The reality show must go on

Gianfranco Bettin



L’invito del presidente della Rai, Claudio Petruccioli, a eliminare dalla programmazione già dal prossimo anno i reality potrebbe rappresentare un primo passo verso un generale miglioramento della qualità del servizio pubblico radiotelevisivo. Potrebbe. Il dubbio deriva dalle motivazioni che Petruccioli adduce a sostegno della proposta. Secondo il presidente, infatti, i reality sarebbero "un genere ormai al capolinea" e per questo vanno chiusi anche se "hanno dato tanto alla televisione". Non è una bella motivazione, che lasci sperare davvero in un salto di qualità.

E se al posto dei reality si piazzasse in video qualcosa di peggio e tuttavia "non al capolinea" bensì con il vento del successo in poppa? Sarebbe un buon motivo, questo, per sbatterlo in video a tutte le ore? Eppure, è proprio così che è andata con i reality. Una modica quantità di programmi di quel tipo ci potrebbe anche stare in tv. C’è a chi piace, tanti o pochi che siano. Il problema è che la sottocultura imperante, che premia solo l’audience (verificata, poi, chissà come), prevede che se qualcosa "funziona" l’intero palinsesto ne sarà inflazionato. Lele Mora, il principe della corte dei reality, ha costruito così la propria fortuna. Ecco perché non abbiamo solo avuto il moltiplicarsi di questo tipo di format ma l’invasione dei suoi "eroi" in ogni altro programma e, peggio, la "realitizzazione" dell’intero linguaggio e dell’intera programmazione televisiva, a cominciare dall’informazione.

Che cos’è un programma come "La vita in diretta" se non un reality? Che cos’è "Porta a Porta", nelle sue puntate clou, se non questo? Nella sua versione più intensamente politica, peraltro, "Porta a porta" è il trionfo dell’altra linea oggetto delle critiche di ieri di Petruccioli, quelle relative al bilancino applicato ai vari "pastoni politici", bilancino solitamente rispettato al millesimo da Vespa (anche se la cosa, di per sé, non significa imparzialità), condita o meno che sia la puntata con improbabili opinionisti pescati tra maghi, veline, contorsionisti, cantanti eccetera.

Questo, dunque, è il punto. Non tanto un singolo aspetto del palinsesto (i declinanti reality) o uno stile comunicativo (i "pastoni politici" col bilancino), ma un’intera cultura della comunicazione e dell’informazione, del racconto televisivo, oggi totalmente subalterni alle modalità più grevi e desolanti (e corrive, nel caso dell’informazione politica), salvo le solite eccezioni, che tutti conoscono e che tutti vorrebbero veder moltiplicate ma che restano delle oasi nel palinsesto. Che Petruccioli motivi la scelta di cambiare strada solo con la perdita di audience dei reality e che, comunque, renda loro omaggio senza affrontare criticamente (e soprattutto autocriticamente) la questione della degenerazione dei linguaggi e dei format televisivi, francamente non lascia molto tranquilli. È vero che la speranza è l’ultima a morire, perfino quando ci si rassegna a qualche mezz’ora davanti al video, ma è anche vero che il peggio non è mai morto.

Pubblicato dai quotidiani del gruppo Espresso-Repubblica, 30 marzo 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 3 aprile 2007