Tornando dall’India

Maria Pace Ottieri



(Queste lettere agli ascoltatori di Fahrenheit sono state trasmesse da Radio 3 dal 12 al 14 febbraio 2007)

Cari ascoltatori e care ascoltatrici, sono appena tornata da un periodo all’estero e sfogliando i giornali dell’ultimo mese, scopro che si è scatenato l’allarme generale sul mutamento delle temperature e le sue conseguenze drammatiche: innalzamento del livello dei mari, uragani, inondazioni, siccità di proporzioni e con frequenza sempre maggiori. La situazione è perfino peggiore di quanto gli scienziati non avessero previsto nel precedente rapporto sul clima del 2001.

Vengo dal deserto del Rajesthan dove da otto anni piove pochissimo, solo due o tre giorni nella stagione dei monsoni contro i venti necessari a sopravvivere. E’ la più lunga siccità che i vecchi ricordino, la terra è scavata da profonde crepe, le stoppie scricchiolano sotto i piedi, le cisterne di raccolta dell’acqua piovana sono quasi vuote, non cresce più niente e gli animali muoiono, sono scomparse perfino le gocce di rugiada sulle foglie la mattina, tutto è secco, la polvere entra nei polmoni, la gente tossisce, chi può emigra nelle città per cercare lavoro. Sono i poveri dei paesi poveri a sentire sulla loro pelle le dirette conseguenze del nostro modo di produrre e di consumare che ormai dilaga anche nei loro stati.

Il contadino del Rajesthan non ha bisogno di dati, cifre, previsioni, la siccità reale ha sulla sua vita effetti devastanti e certo più tangibili delle minacce di desertificazione o di scioglimento dei ghiacci sulla vita dei cittadini europei o nordamericani.

Eppure, nonostante alcune equivoche voci dissenzienti, è ormai assodato che la ragione del progressivo riscaldamento del pianeta risiede nell’eccessiva produzione di certi gas che accrescono il cosiddetto effetto serra, già presente nella natura.

Ma come si fa a gettare un ponte fra le grandi catastrofi ambientali del mondo e i comportamenti individuali? Che cosa ci impedisce di sentirci motivati a compiere sacrifici personali nell’interesse della comunità umana che abita il pianeta? L’idea che se tutti contribuiscono al male comune il nostro impegno personale risulti del tutto ininfluente, una goccia nel mare? Perfino l’esplodere dell’emergenza ambientale anche in paesi di nuova ricchezza come la Cina e l’India, invece di aumentare la consapevolezza delle nostre responsabilità, sembra darci un pretesto in più per perseverare nella più totale incoscienza. Anche se io rinuncio a guidare l’automobile, a che serve se miliardi di altri abitanti della terra hanno appena cominciato ad usarla, è il nostro pensiero istintivo.

L’urgenza dei nostri bisogni di individui viziati e incontentabili ci ha fatto dimenticare che anche noi, come le centinaia di organismi vegetali e animali che tutti i giorni scompaiono dalla terra, siamo una specie e che la natura non ci appartiene, siamo noi ad appartenerle. E non sarà la natura a venire distrutta, ma la specie umana.

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Anche oggi vi parlerò del clima, perdonatemi l’insistenza.

Sembra che al World Economic Forum di Davos quest’anno i potenti del mondo si siano per la prima volta seriamente spaventati delle minacce che incombono sull’umanità per via del riscaldamento del pianeta (a Davos non c’era un filo di neve, il fenomeno era sotto i loro occhi). E’un passo avanti perché fino ad ora le preoccupazioni ambientali stentavano a farsi sentire come un’urgenza del Primo Mondo, ma la soluzione proposta da imprenditori e scienziati non è affatto quella di ripensare alcuni dei valori e delle abitudini fondamentali del nostro modo di vivere diventati incompatibili con la nostra sopravvivenza, bensì la conversione di massa all’energia nucleare.

Dobbiamo credere che siano in buona fede e davvero non ci siano alternative o che la loro preoccupazione sia quella di preservare gli interessi dello sviluppo, cioè del nostro modo di produrre e consumare ? Il sospetto è che i governanti e chi ha in mano il potere decisionale mantengano intatte le loro idee sul corso del mondo.

E le scorie radioattive? Continueremo a spedirle in Africa, irreversibilmente condannata a fare da spazzatura del mondo? A chi dobbiamo credere, a loro o ai nemici giurati del nucleare che ritengono invece possibili energie alternative, come quella solare o eolica e automobili elettriche o a idrogeno? Vorrei che qualcuno mi aiutasse a diminuire il mio grado di confusione.

Chissà che cosa penseranno di noi gli abitanti della terra del prossimo secolo se tutte le peggiori previsioni dovessero avverarsi. Come si spiegheranno che vedendo minacciata la propria vita i membri e gli amministratori di società complesse come le nostre non abbiano preso alcuna misura per risolvere il problema?

Gli uomini del XXII secolo resteranno sorpresi di fronte alla nostra cecità, proprio come facciamo oggi noi nei confronti della civiltà dell’Isola di Pasqua o di quella Maya, che si sono autodistrutte per l’eccessivo sfruttamento delle risorse e per aver tagliato tutti gli alberi che servivano a trasportare immense statue e a costruire giganteschi monumenti. E’ possibile che un popolo possa prendere la decisione di abbattere gli alberi da cui dipende la propria sopravvivenza?

