"Un alfabeto./Gelido./Si scioglie."

Giorgio Morale



Un mondo d’infanzia creato con figure da Chagall (il bambino di neve, la neve che urla, la bambina che "parla con l’aria", la bicicletta, sacchi – "di parole" –, le finestre, gli uomini di pane e zucchero, angeli, piume), ma dipinto con colori da incubo (il bianco, il blu, l’oro, il nero; ogni tanto una scintilla: il sangue, il fuoco, la candela). Un aggirarsi attorno a questo mondo cercando un varco ("tintinni a invisibili porte/che forse non s’aprono più?" mi domando con Pascoli), entrando in medias res e poi registrando elementi che appaiono scompaiono ritornano come in un sogno: questo è La porta, il poemetto di Livia Candiani, "una lunga poesia, una poesia di settantasei pagine", come dice lei stessa nell’Introduzione al volume pubblicato dalla casa editrice Vivarium.

La porta.
Era.
Di ferro.
Certe volte di ghiaccio.
Perfino
di umano
costato,
allora il suono
del bussare
si faceva sordo
impossibile da ascoltare.

* * *

È difficile dire la silenziosa ammirazione dovuta alla poesia. Diceva Rilke che "le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili… nelle parole errano anche i migliori, quando esse debbano significare le cose più sommesse".
Sono commosso, tutte le volte che ne parlo o scrivo, anche se alcuni di questi versi li conosco a memoria. Posso dire che sono contento di avere conosciuto Livia Candiani, nel 1977, e di aver riconosciuto in lei il poeta. Immediatamente.
E’ possibile riconoscere il poeta, il vero poeta, a un incontro, a una lettura? Non so. A me con qualcuno è successo. Mi è successo con Livia Candiani. Mi domando anche: come? Come si riconosce? Cosa succede quando s’incontra la vera poesia? Nabokov parlava della sua prova del nove: un brivido lungo la spina dorsale.
Penso che questo valga per la prosa. Per la poesia mi pare diverso. La poesia agisce come un sussulto, uno squarcio, una scossa elettrica. Tra la pancia e il cuore. E si trasmette al cervello.
Dopo il mio primo incontro con Livia Candiani c’è stata la frequentazione, vedere la devozione alla poesia nel quotidiano, quella facilità di far poesia di cui parla Vivian Lamarque nell’introduzione a Io con vestito leggero. Da sé, dal mondo, che per lei sono tutt’uno, Livia Candiani pesca e sforna una raccolta dopo l’altra. Parla – e a un certo punto recita l’ultima poesia composta. Senza esibizione. Alcuni parlando di poesia parlano di sé, Livia Candiani parlando di poesia parla della Poesia. Spesso anche quando parla di sé parla della poesia.
Per alcuni poeti poesia e vita sono tutt’uno, un cammino comune. Livia Candiani è uno di questi. Lei compie questo cammino, senza chiedere un compenso. Per lei vale quello che diceva ancora Rilke: "un’opera d’arte è buona, s’è nata da necessità".

* * *

Una porta, quindi, nella sua fisica presenza ("l’oggetto naturale è sempre il simbolo adeguato", dice il "miglior fabbro"). Fuori e dentro di noi.
Dappertutto. Un limite e un’attesa, fra noi e gli altri, fra noi e noi stessi. Di notte, soprattutto, ma certe volte anche in pieno giorno. Una bambina (e un bambino che ne duplica l’esperienza) e una domanda: una domanda alla porta e una domanda all’universo. Concentrandosi, attorno alla porta, tutte le strade del mondo. Essendo, essa, il centro del mondo.

Molti corridoi.
Conducono alla porta.
Circondano la porta.
Molti corridoi
davanti alla porta.
Dietro alla porta.
Invisibili.

