Autogrill

Sergio Nelli



Congedo

Quando ci siamo finalmente lasciati dopo quattro anni di crisi continue, tanto che ormai mi sentivo un professionista, il giorno dell’evento avrei voluto prendere il mio scooter e scorrazzare per la città. Ma il mio scooter era stato da poco venduto e allora mi sono messo a camminare. E più mi stancavo più camminavo. A un bar ho preso una coca cola e ho pensato che questa volta a casa non avrei trovato davvero nessuno e che avrei potuto aspettare di avere almeno un ricambio. Ero partito da via Orsini e, facendo il lungarno verso Ponte Vecchio, avevo continuato fino ad arrivare al giardino di Santa Rosa. Le case basse erano luminose, il verde verdissimo e il selciato infinitamente irregolare. Mi facevano male i piedi e non è che questa vicinanza a me stesso mi facesse stare bene, ma non volevo invertire la marcia. L’accusa lanciatami che più mi bruciava era quella di manipolatore e ne esaminavo i possibili significati. Procedendo non riuscivo inoltre a liberarmi dall’immagine corrucciata di Lorella che a volte prendeva addirittura le sembianze di Medusa. E qui mi sono ricordato di quando un pomeriggio degli ultimi, mentre sonnecchiava con la parte di sotto nuda, era caduta dal letto e mi era sembrato che l’avesse fatto apposta. Ero andato avanti attraversando i viali all’altezza di Ponte alla Vittoria procedendo fino a viale Talenti e allo snodo della tranvia in piazza Batoni. Guardavo via via le case sempre più popolari, più nuove e già vecchie. Pensavo che la gente s’organizza in famiglie. A un certo punto mi sono fermato in un giardinetto ma ero incapace di stare fermo, seduto su una panchina. Ho toccato un muretto di recinzione impolverandomi le dita col cemento imbiancato che si sbriciolava e sembrava fosforescente. Mi è preso un momento di panico. Ho afferrato il telefonino, così ho guardato l’ora e controllato se c’era la letterina gialla dei messaggi. Quando l’ho riposto in tasca mi sono rimaste in mano le chiavi di casa. Ci ho sbucciato la corteccia di un alberello guardando se da quel taglio sortiva qualcosa.

Appuntamenti

Stavo in un albergo e partecipavo a una specie di convegno. In realtà, uscivo per appuntamenti in una piazza vicina nei quali venivo sempre bidonato. Nonostante la piazza fosse molto ordinata, per terra, vicino a un’aiola, c’era una finestra sfasciata. In uno dei rientri, mentre nello hall i miei colleghi si incrociavano e interagivano, ho trovato nella camera in cui mi rifugiavo un giovane intruso. Indigente, malavitoso, profugo, clandestino? Mi ha fatto sobbalzare. Non so, aveva una faccia poco raccomandabile, ma non era affatto violento e stava usando con gusto i confort del letto, dell’acqua corrente e del frigorifero. Perché era penetrato in camera mia? che ci faceva? Erano domande inutili. Gli ho detto che gli davo un po’ di tempo per scomparire ché altrimenti avrei chiamato qualcuno. Mi sembrava che avesse anche una cicatrice vicina alle labbra. Era straniero. Ho indugiato per vedere la reazione, poi, cercando inutilmente di focalizzare il suo piano, il suo malessere, il suo problema, sono uscito per un altro appuntamento.

L’immagine

Non mi piacciono i culi allargati, dilatati. Mi fanno schifo anche la mano o il pugno nella vagina. In entrambi i casi sembra un polso che eviscera un pollo. L’immagine porno è arrivata mio malgrado (forse si poteva prevedere) con l’aggiunta di un piccolo dolore.

Autogrill

Ho sete, ho fame, ho voglia di cagare. Autogrill-grill-grill, autogrill-grill-grill. La cantavamo a squarciagola nell’autobus del ritorno. Dopo la gita a Ravenna. Avevamo gli occhi rossi. Nelle poltrone davanti, vicino al guidatore stavano i nostri tre professori di scienze naturali, inglese e lettere. Li scrutavo. La professoressa di scienze avrà detto fra sé che razza di animali sono questi nuovi? Ridacchiava come si ridacchia quando si sbircia qualcuno che fa i propri bisogni. Quella di inglese sicuramente era un po’ schifata. Questi piccoli divoratori e cannibali le facevano più profonde le rughe sopra la bocca. Una generazione di alimentati che lì, sotto i suoi occhi, facevano un’apologia del consumo smodato, degli appettiti. Gridavamo e le nostre parole lanciate ci facevano girare come trottole. In corridoio c’era un vortice. Eravamo come quel fumetto che gira e divora, il Diavolo della Tasmania. Non c’era posto per un tè dell’anima, per un tè delle cinque. Ma chi mi interessava di più, come sempre, era il prof. di italiano che è il più bello. Sotto la luce dell’autobus il suo volto sembrava ambrato, come fossilizzato. Terribile! Doveva pensare, secondo me, mentre scandivamo le parole dello slogan. ‘Terribile’ e ‘misterioso’ e ‘boh’, sono sue espressioni consuete. Ma quando ci siamo calmati e il silenzio è ritornato profondo come la stanchezza l’ho beccato. Articolava qualcosa con la bocca. Sul finestrino che lo rifletteva, lo giuro, bisbigliava le parole autogrill-grill-grill, autogrill-grill-grill. Mi sono alzato dal mio posto vicino a Beatrice che mi puntava un ginocchio sul fianco (aveva la calza nera smagliata e un occhio con il trucco sfatto). Stavo per andargli vicino e dirgli: prof canta con noi?, ma poi ha mosso la testa come seguendo qualcosa del paesaggio, qualcosa che si allontanava, e allora sono stato zitto.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 14 novembre 2011