Ma dove sono le parole?
Parte quarta: le poesie dei bambini rom


Chandra Livia Candiani,
in dialogo con Andrea Cirolla




Chandra Livia Candiani conduce da anni seminari di poesia nelle scuole elementari di Milano. Una Milano decentrata, liminare; quella delle periferie.
Le bambine e i bambini sono italiani e stranieri, figli di immigrati da ogni parte del mondo. Presentiamo qui una selezione delle loro poesie. Non faremo mai il nome delle scuole e non faremo mai i nomi completi dei bambini. La loro poesia – questa poesia – dà coordinate abbastanza precise e parla più dell’identità dell’anagrafe.
Del materiale raccolto dal 2006 a oggi sono stati individuati otto grandi nuclei tematici.
Dopo la prima puntata dedicata al Silenzio; la seconda dedicata al Mondo, L’autoritratto (o «La vita di»), Le parole, L’addio; e la terza sulle poesie che i bambini hanno scritto su Quello che conta (talvolta è quello che «resta»), I grandi, Che cosa è la poesia; concludiamo con una selezione delle poesie dei bambini rom.
[Andrea Cirolla]

***

Il primo anno, a scuola, non sapevo che vicino c’era un grande campo di rom, che poi è stato sgomberato e distrutto. Le etnie erano tante e i rom avevano tratti molto simili a bosniaci, rumeni, albanesi; non li avrei distinti. Erano anche vestiti molto bene, molto meglio degli altri; più tardi ho scoperto che i loro vestiti venivano da un ente benefico e li ricevevano a scuola. E a scuola nel bagno delle maestre c’era shampoo e bagno schiuma e potevano farsi la doccia. Ma io li ho incontrati la prima volta, come gruppo o tribù, perché ero sorpresa che alcuni bambini in una classe scrivessero sempre della notte ed era evidente che la conoscevano molto bene. E parlavano delle notti fredde d’inverno, del pericolo della pioggia, del fango. E degli incendi. Quando l’ho detto stupita a una maestra, lei mi ha risposto: «Sono rom, vivono al campo, nelle baracche, certo che conoscono la notte». A poco, a poco, ci siamo conosciuti e riconosciuti. Ricordo Petruz, che in un incendio mi ha raccontato di aver perso tre suoi nipoti. Aveva fratelli abbastanza grandi da essere zio a 9 anni e aveva già provato un dolore così bestiale. Ogni bambino rom a 10 anni ha già vissuto perdite, sgomberi, violenze, soprusi, abbandoni che noi nemmeno immaginiamo. C’è anche tanta allegria, una cultura dell’allegria, la gioia è subito sotto pelle, almeno di quelli dell’etnia che ho incontrato io, perché rom è nome assolutamente generico e sono di tante etnie invece diverse. Non è stato sempre facile ottenere la loro fiducia. Ogni tanto nelle classi qualche bambina o bambino non voleva dare la mano a una o uno di loro, con la scusa che avevano le mani sporche. Mi veniva una rabbia feroce. Mi alzavo e gli stringevo io forte la mano, forse ero un po’ patetica. Poi mi è venuta in mente una cosa che ha scritto Paul Celan, dice che non vede alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano. E allora l’ho detta spesso, un po’ come dire che se non stringi la mano a qualcuno ti neghi la possibilità di scrivere una poesia intera, che dica di te anche le tue minoranze sentimentali, le tue emozioni clandestine, i tuoi bisogni trasgressivi. Ricordo una bambina rom che aveva scritto una poesia dedicata al mio zaino. Io arrivo a scuola con uno zaino pieno di campanelli, piume, conchiglie, bastoni, strumenti musicali, sassi. E lei mi ha scritto: «Maestra, se ti ferma la polizia, chissà cosa dice, con tutte quelle piume, conchiglie, campane». Abitudine a essere controllati, a essere in pericolo, a non doversi distinguere troppo.
E poi c’era Marius, un bambino con un corpo buono e grosso e silenzioso. Ricordo che un esercizio era quello di scrivere un elenco di cose che vedevano in un percorso scuola casa, per poi con quelle parole costruire una poesia. E lui intitolò l’elenco: Il mondo visto da se stesso.
Marius scrisse una poesia fortissima sul silenzio e i suoi compagni iniziarono a guardarlo diversamente a partire da quella volta, con rispetto, perché parlava del dolore dell’esclusione con una precisione fisica.
E poi, una volta, avevo portato a scuola tanti odori diversi in piccole scatoline con grani di caffè o di cumino o canfora e bottigliette con acqua di rose o lavanda o aranciata. Una bambina rom mi consegnò un foglio con solo due parole, il nome del suo odore, comunicandomi che no, questa volta non era riuscita a scrivere niente. Eppure io me ne sono andata sentendo che lei aveva scritto, sì, anche questa volta. Ma non sapevo perché. A casa ho visto che del suo odore aveva scritto «acqua di mare». Beh, se qualcuno pensa che io vada fino al mare, riempia una bottiglina per poi portarla a scuola e che si possa sentire il profumo del mare… beh, per me questa è una poesia.
E c’era il bambino che nella poesia sull’addio ha scritto: «Addio, vai nella tua libertà!». Insegnamento nomade.
In generale, per loro la poesia è spesso più facile, hanno le canzoni e la musica, hanno la notte, hanno la morte, hanno l’abitudine al dolore, ma anche alla gioia sfrenata e sanno che la gioia della comunicazione è una gran gioia.
E adesso non ci sono più nelle scuole dove vado, spariti. Sgomberato il campo più volte, alla fine raso al suolo. Ho chiesto a una conoscente rom e ha detto: «Siamo troppo lontani per mandarli a scuola adesso, forse qualcuno andrà in qualche altra scuola, ma da noi stanno in giro».
Ho letto dei libri sulla loro cultura, ma resto molto ignorante con tutti quanti, parecchio ingenua, lo so, però sento che c’è nel mio non sapere una forza bambina, sento che parto dalla loro stessa mancanza di zolle. E poi io sono stata tanto una da non invitare alle feste alle elementari, mi sento loro complice.

