Death Row II

Teo Lorini



Si diceva una decina di giorni fa che l’ospite più prestigioso del 66° Festival di Locarno sarebbe stato Werner Herzog.
Del regista di Fitzcarraldo erano annunciati quattro mediometraggi inediti. Herzog però è Herzog e così ne ha portato un quinto.

Oggi pomeriggio infatti (La Sala, ore 16.15) sarà proiettato il suo nuovo lavoro: From One Second To The Next. Già disponibile online, questo breve documentario sulla pericolosa abitudine di digitare sms al volante, sarà il regalo - ancora più gradito perché fuori programma - di Herzog per Locarno.

Un passo indietro: scusandosi per lo scombussolamento da jet-lag, Werner Herzog è arrivato il 14 agosto alla proiezione serale di due episodi del nuovo ciclo di Death Row . Prodotta da un’emittente televisiva americana, questa miniserie è composta di interviste a persone condannate a morte detenute da anni, in attesa che la sentenza divenga esecutiva. Nel corso di ciascun mediometraggio, oltre alle parole del carcerato, Herzog propone le dichiarazioni di persone che sono state coinvolte con il caso: poliziotti, investigatori, avvocati, procuratori, parenti ecc… Ogni episodio inizia con la stessa dichiarazione, scandita dall’inconfondibile voce del regista: As a German, coming from a different historical background, and being a guest in the United States, I respectfully disagree with the practice of capital punishment che, si ricorda, vige tutt’ora in 34 Stati dell’Unione, sebbene solo in 16 di essi si eseguano effettivamente le condanne tramite iniezione letale (con l’unica eccezione dello Utah che fino a poco tempo fa offriva anche l’opzione della fucilazione).
Presentando i nuovi capitoli, Herzog ha detto che aveva accettato di dirigerli perché si trattava di casi che lo avevano colpito e che gli dispiaceva avere abbandonato. Tuttavia, ha aggiunto, lavorare a così stretto contatto con la morte, sia la morte dei prigionieri, che le atroci morti ("monstrous crimes") che hanno portato alle condanne, è uno fardello che si può reggere solo per un determinato periodo di tempo. Confessando che tale peso lo ha spinto, tra le altre cose, a riprendere a fumare, Herzog ha concluso che i nuovi episodi di Death Row saranno gli ultimi.

Le nuove produzioni di Herzog sono di un livello straordinario. Per ciascuna delle interviste, il regista ha avuto a disposizione un singolo colloquio di 50 minuti (ma è noto che ciò che stimola maggiormente Herzog, spingendolo a dare il meglio di sé, sono proprio le difficoltà logistiche). Un incontro tra sconosciuti divisi da un vetro antiproiettile, un margine di tempo esiguo, una cinepresa. Eppure ciascun colloquio arriva alla tenebra, al nucleo profondo di oscurità che le donne e gli uomini condannati hanno sperimentato, siano essi indubitabilmente colpevoli o siano stati dichiarati tali sulla base di prove indiziarie e impressioni (come nel caso di Darlie Routier, condannata per l’uccisione di due figli). Non basta. Come in molti altri suoi documentari (Il diamante bianco, Incontri alla fine del mondo ecc…) Herzog rifiuta la piaggeria e in almeno un’occasione dichiara esplicitamente al suo interlocutore: «Il fatto che io sia qui non significa necessariamente che io solidarizzi con lei o che le creda». Eppure il dialogo si schiude repentino a momenti di forte empatia. È il caso dell’intervista al pluriomicida Douglas Feldman, i cui viaggi lo hanno portato - per quella sorta di misteriosa sincronicità che attraversa spesso l’opera di Herzog - in Perù, a breve distanza dal set di Fitzcarraldo. «Siamo stati a poche miglia di distanza nello stesso momento» gli dice Herzog non celando un moto di stupore e compassione.
Ma poco dopo, quando gli chiede conto degli omicidi commessi e gli occhi di Feldman sono attraversati da un lampo, con lo stesso candore Herzog constata: «Se ora non ci fosse questo vetro antiproiettile fra noi, me la vedrei davvero brutta, eh?».

A rendere grandi questi quattro film non è tanto la maestria di Herzog, né - a nostro parere - il modo in cui si costituiscano di fatto come una monumentale testimonianza dell’inutilità della pena capitale. Piuttosto è l’esigenza fortissima che domina, ancora una volta, il lavoro del cineasta tedesco e la lucidità della sua arte. Non c’è un’inquadratura né un taglio di troppo, non un commento musicale fuori posto, non c’è un minuto di indugio - o persino di silenzio - che non sia necessario.

A tale proposito, vengono in mente due frasi che abbiamo colto durante la conversazione che Herzog, accompagnato dall’ottima Grazia Paganelli, ha tenuto ieri pomeriggio con il suo pubblico e che pare bello lasciare qui, a suggello di queste prime impressioni sul suo nuovo lavoro.

Dapprima, Herzog ha elogiato i sistemi di montaggio odierni: «Con la tecnologia che ho oggi a disposizione» ha detto «posso montare alla velocità a cui penso».
Pausa. «Beh, quasi».

Quanto ai tagli e ai silenzi, Herzog ha citato vari casi in cui, durante il suo lavoro di documentarista e intervistatore ha sentito che l’interlocutore doveva essere lasciato nel silenzio, magari per venti-venticinque secondi (un’enormità sullo schermo) perché dentro di lui qualcosa premeva per uscire. Ai produttori USA che gli chiedevano di togliere o tagliare alcuni di quei lunghi secondi, Herzog ha risposto lapidario: «If I cut this silence out, I have lived in vain».








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 16 agosto 2013