La volontà delle immagini

Tiziano Scarpa



Sabato scorso, sia “D” che “Io Donna”, i settimanali femminili di “Repubblica” e del “Corriere”, contenevano più di cento pubblicità. Quasi la metà raffiguravano volti o figure umane che guardano negli occhi chi legge. È stato il saggio I quadri che ci guardano di Martina Corgnati che mi ha spinto a fare un tale conteggio.

Corgnati attraversa duemila anni di storia dell’arte trascegliendo esempi di questa particolare caratteristica delle occhiate dipinte: lo “sguardo in macchina”. Mi spiace iniziare con un’obiezione, ma la scelta di usare deliberatamente un anacronismo contemporaneo, “sguardo in macchina”, anche per le icone bizantine o i ritratti rinascimentali, secondo me è uno dei pochi difetti di questo bel libro.

Che cosa guardavano, quei volti di alcuni secoli fa, quando le macchine fotografiche e le cineprese non esistevano? Si potrebbe cercare una risposta nella frase di Leonardo Da Vinci citata da Corgnati: “quel volto che in pittura riguardò in viso al maestro che lo fa, riguarda sempre tutti quelli che lo veggano”. Dunque, più che il pittore (lo aveva già evidenziato nel 1967 Giulio Paolini con il suo Giovane che guarda Lorenzo Lotto), quei volti guardano il “sempre” e il “tutti”. È uno sguardo che affonda nel mai, e nel nessuno. Trascendenza di tempo e di spettatori. Noi viventi non possiamo esprimere uno sguardo così.

Sarebbe suggestivo confrontare la diffusione in Europa delle polveri da sparo con l’artiglieria di sguardi che si sprigiona a partire da Van Eyck e Antonello Da Messina, fino a coincidere in Leonardo, che progetta cannoni, spingarde, mitraglie, carri armati, e dipinge volti che sparano sguardi fuori dai quadri.

Con molta lucidità, Corgnati fa notare che lo sguardo diretto non è un elemento contenutistico né formale. Semmai, appartiene alla relazione di potere, alla seduzione: quegli sguardi compiono un’azione, “interpellano”.

A mio parere i mezzi sono essenziali. È fondamentale che queste occhiate siano dipinte, cioè artefatte, fittizie. Sono state confezionate da qualcuno: sono oggetti, eppure sono dotati di volontà. Ti fissano, ti cercano con lo sguardo, ti chiamano. Sono ritratti che non hanno semplicemente un’identità, ma anche un’intenzionalità.

Immaginate che esperienza, per un pittore del passato, veder sbocciare un tale congegno balistico sulla punta del suo pennello. Al confronto, le foto o le inquadrature sono meno pregnanti, perché semplicemente catturano l’occhiata reale di un modello o un attore. E comunque, proprio gli sguardi fotografati che ci fissano da così tante pubblicità ci dicono molto sulla delega di volontà che ha compiuto l’Occidente. La volizione è stata trasferita dagli esseri umani alle immagini. Sono le immagini a essere dotate di volontà. Sono loro quelle che decidono di guardarci, senza limitarsi più a farsi guardare.

Solo un quarto delle pubblicità che ho conteggiato sui settimanali femminili di sabato scorso raffigurava merci, e cioè puri oggetti, passive destinazioni delle nostre occhiate di consumatori. La maggioranza erano sguardi che partivano dalle pubblicità, occhiate di cui noi siamo il capolinea. Si sfogliano quei settimanali come attraversando una foresta di pupille, ci si sente bersagliati da un plotone di occhiate.

L’Occidente ha compiuto un coerente percorso di astrazione sempre più visiva: commercio, denaro, pubblicità, immagini dotate di volontà che compiono azioni e attuano decisioni politiche. Nel frattempo, il contatto fisico reale resta occulto, dissimulato, scaricato sulle spalle degli inferi sociali: volti dal cui sguardo storniamo i nostri occhi si incaricano delle nostre biologie, badanti bielorusse puliscono il culo ai vecchi, cuochi pachistani preparano la carbonara che ingurgiteremo, infermiere polacche disinfettano corpi guasti, donne delle pulizie filippine grattano via la rogna dai cessi, prostitute africane danno sollievo ad ansie inappagate.

Martina Corgnati, I quadri che ci guardano. Opere in dialogo, Editrice Compositori, 206 pagine, 15 euro.

Questo articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2011 su “Saturno”, inserto settimanale de “Il Fatto Quotidiano”.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 13 novembre 2011