L’egocalisse

Tiziano Scarpa



È scoppiata un’epidemia dentro e fuori dei libri. I focolai sono sempre più numerosi. Il morbo si chiama autobiografia. La scrittura si è ammalata di io. Le passioni realmente vissute dagli scrittori sostituiscono quelle dei personaggi inventati. Gli autori di libri parlano dei sentimenti che hanno provato, descrivono le emozioni sperimentate personalmente. Per alcuni è una malattia mortale della letteratura, per altri è un toccasana.

Gli insospettabili

I contagio ha infettato anche autori che ne sembravano immuni. Chi se lo aspettava da Emmanuel Carrère un libro come Un roman russe, uscito da poco in Francia? Nei suoi romanzi precedenti, Carrère si era inventato uomini che perdono l’identità e diventano pazzi per essersi tagliati i baffi, millantatori che riescono a reggere per decenni bugie enormi, padri pedofili al limite della verosimiglianza. Adesso invece si fa un autoritratto, racconta quanto lo angoscia la follia della sua famiglia. L’americano Donald Antrim, autore di tre romanzi estrosi, ha tirato fuori La vita dopo (Einaudi), in cui fa i conti con la morte di sua madre e mette in piazza le sue ferite e i suoi traumi giovanili. Perché lo ha fatto? Forse per passare dalla "verificabilità dell’esperienza emotiva" puramente immaginata (come diceva a proposito del suo libro precedente), all’esperienza che ha provato lui stesso con il lutto per la perdita della mamma. In ogni caso, gli autori nei libri ci mettono non solo l’ombelico, ma anche le viscere e il cuore. Sono sempre più implicati in ciò che raccontano. Sarebbe riduttivo considerarla una tendenza puramente letteraria. Piuttosto, è un’occasione per verificare come sta l’io in pubblico, che ne è dell’individuo che decide di offrire il racconto di sé come contributo alla comunità.

I cavalieri dell’egocalisse

Consideriamo alcuni fra i casi letterari più letti e discussi nei mesi scorsi in Italia. Contengono decisivi elementi autobiografici: Gomorra di Roberto Saviano (Mondadori), Troppi paradisi di Walter Siti (Einaudi), Tuttalpiù muoio di Filippo Timi e Edoardo Albinati (Fandango), Reduce di Giovanni Lindo Ferretti (Mondadori), I nuovi sentimenti a cura di Romolo Bugaro e Marco Franzoso (Marsilio). Da dove vengono tutti questi cavalieri dell’egocalisse? Che cosa annunciano? Sta cominciando davvero un’epoca in cui dai libri pretenderemo soprattutto il racconto di un’emozione provata dall’autore, più che la sua fantasia?

Topopatia, o della comprensione emotiva di un luogo

Pensate a come potrebbe cambiare l’obiettività dei reportage, la narrativa dei testimoni, l’"osservazione partecipante" dei sociologi. Jack London vestito di stracci si era finto barbone in periferia di Londra (Il popolo dell’abisso, edizioni Robin). Günter Wallraff si era truccato da immigrato (Faccia da turco, Pironti). Fëdor Dostoevskij e Primo Levi sono stati deportati dove sappiamo. Ma fra questi due estremi (l’incursione del reporter travestito e l’internamento), esiste anche una terza via, una zona di mezzo del coinvolgimento personale: andare a Mirabilandia con tua figlia di sette anni e la sua amichetta, come fa Francesco Piccolo in uno dei suoi imperdibili reportage nell’Italia spensierata (Laterza). In quel parco di divertimenti, Piccolo non si limita a guardarsi intorno, ma soffre, si preoccupa per le due bambine, teme che si spaventino troppo o si sentano male sulle montagne russe, vigila perché non si perdano nella folla. Capisce molto meglio quel luogo perché lo patisce emotivamente.

Il dissenso sessuale

Guardare a se stessi non è solo una contemplazione vanitosa del proprio ombelico. O dei propri inguini. Ha un valore collettivo. Fateci caso: sembra che oggi di esperienze sessuali riescano a scrivere solo le donne e gli omosessuali. Da Catherine M. a Melissa P. a Walter Siti. Come mai? Semplicemente perché sono più bravi? O perché esprimono un modo di intendere il sesso e le relazioni umane in contrasto con quello che domina nella mentalità pubblica, nei luoghi comuni pubblicitari? Quando un singolo racconta come vive e che cosa prova può impersonare addirittura un’alternativa politica. La società è un’organizzazione generale del godimento: ma allora, chi gode e si appassiona in altri modi diventa, con un semplice gesto autobiografico, un critico, un antagonista, un eversore.

