strutturali erano lo strumento di una strategia di cambiamento di lungo periodo, che comprendeva un diverso rapporto tra iniziativa privata e controllo pubblico dell’economia. Si faceva riferimento cioè a una trasformazione che, pur senza contemplare una rottura rivoluzionaria, andava al nocciolo della questione, il controllo dell’economia e dello stato. Perseguiva, tramite la programmazione dal basso, la democrazia economica e un’evoluzione istituzionale. "Strutturale" a quello si riferiva, al controllo pubblico sull’economia, o perlomeno alla compenetrazione tra esigenze dell’accumulazione del capitale e quelle dello sviluppo sociale. Ecco, in poche e poco dotte parole, il riformismo della sinistra storica italiana.

E’ questo il riformismo di oggi? Con il riformismo si guariscono di questi tempi tutti mali, si mette a posto il paese, come gli antibiotici curano la polmonite. Un paese malato ha bisogno di riforme. Non si capisce come si potrebbe non essere riformisti ! Ma allora: cosa è cambiato?

Le parole sono le stesse, persino il riferimento all’aggettivo "strutturale", termine peraltro usato anche dalle organizzazioni economiche internazionali come l’OCSE, ma lo slittamento semantico e il contenuto politico testimonia i 40 anni trascorsi.

Le riforme auspicate dai riformisti di oggi sono tante e preferibilmente "grandi". Lasciamo da parte la riforma elettorale, e quella ad essa collegata, la grande riforma istituzionale, tornata alla ribalta prepotentemente con la crisi di governo. Concentriamo l’attenzione sulla sfera economica. Non e’ forse una grande riforma quella delle pensioni? Ecco si, la grande riforma strutturale delle pensioni.

Ma il termine strutturale non ha più niente a che fare con la programmazione e il controllo pubblico dell’economia. Anzi, il cambiamento definitivo del sistema previdenziale significa passare quello che era sotto il controllo pubblico alle forze di mercato, affidare il risparmio a fini pensionistici ai mercati finanziari e al settore privato. L’esempio delle pensioni comincia a chiarire lo slittamento semantico: riformismo riguarda si in modo sostanziale l’economia, ma ha un significato opposto a quello che gli attribuiva la sinistra storica. I riformisti non auspicano un controllo pubblico sull’economia, ma la sua sottomissione alle forze di mercato. Il significato politico e’ l’opposto di quello attribuito dal "piccì" alle riforme di struttura.

E tuttavia è a quest’identità riformista antica che si rifà il linguaggio, lasciando in ombra la differenza tra sinistra di ieri e di oggi. Laddove le riforme di struttura facevano riferimento a un conflitto palese tra iniziativa privata e governo pubblico dell’economia, ora riformismo significa lasciare che le forze del mercato disegnino senza intralci l’economia del paese, scommettendo che siano benigne.

Il riformismo ha cambiato radicalmente obiettivo e metodo, anche se non oggetto, che rimane l’assetto dell’economia. Non si propone più di definire un assetto economico, sociale, istituzionale che miri a benessere, equità, giustizia, anzi no, pardon: questo e’ l’obiettivo, naturalmente, ma viene perseguito indirettamente, lasciando fare al libero gioco della domanda e dell’offerta, che si sa non si possono corrompere, ne’ influenzare. Il riformismo aspira quindi a creare una cornice di regole dentro cui le forze di mercato e i suoi benefici possano liberamente dispiegarsi.

Quindi, anche se il riformismo di oggi non ha niente a che fare con quello di ieri, in fondo la sa lunga. Se il mercato e’ in ultima analisi progressivo e progressista, non e’ forse vero che i riformisti di oggi lavorano per il progresso e il benessere sociali come quelli di ieri, solo hanno deposto i ferrivecchi della tradizione della sinistra operaia? Qui al riformista viene in soccorso l’economista. In buona sostanza, e con diversità a volte non trascurabili, gli economisti che fanno opinione hanno reso popolare l’idea che se lo si lascia operare il mercato tende a portare all’efficienza, al migliore uso delle risorse disponibili, viene detto. E’ quindi la via sicura al benessere collettivo.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 22 aprile 2007