Ai miei maestri-bambini

Io vi conservo il camminare
incollo ogni passo a terra
resto
per voi mi sveglio
disegno la faccia
sotto l’acqua e le dita
io vi conservo le parole
come pane inzuppato
nel latte della memoria
come lacrime incolte
che precipitano
a due a due
nell’inchiostro
io sono capitano serio
quando navighiamo
le parole il loro
buio fitto l’alto mare
e allagano la classe
e noi le rastrelliamo
con le biro nere e blu a dire
le formule che ormeggiano
e il mondo
che bussa forte,
le battaglie nella notte
i cacciaviti i coltelli
e il campo le baracche
i topi e le bisce,
li alloggiamo tutti.
Qui e qui e qui.

(clc)

***

Adela, 10 anni

Il silenzio

Il campanello ha un suono
cioè una canzone.
Le tenebre sono il nulla
e le scarpe che sono bianche
fanno passi molto leggeri.
Glu glu glu l’acqua che fa glu.

*

Marius, 9 anni

Il silensio

Paura volio giocare ma o paura,
volio dire qualcosa ma o paura,
volio cantare ma ho paura,
tuti mi prendono in giro e o paura,
o paura di tuto e sono da solo.
Silensio.

Il silensio mi pasava tra le vene
sembra infinita il silensio.

*

Ramayana, 9 anni

Le mani che scrivono le poesie
sono le stesse mani
che fanno le pulizie.

*

Lorenzo, 10 anni

In cuesto momento per me la cosa piu
importante e il calcio
la poesia è bene e non male
il calcio per me è come la acua esco fori
e vedo i uceli che volan la notte viene
per l’orologio e tardi io ho paura.

*

Petruz, 10 anni

La mia caza me la sento
come un albero
che piano piano si rompe
come la morte.

*

Marian, 10 anni

L’amicizia è una giacca leggera,
una bellezza che non si può restituire.

Amore incancellabile, incontenibile,
immisurabile, ricaricabile, indescrivibile.
L’amore è infinito ogni modo d’amare
è come un oggetto.

*

Marius, 10 anni

Il mondo

Un suono di violino avolge
il quore e le cose la luna
brila la gente riposa
il vento sofia e avolge
le ali dei uceli che fano
una aventura di suoni.

*

Giosef, 10 anni

Le parole

Le parole quando
sono belle sorridono.

Le parole a volte
sono libere ma anche inchiodate.

Le parole sono come
un lago che non finisce mai.

Le parole sono come
una cosa descritta
che puoi non
solo dire
ma anche ascoltare.

*

Maria, 10 anni

La vita di Maria.

Vengo dalla Romania.
L’amore del mio paese
è nel mio cuore.
Penso ancora al mio paese.
L’aria del mio giardino
mi fa sentire un amore
chiuso.

*

Adela, 10 anni

Il mio piccolo autoritratto

Io ho un motore
per correre.
io
ho un suono
io
quando mi arrabbio
dentro di me c’è un motorino
che fa un incidente
e la macchina che scoppia
esce acqua e vento
e fa un sussulto
mi chiamo Adela
e vengo dalla Romania.

*

Fata Alexandra, 9 anni

Quello che conta

La luna
La montagna
È una sera che la luna si è messa sopra la montagna
questa sera era una bellissima notte questa e poi
si era fatto un buio avevano paura e poi era
come un pane.

*

Sandrino, 10 anni

La vita di Sandrino
La mia vita è come un fiore
che ha bisogno d’acqua.
Il mio cuore
è una campana
che suona la tristezza
la mia voce
sembra un pianto
la mia vita
è come una poesia.

*

Denisa, 9 anni

Un giorno c’era la pioggia e io
camminavo piano su una strada molto lunga
e camminavo piano l’erba era molto verde
e io sono andata vicino a otto alberi
ma io avevo molto freddo, il vento
batteva, ma la pioggia
non mi bagnava più.

*

Maria, 9 anni

Oggi la neve
mi ha toccato
dentro al cuore.

La mia mamma è come un uccello che vola
una campana che canta.


* Di questa storia, con una selezione di undici poesie, alcune delle quali si possono ritrovare in questa rassegna, ha parlato anche la Lettura del Corriere della Sera, domenica 21 luglio 2013.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 20 settembre 2013