Freccia d’Europa: i morti #2

Tiziano Scarpa



Il 15 giugno, nella tappa da Pontey ad Aosta, abbiamo incontrato questa lapide in francese, che ricorda l’incendio e la distruzione del piccolo villaggio di Fenis nel 1944 da parte dei nazifascisti, per “ricordo duraturo ai popoli contro tutte le guerre e le crudeltà”. Ogni volta che si legge una lapide commemorativa di questo genere bisogna fare una specie di sforzo di immaginazione potenziato da un cambio di stile, per scavalcare la solennità sintetica delle parole scolpite e recuperare il terrore caotico dei momenti a cui si riferiscono. Prendere parole generiche che racchiudono orrori concreti, accaduti davvero, far sbocciare la loro astrazione: “Incendiato, distrutto, guerre, crudeltà”...

Nella tappa del 17 giugno, a Echevennoz, salendo da Etroubles verso il Gran San Bernardo, ho colto al volo Antonio e Giovanni, autori di Zingari di merda, proprio nel momento in cui stanno leggendo una lapide particolare:

Ed ecco la lapide. Trascrivo le parole che porta scolpite, che forse nella foto si leggono a fatica: “Gli zingari stagnini qui sperduti nella vita nomade, randagia per la dura ragione dell’esistenza, li colse e li vinse un turbine candidissimo di neve omicida. Viatore pensa a loro e per loro prega”. Si muovevano con le loro famiglie, e insieme a mogli e figli restarono sepolti sotto una tempesta di neve. Zingari di merda è il racconto di un viaggio fino a Slatina, con le parole di Antonio e le foto di Giovanni. Il testo si può leggere anche qui.

Il 19 giugno, nei primi paesi svizzeri che abbiamo attraversato, mi ha colpito la presenza di piccoli cimiteri incassati fra le case, senza recinzione. Eccone uno dalle lapidi moderniste, molto stilizzate:

Il 27 giugno abbiamo costeggiato il lago di Neuchâtel . Molti bar e locali in Svizzera sono decorati da pupazzetti, stampe e ninnoli che raffigurano un animale. Piccoli autogrill lungo le strade hanno rassegne monotematiche di totem esotici e domestici, cavalli, elefanti, meduse, cervi, galli, appesi alle pareti, sulle mensole e ripiani. Qui siamo entrati a prendere un caffelatte in un padiglione in riva al lago. A giudicare dal composé in un angolo, la padrona sembrava una fan delle rane. Per quale motivo?

Eccolo, il motivo. Mi sono accorto solo dopo che la padrona era seduta a un tavolo, stava preparando per la cottura un centinaio di cadaverini di rane, un piatto forte di quel locale:

29 giugno, da Bienna a Moutier. Rita medita davanti a quest’albero abbattuto. Mi sono fermato anch’io, ho contato i cerchi del tronco. Aveva centoventi anni:

5 luglio, tappa da Grissheim a Neuf Brisach:

6 luglio, tappa da Neuf Brisach a Schœnau:

7 luglio, penultima tappa, da Schœnau a Erstein. Uno degli innumerevoli piccoli altari lungo le strade, che ricordano persone care morte in un incidente. Questo è quasi un giardino:

Nella Lettera aperta al Parlamento europeo, ideata e discussa tutti insieme nelle riunioni che abbiamo fatto lungo il percorso, e che è stata scritta da Antonio Moresco, c’è anche questo paragrafo:

“Lungo strade e sentieri abbiamo incontrato anche molti piccoli cippi e mazzi di fiori nei punti dove era morto qualcuno. In un sentiero delle Alpi vicino ai ghiacciai -lo stesso percorso secoli fa da Annibale con i suoi elefanti e poi da Napoleone- una lapide bianca murata in una roccia ci ha indicato il punto in cui sono morte assiderate durante una tempesta di neve decine di zingari randagi su quelle montagne. E abbiamo anche incontrato un gran numero di animali morti: topi, ricci, talpe, istrici, tassi, uccelli piccoli e grandi, serpenti... Abbiamo assistito all’investimento di un gatto bianco e alla sua breve e straziante agonia. Che ci ha ricordato che la vita è dentro la morte, come la morte è dentro la vita. E che è così non solo per le nostre singole esistenze ma anche per i popoli e per i continenti. E che è cosi anche per i nostri sogni, le nostre illusioni e le nostre visioni.”

[La prima parte di questo articolo è qui].








pubblicato da t.scarpa nella rubrica freccia d’Europa il 8 agosto 2013