And Agammenon dead

Andrea Amerio



«the amount of estro in estero may be less than the extent of forest in forestiero or of selva that persist in, and can resist, the de-selving any poet may encounter as he translates…»
Allen Mandelbaum

Il 2 novembre scopro da un articolo di Franco Buffoni che lo scorso 27 ottobre, all’età di 85 anni Allen Mandelbaum è morto. Provo a scrivere di getto un breve pezzo direttamente nella finestrina dei post del Primo Amore, ma il testo si perde nella trappola vecchio sito. Meglio così, penso. Poi leggo un altro ricordo, sempre di Franco Buffoni, poi alcune traduzioni e un breve pezzo di Michele Sisto. Vado sul sito della Wake Forest per trovare gli indirizzi per il biglietto di condoglianze e scopro che il funerale è stato celebrato il 30 a Long Island, New York.
Se qualcuno mi chiedeva chi fosse la figura più importante della mia formazione negli anni universitari, il mio pahre, non avevo dubbi. Lo ricordo appena più giovane di come appare nella foto. Il cappello è sempre quello. Quando apparve in aula 12, al primo piano di quell’hangar di Palazzo Nuovo, io, Stefano Delprete, e qualche altro amico che moriva dalla voglia di bruciarsi con l’arte delle parole percepimmo che nelle nostre vite ci sarebbe indubbiamente stato un prima e dopo Mandelbaum. Aveva preso la cattedra di Storia della critica dopo la tragica scomparsa dell’ottimo e compianto Angelo Jacomuzzi, travolto da un automobile ad Aosta, e, in segno di cortesia e benvenuto, avevano preso parte a quella sua prima lezione anche alcuni docenti; se non ricordo male i professori Ossola, Brovarone, Ficara, più svariati assistenti, assegnisti, dottorandi etc., insomma una gran folla.
Appena cominciò a parlare, benché fossi in grado di cogliere sì e no il venti per cento del paesaggio concettuale che andava dispiegando, cominciai a scrivere una confusione di nomi, testi, date, giri di frase che non capivo, giudizi, ecc. e in meno di mezz’ora non avevo dubbi: a lui sarebbe andata tutta la mia incondizionata devozione di ventenne insoddisfatto e velleitario. La ragione era una sola. Mandelbaum non era solo un professore estremamente erudito. Era un poeta, un artista che svolgeva un ruolo di docente. Io già avevo il mito della letteratura inglese e dei modernisti, Eliot soprattutto, e studiavo per non essere uno sprovveduto ma un artista serio come loro cioè erudito e poco naif: “consapevole”, preparato. E allora pensavo che l’apertura a quella teoria letteraria che qui in Italia era ancora in fasce e di cui dopo lo strutturalismo parevano essersi perse le tracce già fosse il massimo (il dipartimento di comparatistica a Torino aprì dopo alcuni anni), ma per questo aggiornamento sarebbe bastato un qualsiasi altro docente statunitense. I miei William Emposon, Northrop Frye, Paul De Man, Geoffrey Hartmann, Miller, Said, Jameson, Nancy e Derrida infatti li ebbi subito, e senza troppe cerimonie, uniti però al contravveleno di Auerbach, Curtius, Spitzer, Lukács, Benjamin e Terracini. Ma non è questo il punto. Da quando entrò in aula capimmo che l’esame era secondario, parlare di voti insensato, il programma un pro forma. L’importante era l’incarnazione. La poesia. Quando alle cinque uscivamo nei corridoi verdi sotto i neon dopo due ore di lezione Allen si fermava volentieri a parlare o si facevano due passi fino all’angolo. In alcune occasioni pranzammo insieme al “Porto di Savona”, un ristorante sotto i portici di Piazza Vittorio, con qualche altro studente. Ci incoraggiava e non si sottraeva mai alla nostra sete di sapere o semplice curiosità. Parlavamo anche del suo famoso nipote, Paul Auster, e di come fosse diventato anche lui uno dei suoi personaggi: lo zio Victor di Moon Palace (Einaudi). Erano gli anni di Smoke e La città di vetro e le quotazioni di Auster, al massimo: per noi Auster era più o meno il top, ma lui non concordava. Anche per questo non so come un giorno trovai il coraggio di fargli leggere delle mie cose di diciannovenne e alcuni giorni dopo mi telefonò a casa per parlarne. Mi disse “occorrerà scrivere tutti i giorni” e io fui molto felice di questa impensata confidenza e cortesia che sinceramente oggi non mi sembra immaginabile con uno qualsiasi degli altri docenti fino ad allora frequentati. A pensarci poi è il miglior consiglio, in tutti i casi (magari una reminescenza fortiniana): scrivi. Se non sei bravo con l’esercizio potrai – magari – diventarlo; se già lo sei, non sprecherai il tuo talento.

