Nec reges nec potestates #1

Sergio Baratto



Poiché Dio in questo secolo preferì i ricchi e i potenti ai poveri (…), onorando i potenti concordiamo con l’ordine da Lui stabilito.
Determinatio francescana, XIII secolo

"Noi abbiamo rettificato la tua opera e l’abbiamo rifondata sul miracolo, il mistero e l’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere guidati nuovamente come un gregge", dice nei Fratelli Karamazov il Grande Inquisitore a Gesù tornato sulla terra, prima di mandarlo al rogo.

Alcune delle storie che seguono sono successe all’incirca otto secoli fa. Sono storie di uomini religiosi che con le loro parole e la loro vita hanno osato scardinare le strutture autoritarie del Sacro.
In altre parole, hanno cercato di riaprire i giochi. Libertà contro sottomissione, fratellanza contro autorità, invenzione di un rapporto creativo e amoroso con il Mistero.
Sono storie esemplari di eretici. "Eresia" viene dal greco airesis, "scelta" o "fazione". L’eretico è colui che sceglie, che prende posizione: il peggior scandalo immaginabile, nel momento in cui agli uomini viene imposto di obbedire, di lasciarsi guidare docilmente.

Alle loro storie si alterneranno alcuni episodi più o meno noti della storia della Chiesa Cattolica nel Novecento: dunque molto più vicini a noi nel tempo.
Si tratta di storie altrettanto esemplari.

Di nuovo, in questo inizio secolo soffocante e terribile, ripugnanti caste sacerdotali, luttuosi cascami dell’imperialismo neoliberista, l’euforia suicida della merce autoritaria e del positivismo ipertecnologico.
Ovunque si guardi, sembra che non ci sia data altra scelta. Al vuoto e alla paura si oppone sempre e solo l’antica, mostruosa ma confortevole soluzione: un’obbedienza cieca e deresponsabilizzante.
Si torna a respirare un’aria di sottomissione. L’adorazione del suddito per il padrone si fa nuovamente virtù e motivo di vanto. L’amore collettivo va "ai re e alle potestà".

"Nec reges nec potestates debent esse in ecclesia Dei (…), immo sunt contra Deum", dicevano invece i pauperes Christi nel Duecento, in un tempo in cui la pianura padana ancora pullulava di ribelli e Milano poteva meritarsi l’appellativo di "fogna d’eresie": "Né i re né le podestà devono essere nella chiesa di Dio (…), anzi sono contro Dio". Sono passati ottocento anni, ma l’urgenza delle loro parole appare ancora immutata.

1. Il monaco Enrico

"Apprendo che l’eretico Enrico non cessa di inondare di mali infiniti la Chiesa di Dio e che si è introdotto nel paese sottoposto alla vostra autorità coperto da una pelle d’agnello (…). Costui è nientemeno che un monaco apostata, perché ha fatto professione religiosa; e come un cane che ritorna al suo vomito, è in seguito tornato alle impurità della vita secolare. Ma, non osando o non potendo più dimorare tra la sua gente e nel suo paese, a causa della enormità della sua colpa, è partito, con una corda a cingergli i fianchi, senza meta, come un uomo che non ha più né loco né foco. Costretto a mendicare il pane (…), si è messo a predicare per vivere. Tutto quello che, tolto il nutrimento, riceveva in eccesso dagli ingenui o da certe donne rispettabili che gli prestavano ascolto, finiva speso in giochi o in modi ancora più vergognosi. Per non dire delle volte in cui si vide questo predicatore senza pari, dopo aver mietuto durante il giorno gli applausi della folla, trascorrere la notte in compagnia con donne di facili costumi, quando non addirittura con donne sposate!"

Così, intorno al 1145, scrive Bernardo di Clairvaux (Chiaravalle) a Ildefonso, conte di Saint-Gilles e Tolosa, per annunciargli il proprio imminente arrivo in città. Tutta la lettera trasuda un senso di urgenza e preoccupazione: il dotto monaco cistercense è un uomo di fede e di pensiero, ma all’occorrenza non disdegna l’azione. Tanto più in situazioni di gravità inaudita, come quella che si è creata a Tolosa. È necessario correre quanto prima ai ripari e cauterizzare una piaga eretica che da tempo ha dimostrato di possedere uno spaventoso potere infettivo: "Le chiese sono deserte, la gente privata dei sacerdoti… Le chiese vengono chiamate sinagoghe e i nostri santuari non sono più ritenuti luoghi santi; i sacramenti non si considerano più cose sacre e le nostre solennità hanno smesso di essere celebrate. Si lascia che le persone muoiano nel peccato e che compaiano davanti al temibile tribunale di Dio senza riconciliarli tramite la penitenza e senza somministrare loro la santa comunione. Si arriva a privare i bambini della vita che ricevono in Gesù Cristo rifiutando loro la grazia del battesimo…".
Cosa sta succedendo nel Tolosano? Perché le chiese all’improvviso si sono svuotate? E chi è l’eretico Enrico, predicatore apostata e puttaniere?

