Arte prometeica e finanziamenti titanici

Tiziano Scarpa



Giorgio Napolitano è il terzo capo di stato che vedo da vicino. Il primo fu Karol Wojtyla, trent’anni fa, a Roma. "L’ho toccato, l’ho toccato!", si mise a gridare un mio amico che mi stava accanto quel giorno, guardandosi incredulo le punte delle dita che avevano appena sfiorato Giovanni Paolo II. Il secondo è stato Castro, cinque anni fa, a Cuba. "L’ho toccato, l’ho toccato!", si è messo a gridare un altro mio amico, guardandosi le dita che avevano appena sfiorato Fidel.

Verso il Presidente della Repubblica, fortunatamente, gli italiani non hanno lo stesso rapporto di soggezione infantile, miracolistica. Il Presidente è una specie di nonno che più di tanto non può fare per te, se non starti a sentire e dirti una parola buona. Come idea di capo, mi sembra sana, adulta, un’invenzione inestimabile della nostra Costituzione.

Giorgio Napolitano è venuto all’inaugurazione della nuova sede dell’Archivio Luigi Nono, nell’ex convento dei santi Cosma e Damiano, alla Giudecca. La Sala delle Colonne che ospita l’archivio è ariosa, vertiginosamente pinnacolare, ridefinita con elegante nitore dalle pareti trasparenti dell’architetto Giorgio Mastinu. Mi aggiravo fra le teche, gli scaffali di documentazione audio e video, i testi di Pavese e Brecht sottolineati e postillati da Nono stesso, i plastici con le scenografie delle sue opere. Ho rivisto uno spicchio dell’Arca lignea di Renzo Piano, dove nell’84 sono andato ad ascoltare il Prometeo. E poi gli spartiti, i manifesti, le raccolte di scritti, le fotografie…

Dà uno strano brivido ritrovare squadernato davanti agli occhi questo nodo complessissimo e puro del Novecento, un’arte estremamente élitaria che non si era ancora data per vinta, che cercava il contatto con le cosiddette "masse" esponendole all’inudibile e all’inaudito. Tanta utopia, altissime ambizioni artistiche, ma anche altrettanta capacità di trovare fondi per realizzarle. Guardavo le foto di Nono ed Emilio Vedova, e non ho potuto fare a meno di pensare che è stata una generazione che ha avuto tutto, le è stato concesso di realizzare progetti titanici, eroicamente folli, finanziati dallo stesso sistema che criticavano implacabilmente, con investimenti pubblici impensabili oggi.

È stato molto bello, davvero, che il nostro carissimo nonno, pardon, il nostro Presidente sia venuto a dire una parola buona, commuovendosi e riprendendo il controllo della voce, in un posto così: la teca di una musica gracile e monumentale, un’arte politicamente perdente, travolta dalla nostra epoca populista, dai suoi suoni ritmati che incutono fretta. È stato un pochino meno bello che tutti coloro che hanno preso la parola abbiano ostentato familiarità con Luigi Nono permettendosi di chiamarlo sempre "Gigi". Ma va bene lo stesso, l’intervento di Massimo Cacciari su Venezia che deve produrre cultura e non l’ennesima mostra sugli impressionisti l’ho trovato sacrosanto. E poi ho sentito per la prima volta la voce morbidamente roca di Maurizio Pollini. Poi l’ho rivisto aggirarsi sul pontile, all’aperto: aspettava il battello, il vento sul Canale della Giudecca spalancato gli apparteneva. Non ho avuto il coraggio di farmi avanti. È educato porgere la mano a un pianista e pretendere pure di stringergliela? Altrimenti sarei qui a guardarmi incredulo le punte delle dita che battono sulla tastiera scrivendo a voce alta: "L’ho toccato, l’ho toccato!"

Pubblicato su "Il Gazzettino", 27 marzo 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 4 aprile 2007