Ancora su Pulp

Antonio Moresco



Comperavo e leggevo Pulp. Trovavo sempre nelle sue pagine qualcosa di interessante, che ancora non conoscevo, che mi apriva nuovi orizzonti, a differenza di altre riviste letterarie più pretenziose e paludate che il più delle volte sfogliavo in libreria senza che ci fosse un solo articolo che attirasse la mia attenzione: recensioni, interviste lunghe e libere a scrittori e scrittrici ancora invisibili o snobbati dai cosiddetti addetti al lavori e dagli inserti culturali dei grandi giornali, ritratti di autori ormai dimenticati dai più ma rimasti nel cuore di chi si aspetta ancora qualcosa dalla letteratura e dalla vita. Il tutto diretto, semplice, magari diseguale, però ti arrivavano non solo le informazioni ma anche la passione e la mitizzazione, senza le quali non c’è nulla, non c’è sconfinamento, non c’è grandezza, c’è solo la saggezza morta di chi non ci crede più e fa morire ogni cosa per nascondere a se stesso la propria morte.
Era una rivista con le antenne, che dava spazio ad autori non ancora entrati in circuiti più larghi, a forme in genere passate sotto silenzio dai grandi media perché ritenute poco “commerciali”, come ad esempio la poesia. Una rivista che stava su un crinale tutto suo, interessante e nevralgico, tra la letteratura -compresa la grande letteratura- e la parte migliore della letteratura cosiddetta “di genere”.
Credo di dovere qualcosa anch’io a Pulp, da molti anni particolarmente attenta al mio lavoro di scrittore e che ha contribuito a farlo conoscere presso un pubblico magari piccolo, ma giovane, vivo, inarreso, irradiante, che è quello a cui io continuo a sentirmi vicino.
Lo so che viviamo in un paese morto, in un paese di merda, dove proprio le persone e le iniziative migliori hanno la vita maledettamente difficile. In questi anni, in questi mesi, non faccio che assistere al triste spettacolo di giovani amici che non riescono a trovare il loro spazio e la loro strada in Italia, che per campare e per respirare devono andarsene lontano, a Barcellona, Berlino, Parigi, Londra, Città del Messico... Non sanno più dove sbattere la testa in un simile paese dove, in ogni campo, pare esserci posto solo per i maneggioni, gli appartenenti ai piccoli giri mafiosi che si autoproteggono e non fanno passare nessun altro se non dopo attente selezioni uniformanti al ribasso, nei giornali, nelle università, nelle case editrici, devono tentare di trovarsi una strada e una possibilità di vita in Africa, nell’Isola di Malta, in Canada…
E poi ci sono quelli che si arrendono, che diventano maledettamente “realistici” e cercano di trovare il loro posticino, di sistemarsi. In un solo anno diventano un’altra cosa, non li riconosci più, parlano una lingua che non avevano mai parlato non dico anni prima ma anche solo pochi mesi prima. E siccome anche loro lo capiscono, se ne rendono conto, devono cancellare anche dentro di sé, ai propri stessi occhi, ciò che resta di quello che erano stati, come se non fosse mai esistito, devono dimenticarlo, ridimensionano la portata delle loro aspirazioni, dei loro azzardi e dei loro sogni. Non riconosci più le persone da un anno all’altro. Un tempo ci volevano vent’anni, trent’anni. Nei romanzi dell’Ottocento l’eroe se ne andava lontano dalla propria casa e dalla propria città, seguiva la sua strada e la sua avventura, affrontava i suoi rischi e le sue sconfitte e poi, quando ritornava pieno di ferite ma magari anche di gloria, ritrovava i vecchi amici irriconoscibili, invecchiati, spenti, neppure l’ombra di quello che erano stati nell’istante breve della giovinezza, avevano preso le misure del mondo e di se stessi e si erano adeguati, avevano “imparato a vivere”, si erano procurati una maggiore agiatezza, si erano narcotizzati, erano guariti dall’inquetudine della giovinezza e dal dolore di non combaciare mai completamente con se stessi e col mondo, per tenere aperto dentro di sé un varco che potesse portarli da un’altra parte, avevano finalmente trovato il loro piccolo posto e -come si conviene- si erano messi ad aspettare la morte. Però ci volevano vent’anni, trent’anni! Adesso basta un anno, bastano due anni… Che cosa sta succedendo in questi anni, in Italia? Che spettacolo doloroso, avvilente! Che enorme peccato è sotto i nostri occhi!
A me non pare possibile che le cose che ci sono state finiscano del tutto, che si spengano completamente, che non conservino dentro di sé una segreta potenza metamorfica, che non resti una piccola zona irriducibile ancora accesa sotto la cenere che non possa riprendere a divampare.
Io spero che dalle ceneri di questa piccola e originale rivista nasca qualcosa d’altro e di inaspettato.
Forza, Fabio, inventati qualcosa di nuovo, e vedrai che gli amici non ti mancheranno!








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 9 agosto 2013