Io non voglio vivere senza sogni

Teo Lorini



Avrà inizio questo mercoledì il sessantaseiesimo Festival di Locarno, il primo della direzione artistica dell’italiano Carlo Chatrian.
In attesa di ammirare (e valutare) le 20 pellicole del concorso internazionale, pare opportuno segnalare un appuntamento che, sin d’ora, si annuncia come uno dei più allettanti dell’intera rassegna. Il 16 agosto infatti salirà sul palco di Piazza Grande per ricevere il Pardo d’onore il regista bavarese Werner Herzog.
La presenza dell’autore di Aguirre, furore di Dio sarà in primo luogo l’occasione per (ri)scoprire l’opera di questo cineasta ardito, visionario e poetico. A cominciare dai suoi suoi documentari: sono imperdibili almeno Il diamante bianco (2004) e Grizzly Man (2005). A Locarno sarà presentata anche una scelta dei film di invenzione di Herzog, come Nosferatu, il già citato Aguirre e naturalmente l’immenso Fitzcarraldo.
Quest’ultimo sarà proiettato proprio sulla Piazza Grande: il 16 agosto alle 23.30 sarà dunque possibile ammirare questo film monumentale, non semplicemente in un cinema, nella dimensione cioè per cui esso fu concepito, bensì su uno degli schermi più grandi d’Europa.



Storia romanzata di un mercante-imprenditore delle risorse amazzoniche che, al principio del Novecento, concepì l’idea di costruire un grande teatro dell’opera nella cittadina peruviana di Iquitos, Fitzcarraldo ebbe una lavorazione lunghissima (quattro anni) e funestata da innumerevoli incidenti e cambi di programma. Tanto per menzionarne uno, quando già quasi metà delle riprese erano state concluse, il protagonista (Jason Robards) si ammalò gravemente e dovette essere sostituito, vanificando tutto il lavoro svolto. Dal film scomparve un personaggio perché l’attore che lo interpretava (assai bene, a detta di Herzog) si chiamava Mick Jagger e non poteva permettersi di fare aspettare per tutto quel tempo i tour dei Rolling Stones. Ma il motivo per cui Fitzcarraldo esce dalle coordinate del cinema tradizionale ed entra direttamente nella leggenda è la scommessa di filmare il trasporto di un’autentica nave a vapore di oltre 300 tonnellate al di là di una montagna con un inclinazione di 40 gradi. A tale impresa, Herzog consacrò ogni risorsa, rifiutando le imposizioni (ma anche i ricchi budget) delle case di produzione hollywoodiane, per restare fedele alla onestà della propria arte. Lo stress di questa odissea produttiva, tecnica, fisica, mentale fu tale da spingere Herzog a dichiarare che «abbandonare Fitzcarraldo significherebbe diventare un uomo incapace di sognare e io non voglio vivere senza sogni. Con questo progetto intendo vivere la mia vita o concluderla».

Per approfondire la conoscenza di Herzog, cade allora in taglio lo splendido volume-intervista curato da Paul Cronin Incontri alla fine del mondo (Minimum Fax). Qui Herzog ripercorre le avventure e i rischi a cui si è esposto per realizzare i propri film ma regala anche considerazioni più ampie: sul cinema, l’arte, le vite degli individui e l’orizzonte della specie.
Un grande pregio del libro è la naturalezza con cui l’intervistatore lascia che Herzog sviluppi il suo pensiero e si racconti senza schemi e senza filtri. Ne emerge un’idea di cinema lontanissima dalle dinamiche produttive e dalle gabbie esegetiche che oggi uniformano il gusto comune. E mentre tanto la cosiddetta critica quanto il grande pubblico reagiscono sempre più spesso con insofferenza e incomprensione a opere dissonanti rispetto all’omologazione dei modelli in voga, Herzog si concede oggi le stesse libertà vertiginose cui è rimasto fedele senza cedimenti sin dal suo esordio. È quella vicinanza al nucleo incandescente della sua arte che ha permesso a Herzog di confrontarsi con la classicità di un modello come Murnau (nel suo Nosferatu) e al contempo di realizzare film visionari, anarchici e arditi come Anche i nani hanno cominciato da piccoli o lo straniante Apocalisse nel deserto.
Dulcis in fundo, Incontri alla fine del mondo dedica numerose pagine al sodalizio – durato per ben cinque film – tra Herzog e Klaus Kinski. Parlando del suo attore-feticcio, Herzog dice «Insieme eravamo come due masse critiche che entrano pericolosamente in contatto» e rivela che entrambi avevano immaginato piani articolati per eliminare fisicamente l’altro.



Eppure, a partire dall’intensissima interpretazione in Aguirre Herzog è riuscito ad ottenere da Kinski, il cui talento d’attore era pari all’immensità del suo capriccioso egocentrismo, cinque prove magistrali, riscattando una carriera che fino a quel momento era quella di un curioso caratterista, pronto a sprecare le sue doti in filmacci d’infimo livello, in cui recitava quasi esclusivamente la parte del maniaco schizoide. Il rapporto tra i due ha scritto un capitolo della storia del cinema che Herzog stesso ha ripercorso in Kinski. Il mio nemico più caro. Dopo la visione di questo documentario, realizzato in ricordo del suo “liebster Feind”, si ricorderanno a lungo le omeriche scenate di Kinski ma sarà impossibile dimenticare la dolcezza dell’ultima, struggente sequenza.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 3 agosto 2013