Allen Mandelbaum era venuto a far sbirciare gli studenti subalpini nella ribaltina del cosmo. Arrivò nel 1996 e cominciò i suoi corsi come se sapessimo tutto, parlando di posizioni teoriche che in Italia dovevano ancora arrivare (o che conoscevano solo i frequentanti di Vattimo o Ferraris) come se ormai fossero moneta corrente un po’ usurata; una sovrastruttura teoretica che con lui avremmo presto superato, e diede a piene mani mentre la o delle nostre bocche postliceali esclamava il soltito “brave new world!”. Non erano semplici lezioni, erano ragionamenti, letture, esercizi di sensibilità della comprensione e nel gusto. Nuovi parametri per giudicare e leggere la poesia: sistemi di riferimento come “seme”, “filo”, “tamburo”, che seguivano un procedimento analitico che meglio avrei imparato a conoscere leggendo la sua poesia e un altro suo saggio (Seed: Thread: Drum. Postillas on Ungaretti). “D’Annunzio? Trrrrooopo tamburo”, diceva, e spingeva a fondo arrotando la r di “troppo” e mangiandosi la doppia. Che poi per ridere lo rifacevamo tra noi con la voce di Dan Peterson, perché era quell’ironia che nasce dalla consuetudine e l’affetto. Furono tre anni determinanti, anzi, tre semestri, in cui tre giorni a settimana ci si vedeva per minimo due ore. A lezione si dimenava come l’oceano e parlava un italiano sinuoso, sintatticamente perfetto, ma senza mai nascondere l’accento. Semplicemente, la voce del nostro “miglior fabbro del parlar materno” era straniera. Ma quando recitava il secondo canto dell’Inferno oppure leggeva Gli Ultimi cori della terra promessa, o il latino di Ovidio, l’inflessione svaniva nella modulazione dei toni. Sussurrava sibilando, oppure esclamava forte “Ah!” e batteva il pugno sulla cattedra. Allora i sonnacchiosi sobbalzavano e qualche fanciulla si guardava in giro con tanto d’occhi, il sorriso basso nel collo della maglia.
James Hans, docente di letteratura inglese alla Wake Forest University, lo conobbe nel 1975 alla Washington University di St. Louis e ricorda: “Era unico nel suo genere. Senza dubbio, era l’uomo più colto che abbia mai conosciuto. Non vedremo più uno come lui … gli studenti amavano le sue lezioni, anche se avevano problemi a tenere il passo”. E infatti anche a Torino, dopo il pienone della prima lezione, via via la folla si diradava e in classe rimanevamo veramente pochi, soprattutto l’ultimo anno. Suo figlio Jonathan, che vive in Francia e di cui di tanto in tanto ci parlava, ha dichiarato che suo padre credeva fermamente che fosse suo dovere onorare il talento gli era stato dato come poeta e traduttore. “La sua vera vocazione sulla terra era la sua missione poetica”. È vero, e si vedeva. Ma non per tutti frequentare la facoltà di lettere equivaleva a vivere con totale dedizione e trasporto la missione poetica e dunque, nonostante l’estrema clemenza dell’esame, molti si scoraggiavano e alcuni altri inequivocabili segnali suggerivano di abbassare il tiro. Ricordo che a una volta cominciò dicendo qualcosa come: “visto che mi dicono che solo Ossola e Ficara hanno capito qualcosa della prima lezione, occorrerà ricominciare”. E ricominciando fu grandioso vederlo su e giù dal predellino, oppure a scrivere per noi alla lavagna i nomi russi che non sapevamo, oppure seduto sulla cattedra con una gamba penzoloni. A lezione faceva domande e metteva in palio una bevanda alle macchinette. “Qualcuno lo sa?” diceva “tu, Asti?” perché gli piaceva chiamarmi con il toponimo. E si rideva anche di gusto. Una volta chiesi di commentare una poesia di Wallance Stevens in particolare che non era prevista. Allora disse “di solito non faccio juke box ma per Asti farò un eccezione”. Era The Emperor of ice cream e mi chiese di commentarla insieme. La imparai a memoria, così come subito imparammo una sua breve poesia che con gli amici recitavamo alla seconda o terza pinta, a emblema della nostra fede poetica (la trascrivo a memoria per cui perdonate se gli a capo possono non essere giusti)

The man of Chelm
do not despair
they leave their lances
in the air
and leave them there.

