Post punk

Silvio Bernelli



Immagino che per scrivere questo libro lei sia andato a scartabellare tra i suoi vecchi dischi in vinile, giornali e fanzine. Che effetto le ha fatto trovarsi in qualche modo faccia a faccia con il ragazzo che era stato, quello che si era appassionato al post punk quasi trent’anni fa?

La cosa più interessante è stata rovistare tra i vecchi giornali musicali e leggere l’eccitazione della cronaca di quel momento, che non poteva avere cognizione di ciò che quella musica sarebbe diventata. Per quanto riguarda la mia vita privata, scrivere questo libro mi ha fatto comprendere quanto fossi follemente rapito dalla musica a quei tempi. Questa ricognizione attraverso il me stesso più giovane mi ha anche aiutato a ricordare come negli anni ’80 fosse tutto diverso. Non c’era MTV, non c’era Internet. I giornali musicali mainstream parlavano poco o niente di post punk. Persino reperire informazioni era difficile. Questo favoriva in sé una relazione con la musica molto più intensa di quella che c’è oggi. Ora tutto è a portata di mano, e quindi, fatalmente, è meno importante.

Lei sostiene che il punk sia stata una parentesi nel corso della storia della musica popolare. Il post punk, nella sua anarchia stilistica, è stato una sorta di ritorno all’ordine?

Il post punk non sarebbe mai esistito se prima non ci fosse stato il punk, ovviamente, ma il post punk aveva molto in comune con l’art-rock e la musica progressive dei primi anni ’70, con gruppi come Can, Faust, Soft Machine e Roxy Music.
Il punk invece è stato una sorta di intervallo in questo percorso, per quanto eccitante e decisamente necessario, ma anche limitato. Guardando indietro agli anni ’70, si scopre che quelli che facevano parte della scena musicale erano studenti della scuola d’arte, personaggi bohemienne, squatter, attivisti di sinistra. Gli stessi protagonisti del post punk, insomma. Non a caso, nei primi anni ’70 erano venuti alla ribalta personaggi che sarebbero stati importanti anche per il post punk, come il disc jockey John Peel della radio BBC. Prima del punk trasmetteva musica progressive e dopo il punk metteva in scaletta ogni sorta di post punk, anche il più sperimentale.

In Gran Bretagna, gli anni ’80 che lei ricostruisce nel libro sono stati anche i primi anni del governo di Margaret Thatcher. Quanto influì la politica dei conservatori sui giovani musicisti inglesi?

Per le band post punk l’elezione di Margaret Thatcher alla carica di primo Ministro significò sgomento e paranoia. Negli anni ’70 molti musicisti e giovani di sinistra pensavano che la società sarebbe diventata più liberale e progressista, invece assistettero sbigottiti al ritorno delle tradizioni più conservatrici. La Gran Bretagna si polarizzò. Il movimento post punk virò decisamente a sinistra proprio mentre la maggioranza silenziosa si collocava a destra. Anche il partito laburista si spostò troppo a sinistra rispetto alla maggioranza degli inglesi. È per questo che, nonostante l’aumento della disoccupazione, la crisi sociale e le rivolte nelle città del 1981, la Thatcher venne rieletta. La sconfitta dei minatori nel 1984, al termine di un lunghissimo braccio di ferro sindacale, fu un altro punto di rottura interno alla sinistra. In questo senso, il new pop che in quel momento furoreggiava era la prova della sconfitta della cultura alternativa.

Tra i molti meriti del suo libro, c’è quello di riportare alla luce la strepitosa ricchezza della musica della prima metà degli anni ’80, eppure quel periodo è tristemente passato alla storia per il suono sintetico dei Depeche Mode e degli Human League più commerciali. Come mai?

Penso che Depeche Mode e Human League si siano meritati il loro posto nella storia, ma è vero che i primi anni ’80 vengono facilmente associati al new pop, specialmente il più elettronico. Il post punk è stato messo da parte per molto tempo, quasi dimenticato fino a un paio di anni fa, perché era serio e rigoroso. Gang of Four, Scritti Politti e Pop Group volevano davvero cambiare il mondo. C’era in loro un ardore politico che tendeva a sovrastimare la potenza della musica, che in tempi più cinici come quelli che viviamo oggi, risulta difficile accettare. I gruppi odierni che hanno rivisitato il post punk sono attratti proprio da questi aspetti di seriosità e militanza, ma al tempo stesso, non sono in grado di replicarli. I giovani di oggi sono troppo disincantati per farlo.

