Si è chiuso il 66° Festival del cinema di Locarno

Teo Lorini



Locarno 2013 si è concluso sabato scorso e lo ha fatto nel migliore dei modi. Con un’edizione ricca di film stimolanti in ciascuna sezione (dalla celebre Piazza Grande alla più sperimentale rassegna Cineasti del Presente) e felice anche sotto il profilo dei numeri e delle presenze, il nuovo direttore, l’italiano Carlo Chatrian (nella foto), si è liberato della pesantissima eredità di un predecessore carismatico e ricco di intuizione (e contatti nel mondo del cinema) come Olivier Père e può guardare al futuro con maggiore tranquillità.
Per un bilancio complessivo di questa edizione cade in taglio il bell’articolo di Luigi Locatelli, qui invece pare opportuna una postilla su una vicenda apparentemente marginale. Commentando Sangue, il pasticciato film di Pippo Delbono presentato in Concorso, avevamo già accennato alle reazioni d’indignazione suscitate dalla presenza dell’ex-brigatista Giovanni Senzani in alcune scene della pellicola, nonché a Locarno come membro del cast. In Canton Ticino tali infiammate polemiche sono dilagate per tutta l’ultima settimana del Festival, invadendo i servizi dei tg e le pagine dei giornali con lettere aperte che, dalle colonne del "Corriere del Ticino", si scagliano contro la RSI, rea di aver contribuito alla produzione di Sangue e martellano sul tasto del finanziamento subordinato al controllo, della libertà artistica che deve obbedire alle regole di chi paga, degli sponsor che dovrebbero mandare un segnale ecc… L’affaire Delbono non investe solo i media, ma arriva ben presto alla sfera politica. E se in Italia Gasparri ha scosso il torpore ferragostano annunciando un’interrogazione parlamentare (senza ovviamente avere visto il film), in Ticino fanno altrettanto due deputati che (senza ovviamente avere visto il film) promuovono un’interpellanza al Consiglio di Stato, chiedendo conto alla RSI del contributo a Sangue.

A tutta prima, questa reazione tanto pavloviana quanto veemente stupisce: siamo in un Paese che non solo non ha conosciuto il terrorismo, ma che esclude dalla propria legislazione persino l’ergastolo, sancendo così in maniera esplicita la convinzione illuminista che la pena carceraria abbia valenza pienamente riabilitativa. Eppure tanto le levate di scudi quanto le argomentazioni usate ricalcano in pieno quelle che arrivano dall’Italia (e non solo nelle interrogazioni parlamentari: come non ricordare i frequenti auspici berlusconiani affinché i gruppi economici "chiudessero i rubinetti" dei finanziamenti alle voci dissidenti?).
Ieri, in un eccellente editoriale del quotidiano ticinese "La Regione", Silvano Toppi si chiedeva «Quanto berlusconismo abbiamo importato nel Ticino? […] Quanto della ’cultura’ berlusconiana (politica, comportamentale, sociale, persino linguistica o, con una parolona, ’antropologica’) è attecchita nel Ticino, diventandone un costume? Proprio in quel Ticino che di solito, per altre cose provenienti da Sud preferirebbe alzare mura impenetrabili?». Toppi si concentra sulla diffusione «di una cultura dell’individualismo e del disimpegno», del «ricorso all’enfasi e alla volgarità» e del disprezzo per le leggi e per una «Giustizia che ostacola le politiche del ’fare’», ma ci pare che la sua riflessione cada in taglio anche per questo episodio, apparentemente marginale, ma in realtà sinistramente rivelatore.
Partendo da un filmetto malriuscito e velleitario, questo mix di demagogia e minaccia porta infatti alla luce un Ticino che, se da parte reagisce a un complesso di inferiorità nei confronti dell’influenza culturale italiana - per molti versi fisiologica - con la rivendicazione di una propria identità, peraltro assai confusa (per cui, solo per fare un esempio esilarante, ci si esalta per le squadre ticinesi di hockey ma poi si corre a San Siro a tifare Milan o Inter), dall’altra è prontissimo ad appiattirsi sul populismo e sulla cattiveria, a farsi brutta copia del clima degenerato che dall’Italia giunge.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 21 agosto 2013