Le début de la fin

Maria Cerino



Non stupisce, – dopo oltre due mesi di permanenza nelle sale – inciampando nei tanti spettatori in fila davanti ai botteghini dei cinema di Parigi per Melancholia, che un filosofo come Pascal Bruckner si senta in dovere di scrivere un saggio dal titolo Le fanatisme de l’apocalypse (Grasset). In fondo, però, sarebbe pur sempre sleale parlare dell’ultimo film di Lars Von Trier come di una pellicola semplicemente apocalittica. E non solo perché quello sulla fine del mondo si appresta a diventare un genere e la distruzione del pianeta la narrazione di un’idea come di un’altra; ma perché Melancholia non racconta un’ipotetica fine del mondo ma la raffigura in un terrore. Un terrore facile, naturale, spaventosamente uterino.
Già Andrea Tarabbia nella sua recensione, apparsa qualche giorno fa sul blog, si è soffermato molto sul piano simbolico del film e, essendo state le mie impressioni radicalmente distanti dalle sue, ieri sono tornata al cinema e l’ho rivisto doppiato in una piccola saletta italiana; il cambio di contesto mi ha allontanato anche dalla speculazione di Bruckner, dalla necessità epocale di vivere sull’apocalisse. Ho notato più il piano simbolico di quanto avessi fatto durante la prima visione ma, a differenza di Tarabbia, mi è parso ancora più imprescindibile (fondamentale). Ciò che precedentemente mi è sembrato una deformazione imposta dall’arte alla realtà che la nobilita, la allontana e la proietta in un piano ideale, l’ho ritrovato poi (senza risparmiarmi l’imbarazzo per la banalità della prima lettura) in forma di un incubo infantile assecondabile senza tirare in ballo nessuna categoria, meno che mai intellettuale. Rilancio: e se la storia così per come è raccontata fosse delle due sorelle Claire e Justine e la fine del mondo, il terrore quasi fiabesco appartenesse al piccolo Liò, figlio e nipote delle due protagoniste? Non che s’imponga un cambio di punto di vista ma semplicemente nell’avvicinarsi della tragedia le due donne – diverse nel carattere ma inclini alla stessa maniera alla drammatizzazione – si rimpiccioliscono, perdono una connotazione, hanno uguale controllo emotivo di un bambino di sette anni, reinventano la propria impotenza misurandola sull’impotenza dell’infanzia con gli stessi meccanismi di autodifesa e distruzione, di accettazione e rifiuto. Tutto e il contrario di tutto, lo sa bene chi ha vissuto l’esperienza della depressione: un mondo che ti appare chiaro davanti di cui percepisci bene le regole che tiene in grembo con calore, che sa quale trasfigurazione di te mostrarti e te la lascia guardare mentre si allontana, mentre le tue gambe si immobilizzano e te ne stai lì a morire senza sensi di colpa in un corpo immaginato mentre quello reale si abbandona. E quanto è brava la Dunst che si lascia trascinare fino alla vasca e riesce a immergere solo le dita di una mano in acqua. Non esiste altra forma di conoscenza della morte oltre a quella pensata e la depressione ne è l’esperienza più vicina. Che Lars Von Trier abbia utilizzato una patologia psichica (che ha vissuto sulla propria pelle) per raccontare una catastrofe universale mi è sembrato un atto di profonda onestà intellettuale piuttosto che il delirio di un esaltato.
Il dolore anche è puerile, praticato in forma di rifiuto assoluto: Questo pianeta Melancholia ci ammazzerà ma io non voglio morire, semplicemente. È un’obiezione banale ma non è seguita da nessuna salvezza, nessuna redenzione. Non c’è morale persino quando Justine dice La terra è cattiva non dobbiamo dispiacerci per lei, oppure, quando si sdraia alla luce blu di Melancholia e nuda lascia scivolare le mani sul corpo e noi la vediamo con gli occhi di Claire che ne teme la follia e non ci sembra folle, anzi – e forse proprio grazie a quel piano simbolico che è il piano narrativo dell’incubo – la assecondiamo come la reazione più naturale al potere del pianeta, come se quello che sta per accadere non stesse per accadere, una forma di illusione pura, ingenua.

Questo film non è un film sull’apocalisse, probabilmente. E chi pretende una proiezione politica, o sociale o filosofica ma persino artefatta di come siamo noi adesso – con la presunzione che questa nostra condizione di uomini sull’orlo della fine sia certa e sì che lo sappiamo come si affronta l’estinzione dell’essere vivente e il regista stia mentendo davanti a una realtà data non solo come certa ma in pieno svolgimento – resterà sicuramente deluso. Melancholia, con una tensione tenuta in piedi da nessun sadismo ma dai silenzi lunghi, sguardi in macchina, persone che scompaiono senza sconvolgimenti particolari, con quell’apatia strisciante e quei dialoghi scontati, con quelle risposte cercate nella scienza e poi trovate lì vicine vicine al corpo, con quella luce accecante che arriva alla fine e si porta via tutto, non è la cronaca della scomparsa della terra ma (umano, troppo umano) la trasfigurazione della malattia.








pubblicato da m.cerino nella rubrica cinema il 12 novembre 2011