Riconoscere una strada

Anna Ruchat



Riconoscere una strada
Nota su Ludwig Hohl

«Talvolta mi stupisco, ripensando a come tutto un mio libro sia potenzialmente racchiuso in una frase di Hohl».
Friedrich Dürrenmat

Più che uno scrittore, Ludwig Hohl, per la Svizzera, è una vera leggenda, ricca di aneddoti, alimentata negli anni da un pubblico di gelosi intenditori, custodita come un segreto messaggio, ingigantita con la morte del protagonista nel 1980, e nemmeno appannata dal fatto che oggi i libri dello scrittore glaronese, pubblicati presso l’editore Suhrkamp, sono finalmente disponibili in ogni libreria.
Hohl nasce nel villaggio di Nestal (Canton Glarona) il 9 aprile del 1904. È figlio di un pastore protestante, nipote di un industriale – fatti che incideranno non poco sulle sue scelte e condizioni di vita, nel bene e nel male –; la famiglia è ricca ma non lo sostiene finanziariamente se non quel tanto che basta a non farlo morire di fame. Hohl frequenta le scuole nel Canton Turgovia, dove la famiglia si era trasferita e sui vent’anni smette di studiare per recarsi all’estero, a Parigi, dove inizia un decennio di «oscuro e affannoso dibattersi» nella scrittura, una di quelle indistinte immersioni nel lavoro inteso come impegno morale, come riflessione fuori dagli schemi (Hohl ebbe una formazione da assoluto autodidatta), obliqua e talvolta contorta, ma sempre lontana da ogni forma di sperimentalismo. «Il mondo consiste di strade, pochissime delle quali sono già state percorse. Tutto lo spazio inafferrabile intorno a te consiste di strade che tu non vuoi riconoscere come tali. Le strade l’uomo non le deve costruire» scrive Hohl nelle Notizen. «Avere il coraggio di riconoscere una strada, questa sì è una conquista».
«Elevare la propria esistenza quotidiana all’altezza dell’emozione che procura un viaggio,» scrive sempre Hohl «giungere a questa disponibilità, a questa capacità di darsi, alla capacità di vedere le cose in grande, a questa tensione interiore, a questa fecondità di pensiero – questa è la vita».
Un viaggio della mente in cui si alternano pianura e montagne, sorpresa e consuetudine, fatica e sollievo, è ciò che offrono i suoi frammenti, i suoi appunti, e i suoi racconti.
Non tutti i colpi ovviamente vanno a segno, la valanga di idee, annotazioni, aforismi che si riversa sulla poca carta disponibile in quegli anni va scremata e Hohl stesso ne è perfettamente consapevole, ma il materiale che supera la selezione si organizza via via in un articolato diagramma della testimonianza intellettuale: «Non sono qui per sembrare senza macchia – a che scopo avremmo allora i religiosi –, bensì per portare una testimonianza sempre più pura». Così scrive Hohl nelle Notizen, sua prima e unica opera di riflessione compiuta, nata nel paesaggio piatto e monotono dell’Olanda.
È in Olanda infatti, in un periodo (1934-1937) in cui l’autore versa in gravi difficoltà economiche, che si struttura definitivamente la sua vocazione, è lì che prende forma, in un frenetico sovrapporsi di annotazioni, quella glossa eretta a sistema che sono le Notizen, oder Von der unvoreiligen Versönung, uscite in tedesco solo nel 1944 (la prima parte) e nel 1954 (la seconda), e di cui in italiano è stato pubblicato, con il titolo Note, il primo volume nel 2000 presso Marcos y Marcos, che di Hohl aveva già pubblicato La salita e Sentiero notturno. Ma è in Svizzera, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta che nasce e si alimenta il mito Hohl – pochi avevano letto i testi, a lungo non disponibili, troppi sapevano della sua stanza in una cantina di Ginevra dove, spesso ubriaco, appendeva i fogli con gli aforismi ai fili per stendere.
