Ma dove sono le parole?
Parte terza: quello che conta, i grandi, cos’è la poesia


Chandra Livia Candiani,
in dialogo con Andrea Cirolla




Chandra Livia Candiani conduce da anni seminari di poesia nelle scuole elementari di Milano. Una Milano decentrata, liminare; quella delle periferie.
Le bambine e i bambini sono italiani e stranieri, figli di immigrati da ogni parte del mondo. Presentiamo qui una selezione delle loro poesie. Non faremo mai il nome delle scuole e non faremo mai i nomi completi dei bambini. La loro poesia – questa poesia – dà coordinate abbastanza precise e parla più dell’identità dell’anagrafe.
Del materiale raccolto dal 2006 a oggi sono stati individuati otto grandi nuclei tematici.
Dopo la prima puntata dedicata al Silenzio e la seconda dedicata al Mondo, L’autoritratto (o «La vita di»), Le parole, L’addio, passiamo a presentare le poesie che i bambini hanno dedicato a: Quello che conta (talvolta è quello che «resta»), I grandi, Che cosa è la poesia.
[Andrea Cirolla]

***

ac – Ciao Chandra. Abbiamo interrotto il nostro dialogo, la scorsa puntata, sul paese-radice e sul corpo, la prima porta da aprire per entrare nella casa delle parole. L’intelligenza del corpo, la sua ricettività. Ma che ruolo gioca invece la mente nei vostri laboratori? Come conduci i bambini? Una volta trovato il luogo della parola dentro e fuori di sé, cosa gli permette di mettersi in contatto con la parola, essere protagonisti attivi della parola?

clc – Bisogna che ci siano delle domande. Tante domande. Tanta voglia di fare domande. Non importa a chi. Tanto meno rispondere. Far risuonare le domande e mettersi in ascolto. Forse qualcuno o qualcosa risponderà, forse la domanda si scioglierà nell’aria, forse risuonerà dentro, forse farà ridere, forse piangere. Forse: ecco una parola importante per un percorso che da dentro va verso l’esterno. È la voglia di comunicare che fa trovare le parole. Ma anche lo scarto, sentire che la poesia è anche musica e magia, che si possono fare dei salti con le parole e farli fare agli altri. Si può far sorridere o tremare. E soprattutto si può non sapere. Un sacco di volte i bambini mi chiedono: «Posso dire…» e io rispondo sempre: «Puoi dire tutto, non c’è niente di proibito, basta trovare le parole per dirlo». E poi ci sono quelli appena arrivati, talvolta da Paesi con lingue così diverse, come il cinese, che proprio non ho nessuna parola tra di noi. E anche per questo da anni seguo una formazione clown, per avere una faccia accogliente, un sorriso vero, delle facce giuste, mobili, veloci e soprattutto abitabili. Con un bambino marocchino ricordo di aver passato la prima lezione solo così. Parlavo agli altri e lo vedevo spegnersi, allora smettevo, gli facevo tutto un alfabeto di carne e una grammatica di espressioni facciali e corporee e lui tornava vivo e mi rispondeva allo stesso modo. Non lo mollavo. Io ho un bisogno grande di non lasciare nessuno fuori dalla rete della comunicazione, di restare legati, anche quando è impossibile; ci leghiamo all’impossibile e ce lo comunichiamo a smorfie.

ac – Il percorso verso la parola è anche un percorso nell’interiorità, nella propria storia e in quella famigliare. Può accadere allora che si incontri anche il dolore. Come gestisci questo aspetto? Che atteggiamento proponi ai bambini nei confronti del sentire?

clc – Per sentire occorre nudità, bisogna imparare a non giudicare quel che sentiamo, a lasciarlo essere, a dargli un grande spazio vuoto e accogliente perché possa rivelarsi. Per sentire bisogna perdere tante opinioni, tanti “saperi”: la tirannia del capire, l’impero della ragione, il chiacchierio della mente discorsiva, la convenzionalità, i luoghi comuni devono andare in frantumi o essere lasciati sullo sfondo, con rispetto, ma sullo sfondo. Ma soprattutto, ci deve essere un bello strato di fiducia tra di noi, per questo iniziamo e concludiamo sempre ogni incontro dandoci la mano, sembra banale ma così ci trasmettiamo un filo e una rete, rete da acrobati. Tocchiamo spesso il dolore, soprattutto quando scriviamo dell’addio, certe volte piangiamo, ma c’è sempre una misura. La poesia è una misura, le parole sono una misura, contengono, senza fare bello, senza appianare. Sono uscite storie terribili, ma anch’io vengo da un’infanzia terribile e loro lo sanno, lo sanno subito, appena mi vedono; ci riconosciamo. E poi se è troppo non si scrive, si fa altro, distrarsi non è proibito. Si ride anche tanto, sai? E comunque è proprio dai bambini che ho imparato che un dolore detto, condiviso è meno doloroso, anche se al momento brucia e punge.

