Un Masterpiece per chi scrive ma non legge

Raul Montanari



Ci siamo: dopo mesi di indiscrezioni, a novembre parte su Rai 3 un talent show per aspiranti scrittori. Il titolo è beneaugurante: Masterpiece. Obiettivo: il vincitore pubblicherà il proprio romanzo con Bompiani, storica casa editrice milanese.

Vincitore di che tipo di gara? Qui è il problema. La scrittura è l’attività meno televisiva che si possa concepire. Ve li immaginate i concorrenti intenti a vergare in silenzio le pagine dei loro capolavori? Per evitare un disastro, il modello di Masterpiece sarà un misto fra Per un pugno di libri e X Factor. I concorrenti si sottoporranno a una serie di prove, e il punteggio ottenuto si sommerà al voto che la giuria darà al romanzo che ciascuno di loro avrà presentato. Sì, perché fino al 23 agosto sarà possibile candidarsi mandando un romanzo inedito alla redazione di Masterpiece.

Obiezione ovvia: la giuria giudicherà l’abilità di scrittura dei candidati o la loro telegenia? Sarà più importante aver scritto un bel libro o essere lesti nel rispondere a quiz e cose simili?

In realtà l’idea di Masterpiece si fonda su un dato molto concreto: in Italia si scrive più di quanto non si legga. Quindi, uno show che si rivolga ad aspiranti scrittori crea curiosità.

Nel 2012, meno della metà della popolazione alfabetizzata ha preso in mano un libro. Fra questi, il 46% ha letto al massimo tre libri in un anno, mentre i lettori cosiddetti “forti”, capaci di leggere almeno un libro al mese, sono soltanto il 14,5%, il che vuol dire che su 100 persone che incontrate per la strada solo 6 o 7 si possono considerare dei veri lettori. In Germania, per fare un esempio, i lettori sono 82 su 100. Qui da noi, due terzi delle famiglie non hanno più di un centinaio libri in casa: un paio di scaffali.

In compenso, gli editori sono bombardati da romanzi, racconti e poesie in cerca di pubblicazione. Non esiste un calcolo ufficiale del numero di questi manoscritti, ma si stima che nei cassetti degli italiani giacciano milioni di opere inedite. “Siamo assediati” si lagnano in coro i responsabili editoriali. Quanto al valore delle cose che arrivano in redazione, vale il giudizio di Giulio Mozzi, uno dei migliori talent scout in circolazione: “In media, su mille manoscritti cento sono leggibili, dieci sono interessanti e uno merita davvero di essere pubblicato”.

Con quali risultati? I libri in Italia vendono sempre meno e il 2012 è stato terribile. Molte case editrici anche famose sono fallite. L’e-book, sul quale tutti scommettevano, qui da noi si attesta a un misero 1 per cento delle vendite totali, proprio nell’anno in cui negli USA avviene lo storico sorpasso del libro elettronico rispetto a quello cartaceo. Confida Paolo Repetti di Einaudi Stile Libero, l’editore di Ammaniti e Faletti: “Fino a pochi anni fa non avrei considerato un successo un libro che vendesse 10 mila copie. Oggi abbiamo tutti abbassato le nostre aspettative. Parecchio”. Vale più che mai, insomma, il vecchio detto: “Ci sono tre modi per buttare i soldi: il gioco è il più veloce, il sesso è il più divertente, l’editoria è il più sicuro”.

Se d’altronde calcolate, grosso modo, che un autore si mette in tasca un euro per ogni copia venduta, capirete come mai in Italia gli scrittori in grado di campare con i propri libri non sono più di venti o trenta. Come diceva Steinbeck: “In confronto alla professione di scrittore, le scommesse sui cavalli appaiono un’attività solida e ragionevole”.

Eppure la smania di diventare romanzieri resiste. Dietro ci sono spesso ambizioni banali, sogni infantili di successo e di gloria, ma anche due idee molto forti, una fondata e una illusoria. Quella fondata è che la scrittura sia la forma d’arte più libera, quella che ci permette di offrire al mondo non solo le storie che la fantasia ci suggerisce, ma tutta quanta la visione che abbiamo della vita. Quella illusoria è che il linguaggio letterario sia più facile da apprendere rispetto ad altre arti, per esempio la musica o la pittura, perché in fondo si tratta solo di usare le parole. Niente di più sbagliato: l’apprendistato letterario è altrettanto duro e “tecnico” quanto lo è quello per diventare violinista o scultore, e l’improvvisazione non paga. La lettura (rieccola!) dei classici e dei contemporanei è il carburante essenziale alla passione del futuro scrittore, il viatico imprescindibile per la sua bravura. Se Masterpiece riuscirà, magari involontariamente, a inculcare questo concetto, sarà stato un successo.


Pubblicato di recente sul n. 34 di Donna Moderna, questo articolo ha un piglio necessariamente divulgativo, ma mi è sembrato utile riproporlo qui perché ricapitola alcuni nodi della situazione attuale, in cui sembra stia evaporando un intero sistema editoriale, con alcune conseguenze negative, ma, a mio parere, parecchie altre anche molto salutari. Per esempio: gli editori pubblicheranno e pubblicizzeranno meno libri di cattiva qualità, visto che comunque anche questi ultimi ormai si vendono sempre meno e non vale più la pena puntare così tanto su di essi? Con la contrazione del mercato, si dismetteranno certi metri di giudizio populistici basati sul successo di vendite? Eccetera. [T. S.]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 25 agosto 2013