Un pittore inattuale

Antonio Moresco



Giuseppe Bartolini è un pittore di visione, un pittore di vocazione. Un pittore inattuale. Dipinge da molti anni oggetti e forme colti in zone di confine tra la vita e la morte e la morte e la vita, come ha sempre fatto la grande pittura, il manifestarsi della luce sulle spoglie del mondo e del tempo: garage dismessi, depositi abbandonati, officine vuote e dalle piastrelle spaccate, muri da cui sono state staccate insegne la cui assenza continua a palpitare attraverso il filtro della luce nel mondo, stazioni ferroviarie chiuse di fronte alle quali ci sono ancora binari che portano chissà dove o che non portano da nessuna parte, copertoni di camion, tralicci, carcasse di macchine abbandonate lungo le strade e dagli sfasciacarrozze, immobili e impavide nella loro ultime metamorfosi chimiche e nella loro estrema e nuda bellezza.

Tutto è immobile, immobilizzato. La luce rende così evidente e tangibile il mondo che non si capisce se lo rende visibile oppure invisibile, come in certi dipinti di Vermeer e di Chardin o nei primi bagliori del sole su delle lenzuola bianche stese ad asciugare.
Nelle sue ultime opere ci sono solo macchine fracassate e aggredite dalla ruggine, sbudellate, senza mascherine, senza fanali, coi loro musi pieni di ematomi in primissimo piano di fronte ai nostri musi pieni di ematomi. Non c’è più sfondo, come se per liberare tutta la loro bellezza avessero dovuto sbarazzarsi anche del sarcofago della bellezza e presentarsi per la prima e ultima volta così: come apparizioni, come annunciazioni.
Qui ciò che è stato abbandonato alla fine della strada è ciò che ci viene incontro profeticamente all’inizio. Qui la pietra scartata dal costruttore è diventata pietra d’angolo. Qui ciò che era ritenuto l’emblema del movimento è diventato l’emblema dell’immobilità, il mondo immobile che si può ricominciare a vedere dopo lo schianto. Qui c’è l’arte dei pittori del Quattrocento e delle loro Deposizioni e c’è l’inquadratura stretta e ravvicinata del cinema. Questo è un pittore che sta guardando in faccia il mondo, con pietà e con coraggio. Questi non sono musi di macchine, sono facce, sono le nostre facce dopo lo schianto. Queste facce hanno la forza e la verità degli antichi ritratti perché sono ferme, perché sono state fermate e amate. Il pittore dipinge la ruggine su questi musi e su questi corpi come i ritrattisti antichi dipingevano le carnagioni sui volti immobili nella luce. Insegue le loro mutazioni e le loro corrosioni con i mille colori della ruggine in fiore: celeste, verde, rosso bruno, cinabro, marrone, cadmio, blu del re, terra di Siena, bruno Van Dyck, caput mortuum, nero avorio, bianco… Qui tutto è incontestabile e tutto è amato, senza riserve e senza appello. Qui c’è un’evidenza elementare e profetica. Qui non c’è iperrealismo, non c’è caricatura realistica della “realtà”, ma pittura di visione e di apparizione. Un pittore religioso, un pittore di icone. Arte sacra.
Che cos’è il mondo? Che cos’è la vita? Che cos’è la morte? Che cos’è la luce? Che cos’è il tempo? Che cos’è la pittura? Che cosa sono i colori? I colori sono la ruggine della luce. Il tempo è la ruggine della luce. Il tempo della pittura è il tempo della visione e la sua durata nel tempo della visione. La visione è ciò che si vede nella luce che non si vede. Il tempo è la ruggine dell’eternità. L’eternità è la ruggine della luce.
Il mondo dell’arte è una fogna. Ma ci sono, certe volte, gli artisti.

[Questo è il testo con cui ho presentato Giuseppe Bartolini alla Biennale di Venezia.]


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pubblicato da a.moresco nella rubrica arte il 11 novembre 2011