Maria, Sarah, Olga

Massimo Rizzante



Maria


Ci sono rumori che non sono mai esistiti:

la neve che cade sui tetti, un pugno andato a vuoto,

una goccia di sangue sul vestito. E così ci sono vite

che non hanno mai meritato di essere vissute.


Niente da dire. Io, ad esempio, ho vissuto come se fossi morta.

E così Zlatka, Zvezda, Alena. Abbiamo tutte preso il nostro posto

nella grande sala d’attesa, sfogliando vecchie riviste di moda, giocando

a dama, sorseggiando soda, pisciando sangue in sacche di plastica


«Siete vive?». A un filo di tungsteno giunto

a un grado di incandescenza che sbriciola l’ampolla

della voce: a questo assomiglia il nostro «sì». Poi il corpo nero

del pensiero insegue il dolore, ma non riesce a illuminarlo


La nostalgia lavora a tempo pieno da queste parti.

Per il mio povero cervello infiltrato di ormoni è il ricordo di mio padre,

il suo nodo alla cravatta o quando lanciò il mio biberon

dall’auto in corsa. Avevo già sette anni. Fu il giorno in cui scoppiò la guerra


In città c’era un corteo di donne incinte

che per proteggere il feto dai cecchini

camminavano all’indietro come granchi dal carapace

gonfio di microscopici detriti


Sebbene molto si sia fatto nel XX secolo per conoscere

le connessioni dei circuiti neuronali, io, Alena, Zvezda e Zlatka

non abbiamo compreso nulla di quanto è accaduto. Come quei topi-arcobaleno,

le cui cellule fluorescenti fanno andare in estasi il professor Karadžić


Sarah


La mia infanzia terminò a nove anni. Buttarono giù un muro.

Non so dove. Così iniziò una nuova epoca. Anche a scuola.

Reclutarono un esperto in scienze cognitive, Robert Prensky,

un ex predicatore di Chicago con tanto di Master ad Harvard.


La prima cosa che ci disse fu che si era dato anima e corpo

alla psicologia dell’infanzia per non andare a combattere in Vietnam.

Lì c’era stata una guerra, massacri, musi gialli, bombe al napalm...

Tutto perché il curriculum dei soldati era vecchio di secoli.


Insegnavano a leggere libri, i Sonetti di Shakespeare,

a masturbarsi di nascosto, a non guardare fuori dalla finestra,

a restare disciplinatamente in fila fino a cagarsi addosso,

insomma a seguire la propria coscienza, Dio o, al limite, Scientology


Adesso la musica era cambiata. Si doveva apprendere da soli.

Il metodo? Dovevamo inventarcelo. Ad esempio, un giorno ci insegnò

a raccontare una storia grazie a un videogioco, Octopus, che suo figlio

di sei anni aveva brevettato e venduto alla Naughty Dog


Ci spronava a seguire le nostre passioni. E mi contagiò.

Mentre l’euforia post-comunista era alle stelle, ero già segnata

a dito dai docenti perché grazie a una web-cam proponevo streap-tease

indecenti in cambio di un bel voto. Poi, con l’adolescenza, la festa finì.


Ma fu una parentesi. Subentrò l’Era del crimine digitale, e le prigioni

si affollarono di webmaster, hacker e puttanelle di vent’anni

la cui sfrenata attività risucchiò ben presto masse di assassini,

pedofili, profughi, neri, latinos… Allora cominciò l’Era di Octopus


Olga


Quest’epoca di pubertà mentale impone un rasage totale.

È importante presentarsi all’appuntamento con un sesso adolescente,

esporlo accavallando le gambe al mirador di Aguadulce, far finta

che il vecchio cow-boy sia Clint Eastwood e non uno dei soliti dementi


C’è stato un tempo in cui la tratta delle bianche era una favola

scritta da Ken Follett, miraggi, fughe e danze del ventre. La notte,

le carni bruciavano più dei pozzi e la rosa ariana del pudore

torturava con le sue spine i corpi diplomatici del Foreign Office


Ora è una specie di supermarket. Vicino agli invernaderos

di cachi e manghi, sono cresciuti come funghi i bordelli.

Per i produttori asfissiati dai solfati è uno scherzo inebriarsi

di Chanel le narici e innaffiare di soldi vulve russe e ucraine


Del resto, meglio il deserto che la tundra, la coca che la vodka,

essere molluschi nella melma che scappare come ratti nella foresta.

Qui finalmente posso soffrire in pace. Non c’è nessuno, inquilino

o parente, che si masturbi dietro la porta o spenga la luce


L’abc della fame e il vocabolario della mia infanzia

a volte ritornano sulla punta della lingua. Diminutivi,

nomi di uccelli, le vene varicose di mia madre, il mistero dell’erezione,

il povero Simonov che chiede ai vermi dov’è l’Afghanistan


Mi dico: «Guarda al di là delle apparenze». La costa è desolata,

i rampicanti corrompono l’aria, i dittatori non conoscono latitudini

le puttane neppure. A tutti è concesso di voltar pagina,

a te solo questo: una ferita che tarda a chiudersi



Le poesie sono tratte da Scuola di calore (Effigie edizioni), in libreria in questi giorni.








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 27 agosto 2013