Richard Powers e la potenza della finzione

Carla Benedetti



Vincitore nel 2006 del prestigioso National Book Award, Richard Powers è uno degli scrittori americani più affascinanti e più inventivi. I suoi romanzi incantano e non somigliano a quelli di nessun altro. Nemmeno ai suoi precedenti. Da un libro all’altro è sempre alla ricerca di qualcosa.

Perché - gli chiedono in un’intervista comparsa su "The Believers" - si ostina a scrivere fiction invece che memoirs o saggi come fanno molti scrittori della sua generazione? La sua risposta è fulminante:

"La finzione può essere una cosa molto più potente di quanto si pensi. La selezione naturale deve aver favorito l’amore per la finzione. E’ evidente che essa ha un qualche valore per la sopravvivenza". E per dimostrarlo si appoggia agli studi sul cervello: "fare e immaginare condividono gli stessi circuiti".

Ma per averne una prova basta leggere il suo ottavo e splendido romanzo, Il tempo di una canzone, tradotto sette mesi fa da Giulio Caraci per Mondadori (pp. 835), e stranamente caduto da noi, a parte una recensione di Dario Voltolini, quasi in un cono d’ombra. Sarà per la lunghezza? Ma i lettori di romanzi la amano, un po’ meno i recensori.

Il protagonista è un mulatto dalla voce prodigiosa ("talmente pura che avrebbe potuto far sentire in colpa dei capi di Stato") in un’America oscurata dal razzismo. Il suo fulcro è il Tempo, quella cosa misteriosa in cui tutto sta per accadere e già non c’è più, come il respiro prima della nota o l’impronta del suono quando il canto si interrompe. Una sorta di Orfeo alla rovescia ("Guarda avanti, e tutto ciò che ami svanirà") guida il suo modo di narrare insolito, capace di sviluppare la storia dentro al "sentimento di ciò che accade" e di tenere tutto, passato e presente, sul crinale del tempo.

Studi universitari in fisica, poi in letteratura, Powers si muove a suo agio nelle neuroscienze, nella biologia molecolare, nell’intelligenza artificiale (vedi Galatea 2.2, tradotto da Luca Briasco per Fanucci nel 2003). Ma i suoi non sono romanzi-saggi e nemmeno romanzi di idee, ma narrazioni vive in cui quel sapere palpita da dentro, in una fusione di emozione e intelletto.

Al centro del suo prossimo romanzo - dice in un’intervista - ci sarà questa domanda: "se la razza umana può avere un lieto fine".

(uscito su "l’Espresso", 8 marzo 2007)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 21 marzo 2007