L’autogossip

Alcuni, d’accordo, sull’autobiografia ci marciano. Ostentano debolezze e magagne in pubblico, per uscirne più gloriosi, più glamourosi. È redditizio gestire personalmente la propria metà oscura, esibendola, per annettersi il lato nero dell’umano; come ha fatto Marco Baldini, che in Il giocatore (Baldini Castoldi Dalai) ha raccontato la sua rovinosa passione per il gioco d’azzardo. Ma chi ha diritto a raccontarsi, oggi? Le stesse persone che hanno il monopolio pubblico del nudo e dei pettegolezzi. Vale a dire le star, e in generale le persone famose per qualsiasi motivo: tutti quelli che i paparazzi inseguono per rubare con la macchina fotografica un bacio clandestino o una chiappa scoperta. È come se solo loro fossero sessuate e avessero una vita privata. C’è anche la direzione opposta: diventi importante quando vengono a sfruculiare nelle tue miserie. Ma, allora forse puoi arrivare alla fama, all’autorevolezza pubblica, facendo gossip su te stesso, autosputtanandoti. Il coraggio dell’autodenigrazione conferisce onore. È the autority of failure, l’autorità del fallimento. Però puoi usarla anche per aiutare gli altri a uscire da un tunnel, come ha fatto Vincenzo Punzi in Io, pornodipendente (Theoria), in cui racconta le sue allucinate sedute masturbatorie per ore e ore di fronte ai siti osceni in rete.

Logomachia del dolore

Offrirsi come esempio fondato sulla propria sofferenza potrebbe sembrare un ricatto del "dolorismo", come lo chiamava Aldo Palazzeschi. Ma può diventare anche una sfida per lo stile. Philippe Forest, professore di letteratura e autore di libri sconvolgenti sul cancro che ha ucciso sua figlia a quattro anni (Tutti i bambini tranne uno e Per tutta la notte, Alet), è un letterato raffinato, eppure nelle interviste e nei saggi teorici dichiara che un tema così terribile lo ha spinto a cercare di scrivere "senza letteratura": il racconto del proprio lutto è anche una ricerca linguistica. L’enormità del dolore pretende un salto di qualità nella scrittura, lo scrittore battaglia con le parole che era abituato a usare, cerca un linguaggio nuovo. Ma se preferite una versione ottimista, americana di tutto ciò, provate a sfogliare Il cancro mi ha reso più frivola, di Miriam Engelberg (Tea): sono fumetti di una che non sa disegnare. Che significa? Che all’autrice ammalata si perdona l’inettitudine artistica? No. Più che a se stessi e ai propri guai, queste vignette elementari sono un monumento alla virtù cardinale di quest’epoca: l’autoironia (che qui arriva a livelli fondamentalisti). Non ci si prende sul serio nemmeno con un tumore in corpo. Forse è proprio l’autoironia la metastasi incurabile di questi anni, il dispositivo di controllo introiettato dall’io per stare al suo posto e non invadere drammaticamente lo spazio sociale con richieste troppo ingombranti, fondate sulla propria esperienza di vita.

Annoioterapia

Una storia vera non è tenuta a essere avvincente. Ciò che rovina gran parte della immensa quantità di fiction che avviluppa il nostro pianeta è la sua artificiosa eccitazione, i colpi di scena per contratto. Il narratore di esperienze personali invece racconta quello che gli è successo e basta, non deve sorprendere l’ascoltatore a tutti i costi. Nessun romanziere professionista avrebbe saputo ideare le trame sfilacciate e inconcluse degli splendidi libri autobiografici di Emanuele Trevi (I cani del nulla, Einaudi, Senza verso e L’onda del porto, Laterza).

Il sistema solare delle star

Le star scrivono molte autobiografie (ultimamente lo hanno fatto Alessandro Del Piero, Gianna Nannini, Claudio Baglioni). Spesso raccontano come il successo è arrivato inaspettato, come sono capitate per caso dentro la grande macchina produttrice di miti che ha edificato la loro icona; che poi è lo stesso apparato che, chiudendo il cerchio, ha prodotto la loro autobiografia. Leggete l’interesantissimo Le stelle della mia vita, di Claudia Cardinale (Piemme): un fatale colpo di vento solleva il velo sul suo volto, e la ragazzina che faceva la comparsa in un cortometraggio viene notata da Omar Sharif, si ritrova attrice da un giorno all’altro. Nelle loro autobiografie, le star tendono a chiamarsi fuori dall’apparato che le ha rese tali. L’io si presenta, contraddittoriamente, come residuo irriducibile, esterno al posto (la celebrità) dal quale ci sta raccontando se stesso: continuo a essere il ragazzo semplice di una volta, rimango l’ingenua fanciulla che intraprese questa carriera per gioco… Le luminose stelle si trasferiscono sull’opaco pianeta autobiografico: è un satellite che gira intorno a se stessi prendendone le distanze, come se ci stesse offrendo la luce riflessa che ha raccolto da qualcun altro. Si dà forma a un altro io, un sé ordinario, quotidiano, umano. Ma questi racconti sono fondati sulla celebrità mediale! Ne sono il prodotto. Non esisterebbero se i loro autori non fossero famosi. È l’apparato che rende possibile questa "umanità", e, in definitiva, la fabbrica.