Come racconta, Jared Diamond nel bel saggio Collasso, mossi da sete di potere i capi dell’isola di Pasqua e i re Maya accelerarono il processo di disboscamento invece di cercare di evitarlo, perché il loro prestigio dipendeva dalla costruzione di quelle statue e di quei monumenti sempre più grandi.

Oggi al prestigio si è sostituito il profitto, ma la cieca caparbietà dei nostri capi è rimasta la stessa. A loro permettiamo quello che la morale corrente giudica inaccettabile: danneggiare il prossimo, arrecare sofferenze inutili. E’ strano che tra i diritti umani di cui tanto si parla, cioè dell’uomo in quanto specie, e non in quanto cittadino, non venga incluso il diritto alla vita delle generazioni future. E che senso ha da parte della Chiesa difendere con accanimento il diritto alla vita dell’embrione, quando viene negato a milioni di persone già nate?

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Oggi vi voglio raccontare la storia di un movimento popolare indiano che sarebbe piaciuto molto a Ghandi e che ha guidato la campagna per ottenere una legge importante, varata nel 2005 dal governo indiano: il diritto all’informazione, cioè a esaminare i conti delle amministrazioni locali per sapere come vengono spesi i soldi pubblici." I vostri soldi sono i nostri soldi, datecene conto", recita uno degli slogan.

Il movimento si chiama MKSS, una sigla che sta per Organizzazione per il potere dei contadini e lavoratori, la sua anima è Aruna Roy, una delle attiviste più note e seguite nel paese, che nel 1990, ha scelto di abitare con alcuni compagni a Devdungri, un piccolo villaggio del Rajesthan per aiutare i contadini a combattere la corruzione dei funzionari locali. Dopo aver ottenuto la fiducia degli abitanti del villaggio, vivendo come loro, Aruna e i suoi compagni sono diventati il punto di riferimento dei contadini del luogo che si rivolgono a loro per denunciare storie quotidiane di corruzione e soprusi. Sono stati gli stessi contadini a indicare loro gli obiettivi, le priorità, le direzioni in cui lottare per uscire dal circolo vizioso di una povertà degradante.

La prima battaglia, conclusasi con successo, è stata costringere un proprietario terriero del villaggio a restituire 25 ettari di terra pubblica di cui si era arbitrariamente appropriato. Poi è venuta la campagna per il salario minimo nei lavori che il governo dispone ogni anno nelle zone rurali: scavo di pozzi, costruzione di strade e dighe. Analfabeti e ignari i contadini sono sistematicamente vessati e ingannati dai politici locali che rifiutano di pagare loro anche il salario minimo giornaliero. Ad ogni vittoria, un numero crescente di contadini veniva a raccontare ad Aruna e ai suoi compagni le ingiustizie di cui erano vittime . Una volta forzati i comuni a fornire le informazioni necessarie, il gruppo ha organizzato una serie di udienze pubbliche per mostrare i risultati delle indagini: nei bilanci risultavano pagamenti a lavoratori morti da anni e a imprese private per la costruzione di scuole, dispensari e strade mai esistite. Pubblicamente umiliati, alcuni funzionari hanno restituito i soldi rubati ai cittadini.

L’esempio si è propagato con la rapidità di un incendio. In tutta la regione i contadini cominciarono a chiedere agli amministratori dei loro villaggi di rendere pubblici i loro conti: l’informazione era davvero uno strumento di potere. La campagna per ottenere la legge sul diritto all’informazione è esplosa in tutto il Rajesthan con marce, scioperi della fame, dimostrazioni culminate in un sit in a Jaipur durato 53 giorni, è stata sostenuta da decine di movimenti e associazioni di cittadini in altri stati e infine in tutta l’India. Dimenticato dalla politica ufficiale, Gandhi continua a ispirare moltissimi movimenti popolari indiani convinti che sia possibile cambiare la vita dei villaggi senza essere costretti ad abbandonarli.

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L’India è oggi un paese interessantissimo perché appare come un microcosmo del mondo, uno stato spaccato prima a metà, da una parte l’India euforica del successo, della borghesia sempre più sicura di sé e del ruolo di superpotenza che la nazione è destinata a conquistarsi nei prossimi anni, dall’altra i seicentomila villaggi di campagna dove i contadini lottano per assicurarsi due pasti al giorno e poi in innumerevoli mondi l’uno avulso dall’altro.

Al di là del vanto e dell’ostentazione del rapido progresso, le divisioni di casta e di religione pesano ancora come macigni sulla vita dei dalit, gli intocccabili, delle donne, degli adivasis, i popoli indigeni che ancora vivono in modi arcaici. L’India è una grande democrazia e una democrazia crudele, è immensamente tollerante e profondamente fanatica, è violenta e pacifica, nell’arco di una stessa giornata si alternano nell’osservatore impressioni di ricchezza e degrado, prosperità e disperazione, ammirazione e orrore.

*** C’è un clima da anni Settanta sui giornali di questi giorni, dalla crociata anti Dico, al ritorno all’attualità di presunte Br o delle basi americane, (non a caso accostate in modo sempre più incalzante in vista della sacrosanta manifestazione di Vicenza). Ricordate quando si cantava "gettiamo a mare le basi americane, smettiamo di fare da spalla agli assassini?"

Se nasci in un piccolo paese sei fregato, diceva Pasolini sempre in quegli anni. E l’Italia è rimasto un piccolo paese visto da dentro e visto da fuori.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 4 aprile 2007