“Tra la vita e la morte, mi aggrappai alla vita”

Roberto Ferrucci



Tito si aggrappa sorridente e soddisfatto al suo deambulatore, saluta suo padre, attraversa la passerella dell’imbarcadero della Salute, sorride alla marinaia della Linea 1 che lo aiuta a salire e va verso l’altro lato, dal quale scenderà a Rialto. Da lì, arriverà dai nonni, in Campo Manin.

Tito ha dodici anni e il giorno in cui è nato è stato vittima di una paralisi cerebrale. La causa, un errore da parte di un medico dell’Ospedale Civile di Venezia. «Si trattò di un errore», sottolinea Diogo Mainardi, padre di Tito. «Non ho mai voluto parlare di malasanità. Qualcuno sbagliò, e per quell’errore che ha sconvolto la nostra vita, siamo stati risarciti».

Ora esce in libreria La caduta, pubblicato da Einaudi (tradotto dal portoghese da Tiziano Scarpa, p. 154, € 18), dove si racconta la storia di un amore incondizionato di un padre verso suo figlio.

Mainardi è scrittore raffinatissimo, ha sempre scritto i suoi romanzi partendo da espedienti letterari, culturali, usati come innesco della narrazione. Questa volta è il contrario, la letteratura, l’arte sono il supporto successivo, l’appoggio – decisivo – che ha completato la storia di Tito.

A pagina 31, si legge:

Imputo a Pietro Lombardo e a John Ruskin la paralisi cerebrale di Tito. La imputo parimenti a Napoleone Bonaparte, senza il quale la Scuola Grande di San Marco non si sarebbe mai trasformata nell’ospedale di Venezia. La caduta della Bastiglia determinò la caduta della Serenissima Repubblica. La caduta della Serenissima Repubblica determinò le cadute di Tito.

Da questo brano la scelta narrativa è chiara. Un espediente però non soltanto narrativo. «Nel mezzo dello sconvolgimento che era capitato a mia moglie Anna e me, l’arte e la letteratura sono stati fondamentali. Grazie a loro siamo riusciti a capire, a interpretare e a affrontare quel che ci stava accadendo».

Un amore che inizia subito, laddove a volte altri genitori rifiutano, si disperano, non ce la fanno. Fin dalle prime pagine:

Il suo nome era scritto su un cerotto incollato sulla calotta dell’incubatrice: «Mingardi». Mingardi era identico a me. Io ero identico a Mingardi. Il neonato nell’incubatrice era mio figlio. Mingardi era Mainardi. Persino in questo l’ospedale di Venezia sbagliò: anche nel nome. Diedi un’ultima occhiata a Tito. La sua faccia era uguale alla mia – solo che la sua era verde. Fino a quel momento, avevo sempre pensato che, se mio figlio fosse rimasto in stato vegetativo, avrei sperato che morisse. Dopo il primo contatto con Tito nel corridoio del chiostro dell’ospedale di Venezia, tutto cambiò. Volevo soltanto che sopravvivesse, perché l’avrei amato e accudito in qualsiasi modo. Tra la vita e la morte, mi aggrappai alla vita.

Dopo la nascita di Tito, Anna e Diogo decidono di andare a vivere a Rio De Janeiro, dove qualche anno dopo nasce Nico (piccola speranza del calcio. «È bravissimo», dice Tito). Diogo ha una rubrica settimanale su Veja ed è opinionista in una nota trasmissione di Rede Globo.

A Rio ci sono fisioterapisti bravissimi. Ma poi Diogo e Anna hanno nostalgia di Venezia, una città però impossibile per Tito, pensano. I ponti, i masegni, le rive, salire in vaporetto. «E invece ci sbagliavamo. Venezia è la città migliore per un disabile. So che può sembrare paradossale, ma è così. Quello che hai visto poco fa, Tito che se ne va dai nonni da solo, a Mestre o a Padova o a Rio sarebbe impensabile. Strade da attraversare, i gradini dei marciapiedi, i semafori, il traffico. Impossibile. Venezia invece è l’ideale».

Certo, da casa loro all’imbarcadero della Salute, Diogo ha dovuto accompagnare Tito per via dei ponti, ma da fine settembre, quando verranno sistemate le rampe della Venice Marathon, Tito potrà fare sul versante delle Zattere, tutto il percorso da solo, anche fino a scuola. «Parlando con il Comune e con gli organizzatori della Venice Marathon, abbiamo ottenuto che le rampe rimangano sui ponti fino alla fine dell’anno scolastico. Sono stati disponibilissimi. Soprattutto i funzionari dell’Eba (l’ufficio comunale per l’eliminazione delle barriere architettoniche). Credo che bisognerebbe fare un bando internazionale, chiedere a artisti e architetti di disegnare le rampe meno impattanti possibile, farne delle opere architettoniche e renderle permanenti, perché non sono utili solo ai disabili, ma anche a chi va a fare la spesa col carretto, il genitore con le carrozzine, ai turisti con i trolley».

Devo confessarlo, però, a Diogo. Prima, quando ho visto Tito andare verso l’imbarcadero, avvicinarsi all’acqua, ero tesissimo. «Anche noi, cosa credi. Però abbiamo deciso che bisogna rischiare. Tito cade, ogni tanto, e lui sa perfettamente che la caduta fa parte della sua vita. Ma sapessi che bello vederlo allontanarsi felice. Una volta lui era la mia appendice. Me lo caricavo in spalla e via. Ora sono io la sua. Mi chiama per andarlo a prendere, mi critica, mi prende in giro. Solo quando c’è stato questo rovesciamento, solo quando abbiamo capito che Tito avrebbe comunque avuto la sua vita, ho incominciato a pensare a questo libro, un libro costruito come lo costruirebbe Tito, l’essenzialità delle parole, le immagini. Tito ha iniziato a comunicare attraverso le immagini. Ha una memoria visiva stupefacente». Ed è felice, perché adesso potrà leggere il “suo” libro anche in italiano. Sull’iPad, aggiunge. «Perché l’avvento dei tablet ha agevolato tantissimo Tito, ora può leggere e scrivere tranquillamente, cosa che non può fare con i libri e i quaderni. Non riesce a impugnare una penna o girare le pagine».

Tiziano Scarpa lo presenterà insieme a Diogo Mainardi giovedì 19 settembre a Pordenonelegge e poi il 25 settembre a Venezia, alle 18, alla Fondazione Querini Stampalia. Il romanzo di un amore incondizionato. Una storia di tutti.

Pubblicato sul Corriere della sera – Corriere del Veneto del 18 settembre 2013.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 18 settembre 2013