Geoff Dyer su “Natura morta con custodia di sax”

Silvio Bernelli



Non so bene cosa pensare oggi di “Natura morta con custodia di sax”. Non amo masturbarmi rileggendo le mie opere. Non sono uno di quegli scrittori che lo fa, ma occasionalmente capita di dover rileggere dei vecchi lavori. Di questo libro continuano a colpirmi la poesia e gli eccessi, che probabilmente vanno di pari passo.

Mi colpisce anche la sicurezza che avevo come scrittore, sai, a quei tempi non sapevo molto di jazz, penso sia quella la vera forza del libro. Se per assurdo oggi dovessi riscriverlo, pulirei il testo in molti passaggi lirici, credo.

Ci sono parti che taglierei per intero, mentre non credo che ne aggiungerei di nuove. Forse scriverei qualcosa su Albert Ayler. Il suo suicidio simboleggia il vicolo cieco in cui il free jazz si era cacciato, potrebbe essere una buona idea per un nuovo capitolo finale. Gli altri musicisti di cui ho scritto in “Natura morta con custodia di sax”, come Lester Young, Chet Baker, Thelonious Monk, Duke Ellington e gli altri, li ho scelti perché su di loro erano disponibili molte informazioni, erano molto famosi e soprattutto erano tutti morti, altrimenti non avrei potuto prendermi le libertà che mi sono preso raccontando le loro storie.

No, non erano necessariamente quelli che preferivo come musicisti, ma certamente erano quelli che sentivo più vicini sul piano emotivo. Non avevo e non ho una particolare predilezione per uno o per l’altro, anche se nel momento in cui scrivevo il libro amavo particolarmente la storia di Art Pepper. Oggi devo ammettere che la musica di Pepper è meno importante, ha avuto un impatto più limitato di quella suonata da Mingus, ad esempio.

Prima di scrivere di Mingus avevo letto la sua autobiografia “Peggio di un bastardo” e di lui sapevo molto. Ovviamente Mingus non ha potuto leggere il ritratto che ne ho fatto in “Natura morta con custodia di sax”, ma lo ha letto sua moglie Sue Graham. Mi ha detto che mi sono completamente sbagliato su Mingus, ma che il libro le è piaciuto molto lo stesso. È stata generosa. “Il talento non va mai sprecato, solo chi non ce l’ha lo spreca” scrivo nel racconto dedicato a Chet Baker e ancora penso sia un’affermazione molto sensata.

All’interno del mondo del jazz ci sono sempre state molte morti. Era gente che viaggiava molto, aveva incidenti stradali, beveva, usava droghe, faceva una vita pericolosa. Il tempo in cui usare il proprio talento era particolarmente limitato e nella vita ci si interroga sempre sulle decisioni che si prendono. Io stesso mi preoccupo sempre della mia abilità di portare avanti le mie idee, le cose che faccio, sono sempre lì a chiedermi se sto sprecando il mio talento, se ce l’ho, se sto usando bene il mio tempo. Il segreto alla fine è la disciplina, non si può sperare nel solo talento per il poco tempo che abbiamo a disposizione. E io l’ho imparato sulla mia pelle anche scrivendo questo libro sul jazz.

Sono cresciuto in una casa in cui non c’era nessun interesse per la musica, e nemmeno per la letteratura e l’arte, e credo sia stata una fortuna, ho potuto fare da me le mie scelte, è stato un privilegio. Non c’era nessuno che voleva obbligarmi a scegliere nulla. Quando mi sono avvicinato alla musica e alla letteratura per me è stata un rivelazione, hanno cambiato la mia vita. Essere stato giovane a Londra tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta mi ha permesso di partecipare a una grande esplosione creativa, ho visto suonare i Clash un sacco di volte, i Jam, Echo & The Bunnymen, il cantante dei Killing Joke Jaz Coleman veniva nella mia stessa scuola, le Raincoats ho cercato di vederle ben due volte, anche se poi in tutte le due occasioni il concerto è saltato all’ultimo momento. Poi quella scena è finita, la musica pop è morta e alla fine degli anni ottanta ho cominciato a interessarmi di jazz.

È curioso oggi che i miei amici in quel periodo mi parlavano della nuova scena elettronica, house music, rave party, ecstasy eccetera, a me non diceva nulla quel fenomeno. Devo ammettere di essermi perso qualcosa di interessante, anche, se accidenti, all’epoca non l’avrei mai detto. In ogni caso, il jazz, come anche il rock è servito a creare grandi miti da raccontare, un po’ come per certe fasce della popolazione funzionano le storie delle famiglie reali, delle star televisive.

Anche le storie dei musicisti sono diventate di tutti, sì, e gli eventi rock sono diventati di tutti, basta pensare al concerto di Altamont dei Rolling Stones nel documentario “Gimme Shelter”, o al mito venuto fuori dai Doors, ovviamente a causa della morte di Jim Morrison, la morte in questi casi aiuta sempre, vedi anche Jimi Hendrix, chi l’ha visto suonare lo ricorda ancora come uno degli eventi più importanti della vita, e certo, sicuro che dispiace anche a me non averlo visto dal vivo, sicuro.

PS: “Natura morta con custodia di sax” di Geoff Dyer è stato ripubblicato in Italia da Einaudi per la collana Stile Libero (pp. 254, 15€). La traduzione di Riccardo Brazzale e Chiara Carraro è quella della prima edizione Instar Libri, 1993.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 6 settembre 2013