ac – Si piange e si ride, e alla fine si torna sempre al corpo…

clc – Non siamo più abituati a dare ascolto al corpo, a lasciarlo vivere, parlare, esplorare. Certe volte i bambini sembrano vecchini, stanchi, un po’ smarriti e rigidi. Oppure si scatenano. Non c’è l’abitudine a sentirsi, esplorarsi, contenersi. Noi cerchiamo le parole nei cinque sensi, e nel sesto, il sogno, la mente. E questo permette di far entrare a scuola il corpo che corre, gioca a calcio, balla, fa i salti, è lo stesso corpo, anche se sta seduto a terra o su una sedia, può restare vivo, non occorre spegnerlo. Noi lo svegliamo, anzi.

ac – Quale ruolo gioca il pensiero in poesia?

clc – Il pensiero c’è in poesia, la poesia è senz’altro una forma di pensiero, ma quale? Le poesie in cui il pensiero sta prima dello scritto, fronteggia la poesia, sono proclami, editti che vanno a capo. Ma un pensiero che nasce dalla poesia, che sorprende chi scrive, questo è sentimento che conosce, conoscenza del mondo attraverso i sensi, la sensibilità, le antenne.

ac – Questa intelligenza del sentire, la conoscenza di cui parli, mi sembra abbia poco a che fare con la sfera emotiva.

clc – C’è molta confusione tra emozione e sentimento. Il sentimento non è emozione, è una forma di conoscenza, è una percezione nuda e diretta di quello che ci sta di fronte, intorno, dentro. Il sentimento viene da fuori come da dentro, proprio come le parole. E a sentire s’impara. E s’impara a sentire. È conoscenza e c’è un addestramento. Dura tutta la vita. E ci accompagna, cambia, ci dice chi siamo, come stiamo e dove ci troviamo, nel mondo, nei paesaggi della terra e nei paesi dell’anima.

ac – Qual è la tua intenzione quando affronti un seminario di poesia o quando, come in questo caso, decidi di parlare a un pubblico della tua attività educativa?

clc – Non ho nessuna pretesa che qualcuno leggendo questo testo o partecipando a un seminario di poesia possa diventare poeta, ma ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi. Strumenti come il martello, i chiodi, la colla, il coltello, la garza e i cerotti, il pennello, uno strumento musicale, una stretta di mano, un pugno, un urlo, un abbraccio, una carezza. Strumenti come la vita quotidiana è tutta uno strumento per imparare a vivere e morire e non solo a sopravvivere e a tirare a campare. Strumenti che tagliano, che tengono insieme, che rompono, che aggiustano, che curano, che alleviano, che fanno sprofondare, che fanno volare, che fanno risvegliare, sognare, aggiungere, mettere a nudo, velare.
Barche che tengano il mare: Si parte? Sì, dai, partiamo!

***

6. I grandi

Nashua, 9 anni, marocchina

La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un compleanno bellissimo!

*

Joy, 9 anni, filippina

I miei familiari sognano ad occhi aperti
ma pagano a occhi chiusi.
A noi manca
solo
un tocco di pazienza,
un tocco di pazienza per favore.

*

Christian, 10 anni, filippino

Grazie per la sedia
ed avermi dato una casa,
io sono piccolo, ma dentro
sono gigante che è sbocciato
da una briciola

*

Leo, 8 anni

La finestra aperta sono io
la finestra chiusa sono i grandi
che spezzano il vetro.

*

Kimberly, 10 anni, eritrea

S’attacca i bottoni della giacca
e in un attimo l’uomo con la giacca aperta
fissa il suo paesaggio
sognando dolci, pizzette, gelati
qualcosa che lo fa star bene,
per non avere solitudine o tristezza
ma per avere la felicità e amore
con persone buone o cattive.
Non ha molta importanza la gente
ma la tua pace.

*

Alessandro, 10 anni, italiano

Io
Mi ricordo
la mia prima
dormita.
Papà
mi trasmetteva calore,
amore e simpatia
tutto allo stesso tempo.
Oggi mi racconta ancora
delle mie labbra lucide.

La poesia è una tela da tessere.

*

Wang Lin Hu, 9 anni, cinese

Ho sentito un campanello
e ho visto sulla finestra
tre uccelli:
uno piccolo e due grandi,
poi insieme gli uccelli
sono volati via
così ho pensato
alla mia famiglia.

