2 Guns

Teo Lorini



Nonostante la pioggia, che ha costretto il pubblico a trasferirsi al Palazzetto Fevi, il debutto delle proiezioni di Piazza Grande, la sezione più celebre e popolare del Festival di Locarno, è stato un successo. Il nuovo direttore, Carlo Chatrian, ha fugato il timore che si ritornasse, dopo le eccellenti edizioni dirette da Olivier Père, alle serate “vorrei ma non posso” del quinquennio di Frédéric Maire, quando cioè gli unici titoli americani che arrivavano in Piazza Grande non erano i blockbuster per il grande pubblico che una cornice simile meriterebbe, ma i loro parenti poveri (il loffissimo Miami Vice, per fare solo un titolo).
Chatrian, invece, ha conquistato per la serata del 7 agosto l’adrenalinico 2 Guns - Cani sciolti . Ben diretto dall’islandese Baltasar Kormàkur (101 Reykjavik; Contraband), 2 Guns è un riuscito buddy-movie che - senza troppo rivelare - ruota attorno al bottino di una rapina ma che soprattutto mantiene in pieno ciò che promette. In primo luogo è farcito nella giusta misura di inseguimenti, scazzottate, sparatorie e duelli, filmati con saldo mestiere e con un occhio ai maestri Peckinpah e Leone (ai cinefili non sfuggiranno altre gustose citazioncine come l’omaggio a Senza via di scampo, oggi semidimenticato ma che nell’87 segnò l’esordio da protagonista per Kevin Kostner).
In più si avvale di buone prove attoriali (su tutti Denzel Washington il quale, diversamente da tanti colleghi, recita con lo stesso impegno a prescindere dal livello di "autorialità" del film) e, non da ultimo, di alcune svolte nella trama meno scontate rispetto a quanto ci abbia abituato il genere del blockbuster-tutta-azione "pedal to the metal".
Nel momento in cui i titoli di coda rivelano che Two Guns è tratto da una graphic novel di Steven Grant, viene da chiedersi se c’è un rapporto tra la suddetta originalità e l’origine fumettistica dello script. Senza spingersi a collazionare vignette e fotogrammi, pare interessante notare che sempre più spesso il cinema americano d’intrattenimento si rivolge al mondo dei comics per un prodotto che si allontani o che sappia innovare quelle coordinate di genere che sono ormai diventate esausti stereotipi. Il fenomeno va ben oltre le trasposizioni dei fumetti di supereroi che, di fatto, si sono progressivamente definite come IL genere di punta del decennio.

[Per inciso: è estremamente suggestivo che tra i due colossi del genere si sia verificata una sorta di inversione tonale. Così dal cosmo DC, ovvero dai fumetti che per un cinquantennio sono stati i più colorati, camp, chiassosi e, tutto sommato, innocui, quando non decisamente trash (come scordare il Batman panzone di Adam West e il branco dei suoi esilarantissimi avversari?), derivano oggi film cupi, dolenti, disperati (il finale di The Dark Knight ne è un ottimo esempio). Per converso, mentre la Marvel negli anni ’80 indirizzava le sue testate verso un pubblico sempre più adulto e dava vita, grazie ad autori come Frank Miller o Chris Claremont, al filone "morte e distruzione" (la saga di Fenice Nera, Devil Born Again ecc…) sulle cui pagine comparivano drammi autentici che laceravano la vita degli eroi e incidevano pesantemente sull’evoluzione della loro personalità, oggi i film prodotti dai Marvel Studios hanno come caratteristica principale una leggerezza e un’ironia che ne fa prodotti destinati a un ventaglio di spettatori molto più ampio. Leo Ortolani, l’autore dell’esilarante Rat-Man, ha fornito un’efficace sintesi di tale dualismo in questa vignetta] _ Anche tralasciando le trasposizioni cinematografiche di eroi tratti dagli universi Marvel e DC (ma si dovrebbero menzionare ancora la Dark Horse, la Wildstorm e tante altre editrici indipendenti), sono moltissimi i film debitori del fumetto. Frugando nella memoria senza pretesa di completezza, ecco The Mask, Il Corvo, il ciclo di Men in Black, From Hell/La vera storia di Jack lo squartatore, V for Vendetta, 300, i due RED, Oblivion e persino film d’autore come Road to Perdition / Era mio padre (Sam Mendes) o A History of Violence (David Cronenberg).
Azzardiamo due possibili spiegazioni. I registi di oggi (non diversamente dagli autori di comics contemporanei) con i fumetti sono cresciuti, costruendo con essi un bagaglio culturale non diverso da ciò che potevano essere i classici romanzi d’avventura per i registi di cinquant’anni fa. Oppure, ed è l’ipotesi più suggestiva, è il fumetto ad essere cresciuto e oggi sfida lettori che venti, o trenta, o cinquanta anni fa amavano storie tutto sommato rassicuranti, con strutture ricorrenti e una morale ben delineata (quando non manichea) ad affrontare narrazioni che li mettano in crisi, traumi, situazioni problematiche. Affrancandosi dalle gabbie di censure più o meno esplicite (il famigerato Comics code dei fumetti americani, o il perbenismo che condannava gli eroi Bonelli a eoni di inverosimile celibato), l’arte sequenziale porta sempre più spesso i suoi fruitori in un territorio scabro, privo di certezze e nel quale l’etica viene continuamente messa a dura prova Il discorso meriterebbe sviluppo ben più ampio, ma limitandosi alla breve misura di un post, può essere interessante notare che, se da una parte il cinema hollywoodiano di intrattenimento pare sempre più spesso orientato a una progressiva semplificazione di trame e caratterizzazioni (per averne un’idea basta mettere a confronto Gli intoccabili del 1987 con Gangster Squad, pellicola che riprende massicciamente situazioni e caratteri del film di de Palma, restituendone una versione che, nella più benevola delle ipotesi, si può definire piatta e superficiale), dall’altra a restituirgli spunti stimolanti e maturi sia una forma espressiva come il fumetto, da sempre considerata ancillare o liquidata come prodotto per ragazzini.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 9 agosto 2013