Gli incolpevoli

Benedetta Centovalli



Gli incolpevoli di Hermann Broch (ediz. originale 1950; trad. it., Torino, Einaudi, 1963, rist. nel 1981, introvabile oggi in libreria), autore del più noto e ambizioso La morte di Virgilio (ediz. originale 1945; trad. it., Milano, Feltrinelli, 1962, disponibile in ediz. economica Feltrinelli, 2003), è un «Romanzo in undici racconti», come recita il sottotitolo, di intatta e sconvolgente attualità.
Broch, scrittore realista con alle spalle un vasto mondo di pensiero, uno dei più straordinari della prima metà del Novecento, lavora tra il 1930 e il 1949 agli Incolpevoli, «la sua parola definitiva ed umanamente più compiuta» (L. Mittner), pubblicato un anno prima della sua scomparsa a New Haven, dove si era rifugiato dopo essere scampato, ebreo austriaco, alla Gestapo.
Gli incolpevoli ci stupiscono per la loro capacità di fornirci ragioni assolute sulla genesi dell’ascesa nazista individuando nell’essere piccolo borghese l’elemento significativo della mutazione antropologica in atto. Gli obiettivi di Broch si possono trovare spiegati con grande evidenza critica a partire dalla Nota sulla genesi del romanzo che si legge a modo di postfazione alla fine del volume: «Lo spirito piccolo borghese, di cui Hitler è stato la più pura incarnazione… si rivela ogni volta di nuovo quello dell’animale rapace prude, che ammette senz’altro qualsiasi atrocità, di conseguenza anche gli orrori dei campi di concentramento e delle camere a gas, ma si sente personalmente toccato e gravemente offeso da qualsiasi menzione in sua presenza di fatti sessuali, specie quando sono anormali, e con ciò naturalmente si tradisce da sé». È una dichiarazione definitiva, che si completa con le frasi:
«L’indifferenza politica è… strettamente apparentata all’indifferenza etica e per conseguenza, in ultima analisi, alla perversione etica. Insomma, i non-colpevoli affondano per lo più già piuttosto profondamente nella colpa etica», è dagli apolitici e dai non-colpevoli che il nazismo ha tratto energie e sostanza. Broch immerge il bisturi proprio dentro le radici del cancro nazista e ne esce con un’accusa terribile rivolta al mondo piccolo borghese, quella piccola borghesia che s’incarnerà in Adolf Hitler.
Baldacci, che a più riprese si è occupato della narrativa di Broch, tornandoci anche in ultimo, scrive a proposito di questo capolavoro: «Broch parla come illuminatore di coscienze e il suo merito storico è di avere inserito in concreto il piccolo borghese, coi suoi tabù e i suoi argomenti proibiti, nel vivo di un quadro sociale, di averlo fotografato al momento in cui stava per esprimere dal proprio seno il grande mostro» (1963, L. Baldacci, Trasferte, Milano, Rizzoli, 2001).
«Scrittore dal vero» e scrittore di pensiero, restano fondamentali le domande che Broch stesso si pone nella già citata Nota, a che scopo raccontare tutto questo? Se il problema sociale dell’arte è un problema insolubile, che cosa spera allora di ottenete l’arte? Un miglioramento sociale? L’arte - risponde Broch - non ha mai «convertito» nessuno, «Qualunque sia, infatti, l’intenzione etica di un’opera d’arte… quello che essa ricerca è sempre in definitiva l’effetto estetico, cui viene a subordinarsi ogni elemento etico». Eppure, prosegue Broch, anche se è impossibile ridestare il sentimento di colpa in chi sia unicamente colpevole di indifferenza nei confronti del proprio e dell’altrui destino, della sofferenza propria e di altri, il processo catartico appartiene all’opera d’arte che ha facoltà di trasmetterlo, ritrovando così «il suo significato sociale, che si estende fino al piano metafisico». L’arte, ribadisce Broch, agisce per se stessa, come strumento di se stessa, essendo nella sua totalità inclusi tanto l’Infinito che il Nulla, l’uno e l’altro presupposto della conoscenza concettuale, della possibilità di potere dire Io, e dunque l’uno e l’altro indivisibilmente assoluti per l’uomo e negati alla conoscenza. Questo è per Broch l’Assoluto, irraggiungibile e presente, improvviso e inatteso, indivisibilmente calato nell’Io, «e per quanto l’uomo possa essere gettato nell’insicurezza e nell’instabilità, nell’isolamento e nell’abbandono, nella spoliazione completa, per quanto possa sprofondare nell’indifferenza, indifferente a se stesso come al prossimo, e perciò colpevole, fintanto che è in grado di dire Io resta presente in lui, pronta a divampare e a riaccendersi, la scintilla dell’assolutezza, affinché egli possa ritrovare, e sia pure sull’isola di Robinson, insieme al suo Io anche l’Io del prossimo».

Pubblicato su "Stilos", 6 marzo 2007








pubblicato da b.centovalli nella rubrica libri il 10 aprile 2007