Oltre che intelletto, generosità, empatia, Mandelbaum possedeva una vastità di conoscenze ed esperienza vertiginosa. Ci leggeva Rilke e Holderlin in originale “per la musica”, diceva. Oppure se ne usciva con incisi tipo “pensavo che Puskin fosse un Byron Russo con la passione per i cosacchi. Mi sbagliavo e per espiare la mia supponenza imparai il russo” (oltre l’italiano conosceva perfettamente anche greco latino ebraico francese tedesco spagnolo e probabilmente ne dimentico qualcuna). Un’altra volta raccontò di come Benedetto Croce negli anni Cinquanta quasi arrivò a sputagli in faccia per una divergenza sulla Vita di Gesù di Hegel. “Allora” diceva, “compresi il significato della parola ‘senescenza’ ”. Ci parlava di Quasimodo e di Ungaretti, di quando li frequentava e di ciò di cui parlava con l’uno e con l’altro. “Con Ungaretti cercavo di parlare di Virgilio ma lui in quel periodo… solo Leopardi… Leopardi… Leopardi ”. E poi ci parlava di Miłosz e Kojève, di Ovidio e Persio; ma noi volevamo anche Vonnegut, e Burgess, che lui aveva conosciuto bene e, se ben ricordo, il secondo era stato suo vicino di casa. Mi consigliò di leggere Abba abba, un romanzo in cui Burgess immagina l’incontro di John Keats e Giocchino Belli a Roma. Volevamo parlare di John Barth, di Stanley Elkin, di Robert Coover, di Jerzy Kosiński ma lui ci diceva anche di Rebora, Luzi, Sereni, Zanzotto, di David Maria Turoldo, che aveva tradotto per Scheiwiller e che per lui era stata una sorpresa… Ci faceva leggere “Ses purs ongles très-haut dédiant leur onyx” e “Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui” di Mallarmé e “An aged man is a paltry thing, a tattered coat upon a stick” di G. M. Hopkins; The Bridge di Hart Crane e Tender Buttons di Gertrude Stein, Robert Frost e Joachim Du Bellay… ma è inutile continuare un elenco che sarebbe troppo lungo. Voglio solo ricordare i versi di Leda e il cigno di W. B. Yeates su cui tanto aveva insistito:

A shudder in the loins engenders there
The broken wall, the burning roof and tower
And Agamemnon dead.

Voleva che ricordassimo sempre che il tempo che ci separa da Dante è più breve del tempo che separava Dante da Virgilio e ci invitava ad avere fede nella forza prefigurante della poesia: citando questi versi parlava della forza polisillabica del nome prorpio e dell’allucinatorium, ovvero di quel luogo dello spazio tempo che annulla i confini e le distanze oltre il limite biologico, come quel fremito dei lombi del cigno che genera lì, sul momento, l’incendio delle mura di Troia e la futura morte di Agamennone.
Parlando di Caproni ci diceva della rima in “io” e citava Dante che nel secondo canto delI’Inferno sottolineava e ripeteva per ben tre volte la propria identità singolare: “io sol uno” (Inf. ii, 3). E in una poesia anche lui aveva voluto lavorare a fondo con il pronome personale (oltre che con l’aspetto tipografico del testo)

SLOWLY

“Nail Drives Out Nail, but Four Nails Make a Cross”
Cesare Pavese

Slowly,
he amassed
his poverty:
of faith and hope, of courage and
of caritas,
wrote I.
O. U.’s to
everyone;
of his own
substantial
capital,
uncertain:
where it
lay hid,
or whether
it existed

LENTAMENTE

“Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce”
Cesare Pavese

Lentamente
Accumulò
La sua povertà
Di fede speranza coraggio e carità,
Firmando
A tutti
Cambiali
E pagherò.
Del suo
Sostanzioso
Capitale,
Incerto:
Dove stesse
Nascosto
O tanto meno
Se esistesse.
(trad. Franco Buffoni)

La disposizione grafica era molto importante per lui così come la rima, e la polisemia dei vocaboli. Infatti quell’ “I” del sesto verso, nel contre rejet si spiega non come pronome personale ma quale sigla per “cambiali e pagherò” (I.O.U). Come se l’identità fosse un credito più o meno accordabile. Ma se dicessi che in Mandelbaum “la rima è tutto”, “ah!”, esclamerebbe, e direbbe “no, non tutto”… ‘All’ in inglese è un carico di briscola troppo pensante, come vita in italiano”. E anche Williams Carlos Williams quando parlava della sua carriola rossa lucidata dalla pioggia non diceva “all depends” ma “so much depends”. Diceva così Mandelbaum citando Williams, e così è. Non tutto, Allen, ma così tanto… Lily Saadé, sua assistente da più di vent’anni (a lei indirizzavamo la posta anche noi studenti italiani nei periodi in cui lui era negli Stati Uniti) ricorda che “aveva un gusto meraviglioso per la vita, e una grande energia creativa”, e che “gli studenti spesso raccontano l’impatto che aveva sulle loro vite”.
Anch’io, ora che putroppo Allen Mandelbaum ci ha lasciati, non potevo fare altrimenti.

1 – continua

*** Le poesie di Alllen Mandelbaum sono state ottimamente tradotte da un notevole saggista e narratore come Alessandro Carrera (che ho già avuto modo di segnalare qui come poeta), Le porte di eucalipto. Poesie scelte, Medusa, Milano 2007.








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 11 novembre 2011