Gli scacchi e le visioni

Roberto Ferrucci



Forse è una questione generazionale. Forse, agli adolescenti di oggi non importa un bel niente del gioco degli scacchi. Ma c’è una generazione, quella adolescente o poco meno nell’estate del 1972, che ci ha provato – eccome – a giocarci. Da luglio a settembre, dalle ferie al mare fin quasi all’inizio della scuola, quella generazione di ragazzini ha seguito passo passo lo sviluppo della sfida a Reykjavik, fra Bobby Fischer e Boris Spassky. La sfida del secolo, con tutti gli annessi e i connessi di un confronto fra uno statunitense e un sovietico nel pieno della guerra fredda. Non c’era quotidiano, anche di provincia, che non pubblicasse puntuale le cronache delle partite, con un maestro che ti spiegava le mosse decisive. L’autunno successivo eravamo tutti scacchisti alle prime armi. Quasi nessuno ha continuato. E il perché risulterà chiaro a tutti quelli che leggeranno questo bellissimo romanzo di Mauro Covacich, L’esperimento. Capiranno forse il perché di quell’abbandono immediato e mille altre cose. Perché Mauro Covacich dentro a queste centosessantuno pagine non mette solo gli scacchi, mette la vita, la racconta, la affronta, la confronta, la raffronta, la spiega scientificamente, metaforicamente, romanzescamente, realmente. E per gli scacchisti mancati della generazione Fischer-Spassky e non solo, mette in opera uno dei sogni immancabili, ricorrenti ogni volta che si guardava – e si guarda – una scacchiera e le sue statuine. La scacchiera diventa il mondo, diventa la quotidianità dentro cui prendono vita i pezzi, cioè noi. Re, regine, torri, alfieri, cavalli e pedoni. Siamo noi. Quante volte ci siamo domandati, da piccoli, che cosa significasse quella gabbia di quadrati bianchi e neri, e quei pezzi là sopra. Quali e quante fantasie.

Ma L’esperimento non è, sia chiaro, un romanzo per scacchisti. Al contrario. Gli scacchi sono il pretesto per raccontare questo mondo, questa epoca, la nostra realtà. Attraverso Gioia Husich e le sue visioni, Mauro Covacich sdipana sulla scacchiera della vita la nostra quotidianità, le nostre ansie, le nostre contraddizioni, le paure, ci mostra percorsi lungo strade impervie e vicoli ciechi, semafori dove nell’attesa una donna dai tratti slavi declama poesie incantando il mondo (sarà forse la poesia a salvarci?, sembra suggerire Covacich, fin da subito, fin dall’exergue di Andrea Zanzotto “Celeste dono del silenzio è il mondo”).

Gioia Husich è il risultato di un folle esperimento di suo padre che, a Trieste, tenta di ripetere la stessa cosa riuscita all’ungherese Laszlo Polgar: trasformare le sue tre figlie in campioni, dimostrando che il genio non esiste e chiunque, se allenato fin da piccolo, può ambire ai più prestigiosi risultati. Ma ciò che a Polgar nella realtà è riuscito, a Husich no, le due sorelle di Gioia abbandonano in fretta, più attratte da ciò che accade fuori dalla scacchiera. Lei invece continua, per un motivo, soprattutto: «Ovviamente, quando i miei genitori hanno deciso di chiamarmi Gioia, stavo ancora ben nascosta nell’utero di mia madre, e a nessuno era venuto in mente di proporre un’amniocentesi a una donna che aveva già partorito due bambine perfette». Soffre infatti di una grave handicap che la costringe a muoversi con le stampelle. Ma non si tratta solo di questo. A Gioia piace stare dentro alla scacchiera e forse, chissà, sarebbe comunque arrivata dov’è: a un passo dal titolo di Grande Maestro. Ma c’è un però, fin dalle prime pagine. Gioia inizia ad avere delle visioni. Ne parla subito con il suo maestro, Denis Goitani, amico di suo padre, una specie di zio, lo definisce lei, ma non solo. Le visioni pare siano frequenti fra gli scacchisti, e Gioia lo sa: «Però in fondo la questione è molto semplice: poca dopamina e sei depresso, tanta dopamina e sei allegro, troppa dopamina e arrivano le visioni». Perché «nessun cervello genera tanta dopamina quanto quello di uno scacchista». Le visioni si manifestano la prima volta in gara a Biarritz, un torneo che poi vincerà. E Gioia le racconta, quelle visioni. Ci racconta la storia del re e della regina, una coppia in crisi per via della depressione che ha colpito il re. Attorno a loro, torri, alfieri, cavalli, pedoni, personaggi in carne e ossa in una città di macchine, cemento e asfalto.

Un romanzo pieno di storie e di personaggi. Di sentimenti e varianti, di vita e di gioco. E sarà l’amore – impossibile, a volte – a dare la svolta. Un giovane giornalista venuto a intervistare Gioia Husich per un libro sulle donne che cambieranno l’Italia. Una serie di incontri attraverso i quali Gioia si racconta a lui e a noi. Con un epilogo solo apparentemente inevitabile. L’amore che mette fine all’esperimento, che chiude la partita, la indirizza a uno scacco matto o, forse, perché no, a una nuova variante. Solo quando tutti i pezzi avranno esaurito le mosse a disposizione dentro al nostro mondo, dentro alle pagine del romanzo, la partita terminerà. Avrà vinto il bianco o il nero? Oppure sarà patta? Poco importa. C’è sempre un’altra partita da ricominciare. Un libro, L’esperimento di Mauro Covacich, da leggere e rileggere.

Mauro Covacich, L’esperimento, Einaudi, p. 161, €18,50.
Un estratto del romanzo si può leggere qui.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 2 agosto 2013