Durante gli anni del post punk accadeva che dischi dai contenuti estremi diventassero di successo. Lei, tra gli altri, cita Flowers of romance dei Public Image Ltd, fatto praticamente solo di voce e batteria, o il "poema recitato" O Superman di Laurie Anderson. Oggi dischi così fuori dagli schemi non riuscirebbero mai a imporsi. Cos’è successo in questi venticinque anni?

Il successo dei Public Image Ltd era dovuto soprattutto alla presenza nel gruppo di Johnny Rotten, l’ex cantante dei Sex Pistols, una star di fama mondiale. O Superman di Laurie Anderson invece fu una sorta di "trovata originale" e venne premiata dal mercato come tale. Anche oggi ci sono dischi particolari che raggiungono un grande successo, come Kid A dei Radiohead, o certe produzioni hip-hop, ma è vero che l’idea di rock come musica d’arte innovativa era molto più presente in passato. Già dieci o dodici anni prima del post punk uscivano Revolver, Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club band e White Album dei Beatles. Erano lavori molto sperimentali, così come a modo loro erano sperimentali certi dischi dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd. David Bowie era un artista sempre in movimento che produceva dischi estremamente coraggiosi come Low. In passato molti ascoltatori volevano ascoltare musica all’avanguardia, che facesse pensare. Oggi si preferisce una musica d’intrattenimento, adatta a una gratificazione immediata.

Un capitolo del suo libro è dedicato alla nascita delle etichette indipendenti, tra le quali Rough Trade, Factory e SST. Oggi nascono ancora case discografiche indipendenti con un taglio artistico così marcato?

Anche adesso ci sono marchi che producono musica proiettata nel futuro e packaging artistici; un modo di lavorare che ricorda etichette indipendenti come la Factory. La Ghost Box sta tentando di coniugare suoni e design in modo molto originale. Marchi indipendenti come Warp, Mo Wax e Mille Plateaux sono in qualche modo i successori di Rough Trade e SST. Conservano un profondo legame con il post punk e la filosofia do it yourself: la nozione che i musicisti possano produrre musica in proprio e controllarne tutti gli aspetti di distribuzione.

È inevitabile che in un libro che è il compendio di un’epoca qualcuno sia destinato ad essere escluso. Colpisce comunque l’assenza di uno dei gruppi più famosi e amati della new wave inglese, gli XTC, o degli americani Gun Club, X, Cramps. Non li riteneva all’altezza?

Sono molti i gruppi che non ho potuto includere nel libro, i Police ad esempio. Per quanto riguarda gli XTC, all’inizio della carriera erano in effetti considerati post punk, poi vennero associati ai Talking Heads, che accompagnarono nel tour inglese. In seguito il loro suono perse spigolosità e diventò più pop, poi più psichedelico. Insomma, non riuscivo a trovargli un posto nei capitoli tematici con cui avevo ordinato il libro! Discorso diverso per Gun, Club, X e Cramps. Propugnavano un ritorno alle radici del rock americano, più che proporre qualcosa di realmente nuovo.

Dovesse riassumere tutto il post punk in cinque dischi, quali sceglierebbe, e perché?

Metal Box dei Public Image Ltd è forse il disco più importante di tutto il post punk. È un mix di rock, funk, dub, disco, reggae. Un incastro sonoro devastante dal punto di vista emotivo. Cut delle Slits è l’altro lato del reggae, esuberante e divertente, che però sa anch’esso evocare la vita dei giovani in una grande città come Londra. Entertainment! dei Gang of Four è l’espressione più perfetta di rock politico: niente slogan o inni, ma critica severa, musica minimale e un suono perfettamente bilanciato tra rock e funk. Closer dei Joy Division è così mortalmente serio da far sembrare tutte le altre band dark dei buffoni che giocavano a fare i misteriosi. Il secondo lato del disco, di una terrificante serenità, lascia quasi presagire il suicidio del cantante Ian Curtis, commesso subito dopo la registrazione del disco. Remain in light dei Talking Heads è una sorta di concept-album radicale zeppo di rock, funk psichedelico, inserti modernisti. È probabilmente il disco più all’avanguardia mai prodotto dal post punk.

Simon Reynolds, Post-punk. 1978-1984, traduzione di Michele Piumini, 720 pagine, Isbn edizioni, 2006.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica libri il 20 marzo 2007