Incendio Veneto

Gianfranco Bettin



Una densa, grossa colonna di fumo, portata dal vento in alto nel cielo e che poi, nera e grigia, si sviluppa in un enorme serpentone alato. Una strana bestia che infine, come in una spaventosa metamorfosi, si muta in una specie di grande manta che, invece che negli abissi, si allarga nell’aria, la stessa aria che respiriamo, e sopra le nostre teste, sulle quali ricade ciò che il vento e il fumo diffondono: diossine, acidi clorurati e tutto il resto che può sprigionarsi da un incendio come quello scoppiato ieri pomeriggio alla De Longhi di Treviso. Era questo, visibile a decine di chilometri di distanza, lo spettacolo che ha dominato la scena nel cuore della Marca e ha coinvolto in parte le stesse province di Venezia e di Padova.

La De Longhi produce elettrodomestici, occupa un migliaio di dipendenti – che ora, dati gravi danni subiti dallo stabilimento, temono per il proprio lavoro – ed è una delle più note aziende della galassia produttiva veneta, che si configura come un modello alternativo a quello "a polo", tipo Porto Marghera per intenderci, anche se le immagini di ieri sembrano venire direttamente dai dintorni del Petrolchimico: fiamme, nubi nere, cattivi odori, panico, elicotteri in volo, mezzi della protezione civile in giro a dire di chiudere le finestre e di non uscire di casa.

La contraddizione, in realtà, è solo apparente. Il modello produttivo veneto, del nordest in generale, è uno dei più nocivi e pericolosi, specialmente laddove si è realizzato senza regole, senza vincoli, senza cura per l’impatto ambientale, con tassi di sfruttamento e di auto-sfruttamento (per la vasta presenza di aziende a conduzione familiare). Un quadro inquietante della situazione è stato recentemente pubblicato in un libro i cui autori ed editori hanno subito più di una intimidazione: Il grigio oltre le siepi, a cura di Francesco Vallerani e Mauro Varotto (Nuova dimensione editore). Stanco di vedere questo degrado, a ottantacinque anni di età, il grande poeta trevigiano Andrea Zanzotto ha spesso alzato in questi mesi la sua voce. Ovunque, sono attivi comitati e gruppi di cittadini che reagiscono a difesa di aria, terra e acqua.

Sul fronte degli incidenti sul lavoro, il quadro è ugualmente drammatico. Il Rapporto Inail appena pubblicato segnala nel Veneto, per il 2006, 116 morti (18 in più che nel 2005) e 114 mila infortuni. A fronte di ciò, risultano del tutto sottodimensionate le risorse dello Spisal, delle Ulss e degli ispettori del lavoro. Nel contempo, da parte degli enti locali non si intende cambiare strada rispetto all’industrializzazione selvaggia che ha stravolto il paesaggio veneto. L’incidente alla De Longhi è, per tanti versi, esemplare. Segnala, in modo cupamente spettacolare, che c’è una Porto Marghera diffusa sul territorio, proprio mentre quella originale sta cercando faticosamente di entrare in una nuova era. Dimostra che di questa pericolosità non c’è vera consapevolezza: è infatti incredibile che un incendio di questa portata sia potuto svilupparsi così facilmente in un’azienda così nota e ricca. Ancora, viste alcune reazioni di autorità locali, si conferma che, tra troppi amministratori e tra i loro referenti nei servizi e nelle stesse autorità sanitarie (da essi nominate), dopo i primissimi momenti di emozione, la tendenza prevalente è alla minimizzazione. Così, ieri, a sera inoltrata, mentre si sentivano vigili del fuoco e carabinieri esprimere serie preoccupazioni, mentre si invitava la gente a non mangiare la verdura raccolta in zona e si disponeva perché gli alunni oggi non venissero fatti uscire da scuola, si diceva tuttavia che dall’incendio non è uscito niente di troppo cattivo. Insomma, passata la paura, torniamo al solito andazzo. Bisognerà invece tener desta l’attenzione, perché dopo l’incendio è proprio quello che resta nell’ambiente a dover preoccupare di più. Ed è proprio adesso, invece, che rischiano di prevalere gli interessati custodi del grigio che sta dietro le siepi.

Pubblicato su "il manifesto" del 20 aprile 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 20 aprile 2007