Idillio con cagnolino

Nadia Agustoni



È uscito, dopo una lunga assenza, il nuovo libro di poesia di Alba Donati Idillio con cagnolino. Sono passati quasi dieci anni da Non in mio nome e Alba Donati è sempre la voce chiara nei cui versi leggiamo uno spaccato del tempo, senza il gridare ossessivo di molti, solo con la pacatezza della propria vita, scelte e parole. Parole che non cadono per caso, parole accolte, meditate, vicine alla linea di confine in cui privato e pubblico si incontrano per dire ancora una volta come sia necessaria, non la poesia in sé, che siamo pieni di libri uguali l’uno all’altro, ma quella pausa che lascia al silenzio il tempo di imprimersi con immagini nuove e lo condensa infine in versi che non cercano di stupire ma traducono uno stupore, per le cose belle e semplici come per l’orrore di morti insensate.

La poesia che apre il libro, “Fernando”, sembra un po’, ma solo un po’, staccarsi dalle pagine dei libri precedenti, specialmente dove erano le figure del paese natale a dare corpo ai testi. “Fernando” inscrive qui i cambiamenti avvenuti che portano nella voce di Donati un “Perché”, ma senza punto di domanda, forse semplicemente affermativo:

Perché un vecchio...
dal suo letto
in cima al paese urli e chiami mamma
(p.9),

e subito i versi prendono respiro raccontando per quadri; abbiamo così frammenti che danno il profilo di una vita e insieme la suggestione di una magia-radice, pur senza la nostalgia a fondamenta:

Perché ci sia questa magia dell’uomo che cammina,
in un tempo che a dispetto di molti, non si ferma non finisce,
e si assottiglia per arrivare a domani.
(p.10-11)

“La magia di Pegaso”, prima corposa sezione del libro, è composta da testi in apparenza privati, tuttavia recano quasi sempre tracce di un altrove che non arriva da notizie dei giornali o dalla televisione, ma da un cercare/cercarsi. Non a caso la prima poesia della sezione è uno sguardo su tre generazioni di donne, la madre la nipotina e l’autrice stessa, madre della bambina. Gli ottant’anni che separano nonna e nipote sono occultati dal non sapere del mondo “più niente” perché

abbiamo scelto il silenzio, l’accadere del giorno,
lo spazio intorno alla nostra casa
(p. 15).

È proprio in queste poesie però, che Alba Donati registra, col passo tra “vecchie” favole e cartoni animati di oggi, la mutazione avvenuta nelle abitudini e nell’immaginario; se non il nostro, in quello delle generazioni di giovanissimi.
Non solo, è in “Una bambina” che il mondo irrompe nel discorso privato e porta in scena la violenza sulle donne, proprio nell’elenco di sopraffazioni che l’autrice inserisce non casualmente e che ci rammenta anche un lato inquietante presente nelle favole e non solo nella vita, un umore nero che di solito il finale trasforma, ma la cui presenza non è eludibile.

Sono comunque ironia e gioia a dispiegarsi in queste pagine e lo sguardo del poeta, che non è lo sguardo dei vincenti, arriva a dirci l’essenzialità di un certo vivere proprio ribaltando il valore di quello che l’ideologia del consumo troverebbe difettoso, ovvero un possedere minimo e affettivo:

abbiamo un pesce rosso
un cucciolo di cane, tanti libri...
(p. 22).

E prosegue dicendo alla figlia bambina, forse è così che nascerà “ la tua memoria favolosa”, ma con un “chissà” iniziale: “chissà se questo che ascolti...” (p. 27) con cui appare un tempo che ha perduto la sua funzione di trasmettere, preservare, contenere.

“Il lupo antiadorniano” spacca il capello alle favole, per così dire. Donati volta le favole a suo modo. Il lettore ne coglie, complice, alcune tracce, quasi una educazione laica ma con un substrato di sacro, che in Donati è sempre civiltà e un significato che rivela l’insensatezza della cattiveria e: “la fine che ogni lupo deve fare” (p.41). Nel caso del “lupo” terremoto, questo “grande lupo” è anche il “

luogo dove dio
inciampa nei suoi stupidi errori
(p.48).

