Sangue

Teo Lorini



Si parte da una camminata per le strade de L’Aquila, ferita aperta e assieme rimossa. La voce di Delbono ricorda gli anni trascorsi dal sisma e le promesse, consapevolmente mendaci, di chi non ha esitato a lucrare anche su quella tragedia.
Girato in buona parte con un iPhone, Sangue accompagna due vite e due morti. Da una parte c’è dunque l’incontro di Delbono con un uomo diversissimo da lui, per età, esperienze, scelte di vita. È Giovanni Senzani, ambiguo e misterioso esponente delle Brigate Rosse, di cui divenne leader dopo l’arresto della "sfinge" Mario Moretti, pianificando il rapimento e l’omicidio di Roberto Peci e il confuso sequestro, con conseguente liberazione, del politico democristiano Ciro Cirillo. Senzani oggi ha scontato la sua condanna ed è ora tornato in libertà, dalla compagna Anna che lo ha atteso per 23 anni e che ora è ammalata di tumore. Anche la madre di Delbono è ammalata e il regista filma il progredire della malattia, fino al definitivo ricovero e alla morte della donna. La telecamera, cui Delbono confessa in voice-over di essersi affidato come a un argine contro il dolore, indugia sul corpo della madre in camera ardente e riprende le operazioni di chiusura e sigillo della bara.
L’esperienza del lutto pare avvicinare ulteriormente questi strani e improbabili amici, sino a quando Senzani, pochi giorni dopo aver a sua volta sepolto la propria compagna, rievoca l’omicidio di Peci e l’urlo gettato da quest’ultimo nel momento in cui fu chiaro il destino che lo attendeva. Un urlo che ha abitato i ricordi di Senzani e non pare azzardato immaginare - con Sciascia - che "lo devasti".
Il film si chiude, circolarmente, a L’Aquila, città che con la sua devastazione, i palazzi deserti, le cancellate, le strade lasciate ai randagi, le promesse demagogiche e le ciniche bugie di chi ha governato il Paese per così tanti anni, racchiude nel suo spettrale abbandono una delle immagini più eloquenti di cos’è diventata l’Italia in questi due infelici decenni. Delbono se la sente prossima ("è orfana come me") e si chiede se varrebbe la pena di riprendere oggi le armi per un mondo che non sia governato così sfacciatamente dalla sopraffazione e dall’ingiustizia, ma esclude questa eventualità ricordando un apoftegma buddista sulla bontà dell’uomo.


Selezionato per il Concorso Internazionale, Sangue ha provocato la consueta canea di articoli grevi di posticcia indignazione per la presenza (peraltro percentualmente esigua) del brigatista Senzani. Senza scomodare Cesare Beccaria, evidentemente ignoto ai pennivendoli che invocano la damnatio memoriae sui terroristi che hanno scontato la pena comminata dallo Stato, val la pena di leggere sul Corsera del 14 agosto le parole di Sabina Rossa (il cui padre, il sindacalista CGIL Guido fu ammazzato dalle BR) che, commentando la presenza di Senzani a Locarno, ha dichiarato «Non mi scandalizza. Sono sempre stata dell’idea che non si possa negare il diritto di parola a nessuno, che sia fondamentale garantirlo anche ai brigatisti che oggi sono liberi».

Piuttosto qual è, scandali a parte, il valore di questo film? A noi Sangue è parso contenere una scaglia di quella sincerità che abita anche gli spettacoli teatrali di Delbono, una scaglia che però non basta a riscattare un lavoro sovraccarico di difetti. Si può magari sorvolare sulle carenze tecniche (eppure quanti film interessanti e riuscitissimi sono girati con mezzi esigui! Proprio ieri, Werner Herzog ha ricordato ai suoi giovani ascoltatori che con la disponibilità tecnologica odierna, cade per il cineasta la scusa di non avere un produttore. "Rimboccatevi le maniche", ha esortato: "ora tutti possono fare un film e mostrare se hanno talento"). Ma alle sbavature si sommano altre mende, ben più serie: inquadrature da cineamatore della domenica, metafore banalotte (l’insistenza sui rami spogli al funerale di Prospero Gallinari), un commento musicale invadente e poco perspicuo e, più grave di tutti, una generale confusione che l’onestà degli intenti non basta davvero a riscattare. Al di là del proprio umanissimo - ma privato - dolore, cosa voleva dire Delbono? Non c’è dubbio che l’arte possa essere terapia (gli esempi si sprecano) ma non è automatico che avvenga il contrario. Perché imporre allo spettatore la propria catarsi (tanto più quando si avverte la necessità di giustificare l’invadente presenza della telecamera fin dentro alle fasi più intime della malattia e della sofferenza)? Qual è in fondo il legame tra Pippo e Giovanni? In che modo la Storia in cui Senzani ha compiuto le proprie scelte criminose si lega alla storia del proprio lutto?
Tutto resta abbozzato, informe, sbavato, in una caotica giustapposizione di sequenze disarmoniche, sghembe e (come nel caso del viaggio in Albania durante il quale Delbono filma un inutile negozio di souvenir) non necessarie.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 16 agosto 2013