L’autobiografia impossibile

Fra i principali aventi diritto all’io ci sono il terrorista e il criminale. Dal bestseller degli anni Ottanta Mara Renato e io di Enrico Franceschini (Mondadori) a oggi, sono decine, ormai, le memorie di brigatisti e sovversivi. Io però attendo l’autobiografia impossibile, quella di un kamikaze non sopravvissuto a un attentato riuscito. Intanto ho letto con piacere un altro genere di memoriale, impostato sullo stesso tono autoindulgente degli autobiografi terroristi: Catene spezzate (edizioni Agar) dell’ex rapinatore Luciano Lutring. È molto bello il capitolo in cui deruba una turista svizzera sulla Riviera romagnola: la valigia è piena di biancheria intima raffinata e fotografie della donna, Lutring si innamora feticisticamente maneggiando calze e mutandine, vuole conoscerla, la sposa.

Mp3 readers

Ma la figura dell’autore sta invadendo i libri anche per altre vie. Basta notare che una delle autrici di fiabe più vendute al mondo è Madonna. Sì, proprio la cantante. E poi ci sono tutti i romanzi dei comici, dei cantanti e dei politici. Che cosa succede, quando si apre un loro libro? È inevitabile sentire risuonare intimamente la voce dell’autore che ci è diventato familiare nei media. Ci detta la cadenza, il tono, il ritmo della pagina. Quasi come un audiolibro: ma la presenza mediale dell’autore è così traboccante che non è stato necessario accludere al libro un disco o un file sonoro digitale: sono già presenti dentro il lettore. Il capostipite di questi libri è, idealmente, Mein Kampf di Hitler, che più di ogni altro ha pianificato la diffusione della propria immagine e della propria voce: anche nei lettori di quel libro doveva risuonare automaticamente il timbro del dittatore. Ovviamente non sto dando dei nazisti a comici, cantanti, politici di oggi: constato semplicemente un uso, se non totalitario, totalizzante dell’io che trabocca e pervade tutti i canali, anche la scrittura.

Il blog, spremuta di io

Qualcosa di analogo accade in rete. Tutti sanno ormai cosa sono i blog, ma qui vorrei riconsiderarne due caratteristiche: il diarismo e il rapporto singolo-molti. Anche i blog più impersonali sono involontariamente diaristici: snocciolando giorno per giorno articoli, citazioni, rassegne stampa, rivelano un’evoluzione del loro autore, un avvicendarsi dei suoi interessi e dei suoi umori. L’io che ne viene fuori è un addetto al bollettino pubblico di se stesso, un giornalista di sé che fa sapere a tutti come si sente in rapporto al mondo e che cosa gli interessa oggi rispetto a ieri. Visitare un blog equivale a chiedersi: come sta, come si sente stamattina il tal dei tali? In più, la possibilità per i visitatori di commentare il testo pubblicato, provoca spesso un dialogo. Il blogger è chiamato dai commentatori a rendere conto delle parole che ha messo in rete. Si crea così una coda, un ultratesto che prosegue e giustifica il testo rispondendo alle obiezioni: e qui è come se venisse spremuto fuori l’io che se ne stava nascosto nel testo. Nell’ultratesto delle risposte ai commenti, prende forma un io emotivo, permaloso o bonario. Ah: nel frattempo più di cento blogger in Italia hanno pubblicato libri, portando su carta questa esperienza dell’io come effetto dialogico, come risultato di una discussione appassionata. Alcuni di loro sono autobiografi giovanissimi, con Pulsatilla in prima fila (La ballata delle prugne secche, Castelvecchi).

Il ballo autobiografico dei debuttanti

Qual’è il momento giusto per fare un bilancio della propria vita, se non da vecchi? Come hanno fatto Rossana Rossanda in La ragazza del secolo scorso e Pietro Ingrao in Volevo la luna (pubblicati entrambi da Einaudi). E invece questi anni ci propongono parecchi diari e raccolte di post di blogger ragazzi. Come se il racconto di sé, l’autoritratto narrativo fosse una prova iniziatica per l’ingresso in società: non più un’invenzione letteraria ma una prestazione che bisogna fornire all’inizio, non alla fine dell’esistenza.

Capitan Rabito

Di qualunque età siano i suoi autori, questa nuova narrativa dell’io ha trovato il suo eroe e capitano. A settant’anni Vincenzo Rabito ha raccontato la sua vita di miseria, le guerre, il fascismo colonialista, i bordelli (Terra matta, Einaudi). Ha scritto in un italiano terremotato da possenti analfabetismi. Ma la nostra vita non è sempre, alla fine, una parola che scriviamo con un errore di ortografia? Rabito è l’emblema di quella inestimabile invenzione occidentale che chiamiamo, per pigrizia, "letteratura". La letteratura è un varco per tutti, è un posto dove all’improvviso può irrompere un ignorante che ti dice come stanno davvero le cose, ti racconta il suo contronovecento crudelissimo e assurdo, che fa piangere dal ridere e dalla commozione.

Una versione ridotta di questo articolo è uscita su L’espresso, marzo 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 18 aprile 2007