“I maestri”, terza parte, ha con altre, quattro poesie per Cesare Garboli, di cui una, “Vado di Camaiore”, è la più vicina, a mio parere, a dirci quello che è un maestro:

Cos’era questa caduta a un passo dalla fine?
Cos’era quel portarsi a poca distanza dal mare, ma come in una cortina di ferro, ottusa, non oltrepassabile?” (p.56)

Penso che sia nel loro abbandono, con le parole, col silenzio o con gesti minimi, che i maestri ci rivelano la grande funzione del tempo; quel lasciare accadere le cose e lasciare che cadano quelle illusioni di “giusto” e “sbagliato” che la stessa Donati, qui interrogativa, perplessa, mette in discussione altrove, come nel testo che chiude questo nuovo libro, un lungo canto per i bambini di Beslan intitolato: “Pianto sulla distruzione di Beslan”.

Un’orazione dove parlano pietà e rassegnazione e che nasce sull’ispirazione di un testo preesistente, una narrazione epica di anonimo russo intitolato: Il pianto sulla distruzione di Rjazan, uscito nel 1992 per Pratiche Editrice, a cura di E. T. Saronne.
Alba Donati scrive, nella sua breve nota finale a questo poema, che le sono servite da pre-testo anche le cronache da Beslan di Giampaolo Visetti inviato di “Repubblica”.
Per tutto questo, mai la sua voce poetica travalica o travisa i fatti. Uno scrupolo, una forte pregnanza etica, permea tutto il poema che raccoglie e racconta eventi che potrebbero apparire insignificanti per un’epica degli eroi, ma che invece colmano crepe, portano in essere un eroismo molto più grande di quello classico; eroi sono i bambini, i famigliari, gli insegnanti, i soccorritori con il loro sguardo asciutto o con il pianto che porta altrove la loro memoria. Nella mente dei bambini, dice Donati, non c’è il ricordo, non c’è più nulla. Lo spazio bianco della cancellazione è dunque il vero spazio del lutto, ma niente si cancella, tutto ritorna, anche senza volto o senza nome, perché altri raccolgono volto e nome:

Ognuno cerchi di ricordarne uno solo,
uno che è stato o uno che sarà.
Può darsi che la somma dei nostri pensieri
e del nostro lutto si avvicinerà a quello
che noi dovremmo veramente piangere.
(p.85)

La città di Beslan è l’eterno pianto di tutti gli umiliati, feriti e uccisi. Anche di quei bambini della Cecenia, perduti anche loro, tra bombe, guerra, violenza e forse chiamati domani, insieme ad altri di altri luoghi, a chiedere il perché delle loro vite distrutte, il perché di un errore più lungo di un terremoto, più lupo del male di uno solo.


Notte di San Lorenzo

Dormite insieme nello stesso letto
con i vostri ottant’anni di differenza,
del mondo non sappiamo più niente:
non ascoltiamo i telegiornali
né tantomeno compriamo un giornale,
abbiamo scelto il silenzio, l’accadere del giorno,
lo spazio intorno alla nostra casa.

Se c’è da andare in farmacia, andiamo
se c’è da andare alla posta, anche
ma per il resto abbiamo deciso
di coprire a grandi passi il selciato
davanti alla porta e di salire e scendere
le scale tante volte per prendere e portare.

Poi quando vengo a dormire vi separo:
ti metto nel letto piccolino e io prendo
Il tuo posto nel letto matrimoniale.
Salgono gli spiriti nella stanza
attratti dalla mancanza di rumori,
anche un’aria stellata avvolge le mura
e noi veleggiamo tutta la notte,
tu alla ricerca della Strega Malefica,
Io di te, e tua nonna di te, di me, e del suo primo
[amore.

Da Idillio con cagnolino, di Alba Donati. Fazi Editore, 2013.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 16 settembre 2013