Ecco come descriveva nel 1958 l’allora giovane scrittore svizzero Jürg Federspiel una sua visita alla «leggenda Hohl» nel 1958: «Ludwig Hohl vive oggi a Ginevra in uno scantinato che richiama alla nostra memoria i dostoevskiani ricordi dal sottosuolo. Una cantina, una specie di lavanderia sotto il cui soffitto macchiato di muffa e di ruggine sono appesi trasversalmente tre o quattro fili per stendere. Centinaia, migliaia, forse decine di migliaia di biglietti sono fissati a quei fili con le mollette: idee, immagini, aforismi, bilanci in dodici sillabe di ore grigie e soffocanti dedicate al pensiero… »
L’opera di Hohl ripropone l’immagine di un movimento che dall’estrema periferia, dalle zone più marginali del sapere e della vita, porta verso il centro, l’idea che ciò che si impone al centro nasca ai margini. È dunque appena oltre lo steccato che delimita il giardino del fantomatico eppure così concreto signor Rossi (la figura ricorrente, emblema del senso comune) che Hohl colloca la propria riflessione; dentro un universo molto personale ma pieno di rimandi alle sue figure guida (Lichtenberg, Goethe, Proust, Valéry, Spinoza) che formano una sorta di costelllazione surreale e periferica. Ma quali sono le zone della periferia in cui Hohl si inoltra? Nelle Notizen c’è un indice che ce le elenca: la letteratura, la lingua, la scrittura, l’arte – con un più forte accento sul lavoro inteso come conoscenza (ovvero l’opposto di quella «morta occupazione» che contrassegna, agli occhi di Hohl, l’uomo del ventesimo secolo), un tema in cui si riversa tutta la carica etica che lo scrittore glaronese tenta di incanalare a vantaggio del suo inquieto mosaico. Ogni occupazione è lavoro, purché sia assolta con impegno; ecco, ad esempio, gli incostanti in amore: «Improduttivi: l’amore è lavoro. Manca, in loro, la forza vera, e soprattutto gli manca il coraggio». Questa chiave del lavoro, concepito come impegno intellettuale, umano, linguistico, fisico persino, come risulta dal bel ritratto contenuto nello schizzo Dei margini che irrompono è il percorso ineludibile per un’esistenza che persegua un senso (si veda la metafora della strada in 108) consente a Hohl di convogliare i diversissimi temi da lui trattati in un’unica via, che ospita al suo interno la portinaia e Lichtenberg, Bach e le tovaglie.
Fin dalla sua prima grande opera, preceduta soltanto da quella sorta di accordatura generale che è Nuancen und Details, i testi di Hohl sono costituiti «di quel duro materiale che da sempre è destinato a resistere nei secoli perché non è tratto dalle sabbie mobili del cosiddetto Zeitgeist, ma dall’incandescente magma della tensione tra passato e futuro. Il coraggio del frammento, dell’apertura di un sistema che non ha nulla di ermetico; l’assunzione senza riserve del proprio punto di vista soggettivo come unica strada possibile verso l’obiettività; la certezza che l’uomo in fin dei conti non sia destinato a un pensiero che si struttura in concetti di tipo approssimativo ed effimero, ma a guardare le cose; la rinuncia alla comodità di forme precostituite (e divenute vuote); e sopra ogni altra cosa il deciso rifiuto ad abdicare di fronte al problema del senso – tutto questo» scrive Alexander J. Seiler, autore di un film-testimonianza su Hohl, nonché di alcuni dei pochissimi testi realmente critici e non aneddotici, sull’autore glaronese, «colloca Hohl nella magra schiera di quei contemporanei che ci indicano una strada verso il futuro».
Tra le Notizen e Von den hereinbrechenden Rändern (1937-1951, l’altra grande opera aforistica, preparata per la stampa ma pubblicata postuma) vedono la luce alcune novelle che, per il loro carattere fortemente paradigmatico, e per l’indubbio debito nei confronti del testo biblico, sono state definite parabole; sia le novelle di Nächtlicher Weg [Sentiero notturno] che Bergfahrt [La salita] non sono veri e propri racconti, ma piuttosto elaborazioni simboliche, letterarie, del materiale accumulato all’interno delle grandi raccolte di aforismi. Anche le prose narrative infatti (ne pubblichiamo diverse qui), anche i racconti, hanno un che di sospeso, di non finito, di non risolto, come se l’autore non riuscisse a congedarsene e nemmeno però volesse giungere a una conclusione definitiva. Persino Bergfahrt, l’opera apparentemente più compiuta, si conclude con un punto di domanda.
