Figlioli miei, artisti immaginari

Marco Senaldi



Che bella cosa, l’arte contemporanea. Sarà anche sciatta, cialtrona, schiava delle lobby, ma alla fine i suoi anticorpi riesce sempre a generarli da sé.

Per esempio, grazie a tutta una serie di artisti e di mostre fortemente impegnati politicamente, sa dare un segnale di forte presenza nel sociale. Si organizzano laboratori, si fanno luoghi di discussione, nascono reti di resistenza, si aprono forum, si chiudono porte, ci si incontra, ci si riappropria di spazi urbani. Tornano temi importanti come l’educazione, la democrazia, l’ambiente. Addirittura qualcuno si spinge a parlare di estetica relazionale – insomma si fa sul serio.

Certo all’opposto, si va sostenendo che ormai sono i luoghi di mercato decidere il futuro dell’arte, e che mostre e biennali segnano il passo rispetto alle fiere e alle aste. È in questi luoghi, si dice, più che negli asettici contenitori museali o nei freddi spazi privati, che batte il cuore vero degli scambi e dei valori dell’arte contemporanea.

Ma questo significa la resa totale al mercato, che nel frattempo si è rinforzato e conta tra le sue file non più i semplici appassionati e collezionisti di un tempo, ma star e starlette del media set internazionale, che a loro volta trascinano schiere di curiosi, in uno strano baccanale che infiamma le penne (o meglio le tastiere) degli scribacchini che un tempo si occupavano di moda, e genera indotto.

Per fortuna, a salvarci dalle logiche mercantili e dalle loro ricadute mediali, ecco spuntare un po’ dovunque i germi di un’arte nuova, che ha imparato a collocarsi in una posizione socialmente antagonista. Insomma, è inutile nasconderselo, oggi l’arte contemporanea nelle sue espressioni migliori rappresenta una seria minaccia al nuovo ordine globale costituito. …

Fate la faccia poco convinta? Certo, un po’ di scetticismo può anche sorgere se si pensa che gran parte degli artisti che il giorno prima stanno nel laboratorio contro il capitale, due giorni dopo li ritrovate inevitabilmente alla fiera più cool del pianeta – e non può essere sempre un caso. Non è che forse i due fenomeni, arte neo-impegnata e mercantilismo artistico predominante, invece di essere considerati separatamente e in opposizione l’uno all’altro, andrebbero pensati insieme, come le due facce della stessa medaglia?

Per chiarire il suo concetto di "immaginario", Slavoj Zizek racconta che una volta venne invitato da una famosa università americana a parlare della sua esperienza sotto Tito. Zizek, che è nato alla fine degli anni 40 a Lubiana, disse apertamente che la Yugoslavia di Tito rappresentava tutto meno che una terza via al socialismo, e che anzi, le condizioni di vita erano quelle di un regime apertamente antidemocratico e retrogrado. Invece di accettare pacatamente la sua spiegazione, però, gli accademici statunitensi che lo avevano invitato insorsero tacciandolo di fascismo! – come fu subito chiaro, non è che a loro stesse particolarmente a cuore il destino della Yugoslavia, il fatto è che il filosofo sloveno aveva infranto la loro più dolce illusione, quella per cui da qualche parte dovesse esistere una "terza via" al socialismo, illusione necessaria per tacitare la loro coscienza di intellettuali di sinistra, "costretti" a campare agiatamente grazie ai lauti compensi di una ricca istituzione del primo paese capitalista del mondo.

Non è che anche gli artisti e ai curatori contemporanei, così come i galleristi e i mercanti d’arte, coltivino oggi la stessa illusione dei simpatici accademici americani? Non si potrebbe facilmente sostenere che il mercato, per poter funzionare meglio, mantenendo la convinzione di trattare una merce "particolare", diversa da altre merci culturalmente inoffensive come il design o il grana padano, ha una radicale necessità di forme di neo-impegno in arte? – e, parallelamente, queste forme di neo-impegno non sono forse indispensabili supporti immaginari per artisti, curatori, critici, ecc., per poter sostenere la propria posizione contraddittoria all’interno del contesto mercantile? Non è forse qui il caso di riprendere la bistrattata categoria di "marxismo immaginario" già avanzata da Vittoria Ronchey trent’anni fa, nel ludibrio generale?

Pubblicato su "Exibart", marzo 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 4 aprile 2007