1116, Le Mans. Una strana figura arriva in città, un giovane vestito come un vagabondo o un padre del deserto, con una tela grezza a mo’ di saio e una corda alla cintola. I suoi modi e la sua figura austera tradiscono una vita di penitenza. Dice di chiamarsi Enrico, percorre le vie della città predicando e praticando la povertà evangelica. la gente si incuriosisce, si ferma ad ascoltarlo, comincia a seguirlo. Ben presto, per tutti diventa Enrico l’eremita.
All’epoca, la massima autorità cittadina è il vescovo Ildeberto. Non appena viene a sapere del curioso predicatore lo manda a chiamare, o forse addirittura lo incrocia nella pubblica piazza e si ferma ad ascoltare le sue parole. Certo è che ne ricava una buona impressione: Enrico parla bene, nel più puro spirito evangelico. Ildeberto gli concede dunque l’autorizzazione a predicare in città.
Forse il vescovo non ha prestato troppa attenzione agli insegnamenti dell’eremita, forse il caso ha voluto che ascoltasse la parte meno "scandalosa" della sua predicazione. Si sa soltanto che, mentre Ildeberto si trova temporaneamente lontano da Le Mans, nella diocesi scoppia il caos. Le informazioni che gli vengono fatte pervenire sono sconcertanti: il predicatore vagabondo ha istigato il popolo alla ribellione e questi l’ha seguito. Ora l’intera città è in tumulto e il popolino non riconosce più alcuna autorità.
Ma cosa va dicendo quel pazzo di Enrico? chiede il vescovo, Che razza di messaggio infernale ha instillato nelle menti di quei miserabili straccioni? Gli rispondono: condanna dei soprusi da parte del ceto magnatizio, denuncia dell’immoralità in cui vive il clero. Ildeberto torna precipitosamente a Le Mans e caccia il predicatore.

Enrico torna a vagabondare per la Francia, predicando nei paesi. Le notizie sul suo tragitto e sulla sua missione si fanno via via più oscure finché, nel 1134, non riappare improvvisamente a Pisa, dove viene condotto in stato di arresto di fronte a un tribunale ecclesiastico. La strada è lunga dal Maine alla Toscana, e quasi venti anni sono trascorsi dai fatti di Le Mans. Praticamente un’eternità.
Facile immaginare che a Pisa venga torturato, che si cerchi di estorcergli una confessione d’eresia. Così è, almeno in apparenza: di fronte al sinodo ecclesiastico, Enrico abiura, accetta di farsi monaco e promette di ritirarsi nel monastero cistercense di Clairvaux.
Non si sa se vi si rechi effettivamente, quanto tempo eventualmente vi trascorra, né se vi incontri il magister indiscusso dell’ordine, vale a dire il futuro san Bernardo. Sta di fatto che, a un certo momento, è di nuovo in strada, di nuovo ramingo. Un indisciplinato recidivo.

Di nuovo il vuoto. Passano altri dieci anni. Verso la metà degli anni Quaranta Enrico ricompare, stavolta a Tolosa. Il suo carisma deve avere qualcosa di veramente demoniaco, deve possedere una capacità infettiva fuori della norma, perché di nuovo si ripete, con maggiore virulenza, lo scandalo di Le Mans: le chiese si svuotano, il popolo minuto comincia a seguire il monaco errante come un nuovo profeta, cresce e si diffonde a macchia d’olio la disobbedienza nei confronti delle autorità religiose, della dottrina ufficiale e dei suoi riti.
Le voci corrono, giungono all’orecchio di Bernardo di Clairvaux. L’illustre monaco è a conoscenza dei fatti accaduti nel Maine trent’anni prima, del processo pisano, dell’abiura e della successiva apostasia di Enrico. Può essere che una simile ostinazione nella malvagità lo scandalizzi, ma ciò che più gli preme è di estirpare il cancro eretico prima che l’infezione si propaghi. È in questo frangente che, prima di mettersi in marcia verso Tolosa, scrive la lettera al conte Ildefonso di Saint-Gilles. Il tono è minaccioso, le frasi scelte con cura per intimorirlo e costringerlo ad accettare l’imminente ingerenza, l’intervento dell’autorità ecclesiastica nel suo feudo: "Dopo essere stato scacciato dal resto della Francia a causa dei mali da lui provocati, ha finito con l’abbattersi su di voi, nella speranza, con l’appoggio della vostra autorità, di poter senza timore estendere le sue devastazioni nel gregge di Gesù Cristo. Vi lascio decidere, illustrissimo Principe, se ciò vi fa onore".