E dietro la porta, indifferente a ciò che produce, preme l’altro, l’estraneo, l’assassino. La bambina "Aveva lo stesso pigiama./Dell’assassino./Ma più piccolo". Si tratta quindi di un assassino familiare ("Mio padre è stato per me l’assassino" diceva Saba). Il suo nome è impronunciabile (anche se "troppo conosciuto"), la parola è da lui inibita. A distanza di anni il poeta Livia Candiani ci avverte: "Tutti abbiamo una porta, non sappiamo cosa c’è dietro. Smettetela di far finta di non averla". Il grido della poesia è il grido della vita, che sfida l’indicibile e osa l’indiscrezione, in una ricerca che è innanzitutto etica.

Quando la bambina va a scuola, "la maestra/distratta/la scuoia/partendo dalla schiena/viva". Ma poi l’estraneità diventa "dolore fecondo", la base per il volo, il salto che rompe l’immobilità. La bambina gioca con animali di zucchero, modella edifici e figure con il pane, disegna un puma che "consente al cuore./La velocità". E parte la caccia alle parole – parole che si sciolgono in bocca e diventano l’alfabeto per scrivere un piccolo poema per passare indenni la notte. Così anche il buio "diventa un nido".

Dorme.
La parola.
La bambina
la prende.
Sulla lingua.
Come un fiocco
di neve.
Un alfabeto.
Gelido.
Si scioglie.

E forse è questo il poema, scritto a distanza di anni, che reca frammenti di quella scena primaria e registra l’emergere del pensiero, della parola, della scrittura. Arrivato a noi come una nave leggera. Così il poema nel suo farsi scopre se stesso, la sua necessità. Così forse ogni libro reca le tracce della sua storia.

C’era una nave
con un carico così leggero
che non poteva salpare.
Così leggero
che la nave
diventava invisibile.

***

In piccolo pigiama
con piedi di piume
la bambina
raccoglie i rumori
li mette
nel sacco.
La nave
li porta
fino alle cose.
A ogni cosa
il suo rumore.

***

Sistema in fila
fogli e libri
l’enciclopedia
della vita
il bambino
sugli scaffali
della nave
leggera
e il soffio
la porta.
Il soffio
di parola.

"C’è un’infanzia minacciata" dice Livia Candiani "c’è il tentativo di salvarsi senza pronunciare parole, orientandosi coi nomi dei fiori, costruendo creature di neve, lasciandosi guidare da animali disegnati. Perché la poesia è un sostegno leggerissimo, quasi impalpabile e salva la vita".

Livia Candiani prosegue il suo dettato e il suo viaggio nell’io, e attua una ulteriore semplificazione del linguaggio. Pensavo che non ci fosse più niente da togliere, nella sua sintassi poetica, invece no. Ne La porta spesso unità di misura non è la frase – soggetto e predicato – ma qualche lemma isolato. "La cosa che più conta sono i punti" leggiamo nell’Introduzione dell’Autore. "Sono punti che ne fanno una partitura musicale e anche ricalcano l’andatura di una sofferenza che spezza. Spezzano. E sottolineano gli a-capo dei versi. Un verso non garantisce mai il successivo, per questo quando leggo poesie a voce alta, faccio sempre ’sentire’ gli a-capo. Qui li scrivo. Come quando un ramo si spezza sotto un temporale".

Sono linee di una poetica che non grava sul testo e non precede il canto. Così come la bambina e l’infanzia sono sì figure ricorrenti nelle opere di Livia Candiani, ma sono soprattutto presenze vere. Tutto il resto sparisce, rimangono le cose. Le parole sono materia usata con grande libertà, con aperture e chiusure nuove. Pure ed essenziali come i cerchi e i triangoli di Kandinsky.

(La porta sarà presentato mercoledì 16 maggio alle ore 18.00, alla libreria Feltrinelli di via Manzoni 12 a Milano. Presentano Mia Wuehl e Giorgio Morale, letture di Livia Candiani).

Livia Candiani è nata nel 1952 a Milano, dove vive. Ha pubblicato: Fiabe vegetali (Aelia Laelia 1984), Sogni del fiume (Vivarium 2001), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (Vivarium 2005), Io con vestito leggero (Campanotto 2005). Premio Montale 2001 per l’inedito.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica poesia il 22 aprile 2007