La variabile umana

Teo Lorini



La Milano che fa da sfondo a La variabile umana è una raccolta di cartoline sempre prevedibili, nobilitate da una fotografia ostentatamente - e vacuamente - ricercata. Questo approccio alla città racchiude già - in nuce - tutti i difetti del lungometraggio di Bruno Oliviero, giunto al primo film di finzione dopo alcuni documentari tra cui Milano 55,1, che proprio a Locarno era stato presentato nel 2011.

La variabile umana s’apre con il rinvenimento del cadavere di un facoltoso imprenditore con la passione per le escort minorenni. A trovarlo, seminudo, in una pozza di sangue in salotto, è la moglie che afferma di essere rientrata a casa molto dopo di lui. Il filmato della telecamera di sorveglianza conferma il racconto della signora e mostra anzi che l’uomo d’affari è rientrato a casa in compagnia di una ragazzina. Pressioni delle alte sfere - il morto è persona influentissima - costringono il dirigente a richiamare in servizio l’ispettore Monaco (Silvio Orlando) che, dalla morte di sua moglie, si è progressivamente astratto dal lavoro, riducendosi a compilare scartoffie in ufficio. Proprio quando Monaco si rassegna ad ubbidire agli ordini superiori, sua figlia Linda (Alice Raffaelli) viene arrestata assieme a due compagni di scuola per aver sparato in uno spiazzo abbandonato con la pistola rubata al padre. Non occorre Auguste Dupin per capire dove vada a parare l’intreccio e chi sia la misteriosa accompagnatrice con cui è rientrato a casa il defunto. Il dramma è che al finale, assieme telefonato e ipocritamente moralista (la ragazza non è un’habitué del meretricio, e anzi era uscita abbigliata da fillette fatale per la prima volta in vita sua, incappando subito nell’imprenditore cattivo) si arriva nel doppio del tempo che la storia richiederebbe.
A parte le lacune narrative (Orlando dopo un secondo sulla scena del crimine mette le mani su un indizio chiave che ha eluso l’accurata perquisizione della squadra scientifica e lo scova... sotto un divano!) il film crolla sotto due difetti capitali.
In primo luogo è evidente che Oliviero non ha la minima idea di come dirigere il suo (peraltro notevole) cast. Così se la Ceccarelli è intensa di suo e Battiston si sforza di dare verosimiglianza al suo personaggio, Orlando invece recita con le occhiaie, strascicando le battute (tutte sempre troppo scritte e fasulle) con la verve di un cloroformizzato mentre la giovane Raffaelli arricchisce di nuove sfumature l’aggettivo "inetta" e per esprimere il proprio disagio si affida per tutto il film alla stessa esilarante espressione (occhio da cernia al mercato, bocca semiaperta a dar rifugio agli insetti). La scena del redde rationem con il padre, che dovrebbe essere l’apice dell’emozione, è uno spettacolo impietoso.
L’altro difetto è tutto farina del sacco di Oliviero ed è la ricerca costante della belluria fine a se stessa, dell’ornamento stilistico con ogni mezzo e soprattutto a scapito della pazienza dello spettatore, cui l’ennesima inquadratura estetizzante non basta a far scordare che l’intera storia si potrebbe condensare (e con maggiore efficacia!) in 40’ di telefilm poliziottesco né che il quadro complessivo - le discoteche e la coca, le ragazzine che "scalano il successo con il proprio corpo", i laidi uomini d’affari - sarebbe stato un cliché logoro già vent’anni fa.
Oggi è pura paccottiglia.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 11 agosto 2013