***

7. Quello che conta (o che «resta»)

Kiro, 10 anni, egiziano

Quello che resta

Quello che resta nel mio paese è bello
quello che resta ancora c’è
quello che resta profumo
quello che resta graffia la morte
quello che resta profuma tutto

*

Leo, 8 anni

Quello che conta

Quello che conta
è la formica
è tutto che conta.
È sacro.

*

Davide, 8 anni

Quello che conta

Quello che conta è avere una casa
una casa calda
una casa calda d’inverno.
Quello che conta è avere due occhi
due orecchie, una bocca
e due piedi.

*

Sveva, 8 anni

Quello che conta

Un sacco pieno di monete
conta
ma anche una carezza
della notte cosa conta?
conta il mistero segreta
la luna e le stelle.
E un cuscino?
Sì sì che conta mi fa dormire

*

Simone Nao, 8 anni, giapponese

Quello che conta
per me
è la morte
perché
le persone
spariscono.

*

Giovanni, 8 anni

Quello che conta

Quello che conta è il pelo per il gatto
come l’erba per il fungo
come le foglie per lì armadillo
come il cuscino per i capelli
ma quello che conta per me veramente
è il legame che ha formato il mondo.

*

Monica, 10 anni, filippina

Quello che resta

Le persone sono semplici
ma sono lo stesso
belle.
La vita è come una grotta
è tutta buia.
È anche infinita
come una torre.
Abbiamo passato momenti
duri,
ma poi
è uscito il sole
a darci felicità.
Noi siamo colline
e, pian piano,
ci abbassiamo.
Maestra,
il verbo restare
non è all’infinito.

*

Nabil, 10 anni, egiziano

Quello che resta

Quello che mi resta
quello che è bello
quello che è piccolo
quello che è luce
quello che è solletico
quello che è paura
quello che è morbido
quello che è fare
quello che è Egitto.

***

8. Che cosa è la poesia

Ginai, 9 anni, cinese

Che cos’è poesia

La poesia scapa nel mondo e la
mia
mamma
non lo sa la poesia dopo la mia mamma va
cercare nel mondo.

*

Mattia, 8 anni, italiano

La poesia
è gioia di elettricità
come un fulmine.
Follia!

*

Alice, 8 anni, italiana

La poesia è:
tranquillità
silenzio
concentrazione
un po’ di pazzia
piacere di ascoltare
il nostro amico silenzio.

*

Ilaria, 8 anni, italiana

La poesia misteriosa

Un poeta la recita
un libro la contiene
il fuoco la brucia
la pagina la protegge
il sole la illumina
la matita la scrive.

*

Michelle, 10 anni

La poesia è una cosa forte
di felicità
ed è leggera.

*

Bryan, 10 anni, equadoriano

Che cosa è la poesia?

Cara poeteza chiamata Livia è
stato come una rondine e
un fiore che sbocia alla
primavera e una poesia
per la maestra più brava più gentile
il cuore fa puf
e sei molto e
una lacrima che scende mi sono
affezionato
poeta Bryan
ti mando baci baci 100000 baci per te
Cara Livia ti mando saluti che ti voglio
tanto bene che facio pum che sto per
scopiare e una lacrima che scende
ti mando saluti da parte da Bryan
Bryan

***

Sulle poesie di Nashua e Christian

Non posso non parlare di almeno due autori di queste poesie: Nashua e Christian. Nashua aveva da poco perso la mamma e scriveva sempre su quello. Avevo paura che soffrisse troppo e le dicevo di scrivere solo se voleva, se non faceva troppo male. E lei ha risposto: «Mi aiuta. Come la mia amica» e ha stretto forte la mano a una sua amica velata che la guardava con la compassione di una madre di 9 anni.
Christian era appena arrivato dalle Filippine. Gli ho chiesto se parlava inglese e ha assentito con la testa. Era piccolissimo, non dimostrava più di 6 anni. Mi sono accorta che assentiva a tutto, ma non capiva l’inglese. Certe volte lascio le cose così e solo ci stringiamo la mano e loro scrivono quello che gli va nella loro lingua oppure disegnano. Ma Christian partecipava con tutto il corpo a una lezione sui suoni e rideva e si dimenava. Allora ho chiesto un’interprete, una bambina filippina che avrebbe solo ascoltato lui e trascritto le sue parole. Bene, potete leggere la sua poesia, è qui. (clc)


[Prima parte;
seconda parte;
quarta parte.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 3 agosto 2013