La sorte di Enrico è segnata. Nel 1145, con l’avallo del legato pontificio, Bernardo di Clairvaux giunge a Tolosa. Di lì a poco il predicatore viene arrestato e scompare per sempre, inghiottito dai gorghi della storia.

"Quando con dolore vedeva minacciata o perseguitata la nostra santa religione, non risparmiava fatiche, non viaggi, non premure per difenderla strenuamente e porgerle aiuto secondo le sue possibilità", scriverà papa Pio XII nell’enciclica dedicata a San Bernardo (Doctor Mellifluus, 1953). "Grandi lodi gli vengono tributate non solo dai sommi pontefici e dagli scrittori della chiesa cattolica, ma non di rado persino dagli eretici".

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La figura del monaco Enrico è avvolta da un velo di mistero. Non sappiamo la sua provenienza, non conosciamo il percorso preciso dei suoi vagabondaggi. Del suo carattere e della sostanza della sua predicazione possiamo dedurre qualcosa a partire dalle reazioni e dai pochi resoconti dei contemporanei. Ovunque andasse, la gente semplice capiva le sue parole e all’improvviso, come se un velo le venisse strappato dagli occhi, si ribellava. Erano scoppi di quella rabbia intrattenibile che prende a volte i cuori semplici quando li si pone di fronte a una verità nuda. Così doveva accadere anche per Enrico: che girava vestito di stracci, viveva di elemosine e chiedeva la povertà della Comunità di Dio. A chi aveva la bontà di ascoltarlo e di osservarlo, non poteva sfuggire il contrasto con un clero impastoiato in una amministrazione burocratica del Sacro e profondamente compromesso con il potere politico.
Se le si capovolge come negativi fotografici, persino le accuse infamanti di Bernardo si trasformano: dopotutto, era stato lo stesso Gesù Cristo a frequentare le prostitute, a parlare con loro come a persone normali. Se Enrico non temeva né aborriva il contatto con la femmina, il precedente era da cercarsi nel Vangelo.

Per amore di verità, bisogna pur dire che, stando alle testimonianze dell’epoca, Enrico propugnò anche alcuni concetti indiscutibilmente eterodossi, il che in qualche modo giustifica la condanna "dottrinale" di San Bernardo. Pare che Enrico sostenesse la necessità di riformare l’istituto matrimoniale: nella sua visione eterodossa, doveva trattarsi di una scelta consapevole e autonoma, libera da condizionamenti economici o calcoli opportunistici.
Pare che ritenesse un’assurdità la teoria del peccato originale, perché – diceva – non è ammissibile che un peccato commesso dal padre si trasmetta al figlio.
Pare che sostenesse la superfluità del battesimo per la salvezza dei bambini morti prematuramente, perché – diceva – non è pensabile che Dio cacci dal paradiso gli infanti solo perché sono morti prima di essere stati battezzati.

Ma, più di ogni altra cosa, è probabile che la sua rovina si debba alla sua convinzione che ogni cristiano, indipendentemente dal proprio stato, dovesse vivere in libertà e con responsabilità piena il rapporto con Dio. Una visione inaccettabile agli occhi dell’istituzione ecclesiastica, perché, seppure in modo germinale, minava alla radice le strutture fondamentali del Sacro: la paura, l’ossessiva gabbia dei tabù, la distinzione gerarchica tra condizione laicale e sacerdotium, la sottomissione all’autorità egemonica dei mediatori tra l’umano e il divino.

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Bibliografia:

G. G. Merlo, Eretici ed eresie medievali, Il Mulino, Bologna 1989
G. G. Merlo, Contro gli eretici, Il Mulino, Bologna 1996

Siti web:

Il monaco Enrico (it.)
Henry of Lausanne (ing.)
Le opere complete di Bernardo di Chiaravalle (in francese)
L’enciclica Doctor Mellifluus di Pio XII dedicata a Bernardo di Chiaravalle








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 19 aprile 2007