Freccia d’Europa: la tappa perfetta

Tiziano Scarpa



Il nostro obiettivo primario era raggiungere Strasburgo in un mese e otto giorni. La lunghezza media delle tappe era di 30-40 km al giorno. Sceglievamo l’itinerario più breve, non sempre il più “bello” o presunto tale. Per molti di noi, “bello” era anche calcare i nostri passi dove i pedoni non sono previsti, percorrere strade statali piuttosto pericolose, attraversare periferie e zone industriali che il turismo pedonale evita come la peste, vedere le facce della gente che abita nei quartieri, lambire le loro condizioni di vita e di lavoro. Ovviamente non eravamo masochisti: boschi, torrenti, ruderi e cascate piacevano anche a noi, ma non sempre potevamo permetterci di allungare il percorso di una decina di chilometri al giorno per poterli andare a vedere. Accumulando così tanta strada, non ce l’avremmo fatta fisicamente ad arrivare alla nostra destinazione finale.
In questo modo, comunque, durante Freccia d’Europa ha preso forma anche un’“estetica delle tappe”, non premeditata né teorizzata. Retrospettivamente, se devo scegliere la tappa che mi è piaciuta di più, scelgo quella del 29 giugno, da Bienna a Moutier.

Perché la definisco “perfetta”? Perché contiene in sé tanti scenari, variazioni meteo, diversi tipi di strade, itinerari decisi lungo la via, esperienze impreviste.

Il 29 giugno, siamo partiti dal bunker della protezione civile di Bienna, dove avevamo passato la notte grazie all’interessamento e la generosità di Floria Nobs, presidente della sede della Società Dante Alighieri di Bienna:

Ecco Floria Nobs insieme al tesoriere della Dante Alighieri di Bienna, Thomas Minger, che di questa tappa è stato artefice, ideatore del percorso, capitano soccorrevole, guida instancabile:

Nel primo tratto abbiamo camminato in fondo alle gole del Taubenloch, appena fuori Bienna, fra le rocce. Come si vede, la strada per le auto passa sopra le nostre teste:

Usciti dalle gole, abbiamo costeggiato un canale artificiale sopraelevato:

Qui passiamo accanto a una fabbrica di cemento:

Rita si ferma a considerare la sorte di questo albero, io faccio il conto della sua età. Ha centoventi cerchi, un secolo e vent’anni:

Che cos’ho di tanto strano per essere fissato da tutte queste mucche contemporaneamente?

Serena va incontro alla nuvola che fra poco ci inghiottirà:

Con la pioggia escono queste chiocciole grasse e lussureggianti, dai tessuti granulosi che scivolano sulla graniglia ruvida dell’asfalto:

La pioggia gocciola fra gli alberi, la strada è in salita, gli zaini pesano, arranchiamo sudando sotto il poncho:

Inaspettata, come nelle fiabe, una locanda ci accoglie. Entriamo. Gli occhiali si appannano, la padrona prepara una zuppa di patate per noi. La foto è di Anton Zwolenszky, l’altro amico di Bienna che ci ha accompagnato in questa tappa:

Thomas mi mostra il percorso che abbiamo fatto per scollinare da una valle all’altra, illustra le alternative per la seconda parte della tappa. Mi sta dicendo che oggi è una giornata speciale e che per una coincidenza fortunata, se lo vogliamo, abbiamo l’occasione di fare un itinerario particolare, meno naturalistico ma fuori dell’ordinario. Anche questa foto l’ha fatta Anton:

Riprendiamo il cammino, di nuovo immersi nella nube che incappuccia le colline. La foto è di Anton:

Basta rallentare di poco, aumentando le distanze perché chi ci precede diventi una sagoma diafana, un’ipotesi, un’intuizione:

Non soddisfatto di correre continuamente avanti e indietro, su e giù per dislivelli e sentieri verificando che in certi tratti stiamo facendo la scorciatoia giusta e che nessuno si sia perso, Thomas si incarica anche di portare la bandiera: è vero, è abbastanza leggera, ma oggi la tappa è faticosa e anche un bastone di lega di metallo dà fastidio sulla spalla, soprattutto nei passaggi stretti fra i rami degli alberi:

All’improvviso, dalla foschia si sono condensate delle sagome. Hanno preso forma di una mandria di cavalli, venendoci incontro senza fare rumore, sul terreno ovattato d’erba. Sono rimasti a guardarci dall’alto, incuriositi e solenni. Bruni, neri, con il manto lucido, silenziosi. Ci hanno scortato disponendosi a cerchio intorno a noi. Poi, con la stessa rapidità con cui erano apparsi, hanno preso di colpo a correre scartando di lato, sono ritornati nell’invisibilità della foschia. Mentre questo succedeva non ho avuto tempo di scattare una foto. E’ una visione che va immaginata:

E’ il bosco che ci fa da ombrello o sta proprio smettendo di piovere?

Qualche chiazza di luce solare comincia ad allargarsi nella valle:

Stiamo per immetterci nell’itinerario alternativo speciale promesso da Thomas. Che cos’è?

L’ingresso di un tunnel autostradale! Questa è una galleria breve, ma fra poco ne percorreremo una molto più lunga.

C’è una specie di sagra stradale in corso, “Porte aperte al tunnel del Graitery”. Ci sono tendoni, stand e gazebo in cui si vendono birra, würstel, prodotti locali, per finanziare associazioni di volontariato e assistenza:

Solo per oggi, domenica 29 giugno, la gente potrà fare a piedi il nuovo tunnel di tre chilometri che verrà inaugurato a novembre di quest’anno. E’ un’autostrada che gli abitanti aspettavano da tempo. Finora per attraversare la regione bisognava percorrere una strada cantonale molto stretta, con un lato chiuso dalle rocce e l’altro a strapiombo sul torrente. Di notte è alta la frequenza degli incidenti. E così, a tutti i tipi di strade, asfalto, roccia, fango, polvere, statali, sentieri, sterrati, prati, rovi, risaie, montagne, oggi aggiungiamo anche l’unico che in condizioni normali è assolutamente vietato e impraticabile: un pezzo di autostrada, per di più in un tunnel. La temperatura qui dentro è più bassa di una decina di gradi, l’aria è umida, le pareti concave dipinte di recente sono ancora candide, al posto della fuliggine delle auto le ricopre una pellicola di rugiada fredda. Bambini su tricicli e monopattini, ragazzi con gli skateboard, bici e strani carretti a pedale percorrono i due chilometri e mezzo del tunnel:

Thomas dà un’occhiata alle uscite di sicurezza lungo il tunnel, che danno accesso alle gallerie di fuga:

Dopo due chilometri e mezzo di umidità e luce artificiale cominciavamo a sentire una certa nostalgia dell’aria aperta:

Fuori, all’uscita dal tunnel, di nuovo il sole e altre bancarelle:

Siamo quasi arrivati. Uno strano campanile modernista presidia Moutier:

Giovanni ci aspetta alla meta della tappa, il rifugio Cabane des Gorges di Moutier: è il Club Alpino più basso della Svizzera, appena 530 metri sul livello del mare, perché in realtà fa da base per le arrampicate sulle pareti di rocce:

Gli amici del Club alpino di Moutier ci accolgono con vari brindisi. A sinistra, in piedi, Pierre Corfu, consigliere municipale di Moutier, venuto a portarci i saluti dell’amministrazione comunale:

Anton ha fatto questa foto alle nostre facce stanche, durante la cena cucinata da Tobia e Lillas:








pubblicato da t.scarpa nella rubrica freccia d’Europa il 12 agosto 2013