«Non intendo dire mai più che ho finito un’opera:» scrive Hohl «tutto è opera». La scelta dei testi editi – che qui pubblichiamo – vuole dare in uno spazio ristretto un quadro il più possibile vario ed esaustivo della ricerca disordinata, affannosa eppure attraversata da una sorta di illuminato delirio che occupò Hohl negli anni dell’ «esilio» nella cantina. Nell’aforisma che dà il titolo alla raccolta infatti, e che qui riportiamo, Hohl ci offre una sorta di schema metodologico: il concetto dei margini che irrompono, riprendendo l’idea del primo libro Nuancen und Details: «Gli ultimi saranno i primi» cita infatti Hohl, il figlio del pastore, all’inizio dell’aforisma e questa è l’idea che sottende non solo all’aforisma stesso ma all’intero volume.
Sono frammenti che nulla hanno di filosofico, frammenti raccolti ai margini di un universo del possibile; ricomposti in buon ordine essi vanno a formare le costellazioni di uno zodiaco della modernità o le parole, le frasi di un diario in pubblico dal quale è bandita l’autobiografia.
Ma se l’aspetto dell’opera di Hohl che più ci colpisce è l’immagine d’insieme, il mosaico che pavimenta la strada, ciò che più interessa l’autore è il singolo aforisma, l’oggetto specifico della sua riflessione. Non la parola, che ancora attende una sua collocazione definitiva; non la frase che spesso risulta sgangherata, scomposta nella sintassi dalla tensione tra l’istinto apocalittico e l’intento didattico, ma quel lavorìo incessante del pensiero che Hohl esprime grazie alle sospensioni (i trattini, i due punti, i punti e virgola, i tre puntini), alle ripetizioni che non danno un ritmo alla prosa, alle riflessioni sul testo e sullo scrivere. È vero che nei tre livelli dello scrivere l’autore individua - peraltro invertendone l’ordine – un principio etico (quello dell’originalità) che gli permette di iscrivere ogni opera all’interno di una scala di valori, ed è vero anche che quello stesso principio etico gli consente poi di classificare il dialetto svizzero tedesco a un livello infimo nella scala del linguaggio. Ma non si tratta mai di schematizzazioni sommarie. Non vi è giudizio o asserzione, nemmeno quella che riguarda i fatti più «marginali» (sulle tovaglie, ad esempio) che non coinvolga infatti l’intera persona dello scrittore. Su Proust come sulla tovaglia appunto, egli impegna tutte le proprie forze pur di strappare alla morte apparente le carte gli oggetti le opere, le persone e riconsegnarle al movimento del lavoro, del pensiero, dell’impegno intellettuale che le fa tornare a vivere, che le riporta al centro delle cose. C’è sempre in Hohl una perfetta integrazione tra il piano metaforico e quello puramente narrativo, a creare un impasto inconfondibile, di una semplicità aspra e aggressiva come quella della montagna. La scrittura, diceva Hohl, «deve essere più leggera di un pezzo di carta». Ma la sua, come ha scritto Adolf Muschg, potrebbe aprire le galere.
In questi aforismi si coglie un comune denominatore anche nella ricerca minuta che Hohl compie sul dettaglio, nel movimento vitale che impone alle cose dell’anima, nelle modalità di quella sua scrittura così segnata dalla fatica, così contratta senza voler essere filosofica, così trattenuta nelle sue ambizioni letterarie, e in cui pure si scoprono momenti di grande acume, ironia sottile e persino, talvolta, un indulgere alla malinconia. Con il suo linguaggio preciso e legnoso, sul limite estremo di una desolata periferia, Hohl ha aperto un varco di «peculiarità» nel labirintico orizzonte del Novecento: «Il mio nome è Hohl [vuoto] il mio compito è riempirlo».

Da Al margini del vuoto, Ludwig Hohl e l’evocazione delle cose, a cura di Peter Erismann e Anna Ruchat, Milano, effigie 2007 30,00








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 21 marzo 2007