Pulp chiude

Teo Lorini



Con una breve e-mail Fabio Zucchella, il direttore di «Pulp Libri», ha annunciato a tutti i redattori e i collaboratori che con il numero 104, ora in edicola, la rivista conclude il suo percorso. A salvare Pulp non è bastato nemmeno l’ultimo, peraltro piccolissimo, rincaro di 50 centesimi (a partire dall’ottobre 2011). Zucchella constata, con un’asciuttezza che lascia però trapelare la malinconia, che la rivista «con il passare degli anni è diventata in Italia un punto di riferimento per molti lettori - e che mai come adesso dovrebbe proseguire, ma purtroppo le condizioni del "mercato" non lo consentono più. Dopo oltre diciassette anni» conclude la mail «siamo costretti a interrompere le pubblicazioni».

Per ben dieci di quei diciassette anni anch’io sono stato parte di Pulp.
Ho pubblicato la mia prima breve recensione (parlava di Cometa, il bel romanzo d’esordio di Donato Andreucci) sul finire del 2004 ma ero già lettore della rivista da almeno due o tre anni.
Avevo incontrato Pulp sullo scaffale di un bellissimo circolo ARCI in cui mi aveva portato mio fratello, il Malacarne di Verona. Accanto al bar, ai quadri e alle sculture che ospitava a rotazione e alle band che faceva esibire, il Malacarne aveva un angolino con due vecchie e comodissime poltrone da barbiere e un raccoglitore per i quotidiani, le fanzine e alcune riviste cui Lorenzo Forlati, il creatore e l’anima del circolo, s’era abbonato. Uno dei primi numeri sfogliati sulla sedia del barbiere ospitava fra le ultime rubriche un acceso dibattito sul poliziesco italiano che allora (parliamo del 2002) era il genere che dominava sui banconi delle librerie. Avevo divorato quelle pagine, per poi ripercorrere a ritroso il resto della rivista. L’avevo chiusa pensando «Quanti libri mi ero perso!» e chiedendo a Lorenzo un foglietto e una penna per annotarmi almeno una decina di titoli. Da allora, quando capitavo al "Mala", trovavo sempre un po’ di tempo per sfogliare quel bimestrale che raccontava ciò che stava capitando nella narrativa italiana ma con repentine e impreviste aperture che dai libri portavano alla musica, al cinema e così via. Tra l’altro, molti dei libri di cui leggevamo su Pulp li avremmo poi presentati proprio al Malacarne, invitando gli autori a festival che Lorenzo organizzava completamente a sue spese e pressoché in perdita, nell’ottusa ostilità dell’amministrazione leghista che a Verona governa tutt’ora.

Si spiega anche così la mia reazione quando, qualche anno dopo e in un posto molto più lontano, mi è arrivata la breve mail con cui Zucchella accettava le mie impressioni di lettura e mi incoraggiava a mandargliene altre. Avevo appena lasciato Milano per approdare in Svizzera, dove vivo tutt’ora, e l’inizio di quella collaborazione (lo capisco meglio guardandolo dalla distanza di oggi) aveva un significato doppio: non era solo la prima, assolutamente la primissima volta che, al di fuori dell’ambito accademico, proponevo qualcosa di mio a una rivista e per di più una rivista di cui ero lettore accanito. Era anche un modo per tenere vivo un legame con il mondo che dopo il mio trasferimento era diventato più lontano. Ne sa qualcosa il povero Fabio Zucchella che, in quei primi anni, perseguitavo proponendogli fino a dieci recensioni per numero…

Al di là della nostalgia con cui ripenso agli inizi delle mia collaborazione, dell’orgoglio che mi ha sempre dato il fatto di scrivere per una rivista così bella, al di là dell’autorevolezza che Pulp si è conquistata in breve tempo e ha mantenuto sino all’ultimo, al di là della ricchezza e della varietà delle sue proposte, la cosa a cui ripenso con più ammirazione (e più rimpianto) in questo momento è l’assoluta libertà di cui ho sempre goduto. In dieci anni gli unici “no” che ho ricevuto dal direttore di Pulp erano le occasioni in cui proponevo di scrivere di un libro per cui si era già candidato qualche altro collaboratore. Su altre riviste mi è capitato di vedere frasi cambiate, titoli assurdi, paragrafi scomparsi. A Pulp invece vigeva la regola per cui il redattore si assume la responsabilità di ciò che scrive. Anche per questo sulle nostre pagine non c’erano autori “protetti”, scrittori pregiudizialmente avversati o “riserve di caccia” per cui c’è un redattore che ha l’esclusiva sulle opere di un determinato scrittore e guai a chi invade il suo territorio. Di più: poteva capitare che si pubblicassero due recensioni con pareri del tutto divergenti. A me è successo molto presto, a proposito di un romanzo reclamizzatissimo da tivù e giornali. Vista la disparità dei pareri e l’incredibile battage pubblicitario di cui quel libro aveva goduto ancor prima della sua uscita, Pulp mise in pagina due articoli contrapposti e mi sono trovato, collaboratore nuovo e inesperto, a incrociare il fioretto con un intellettuale del calibro di Piersandro Pallavicini. Sono sopravvissuto e Piersandro, che oltre ad essere un amico è un gran signore, mi fece dei complimenti che sono stati ulteriore motivo di fierezza e di rassicurazione. Diciamo che da allora il povero Zucchella ha cominciato a ricevere mail meno frequenti e (un po’) meno ansiose.

Libertà, si diceva. Libertà negli ambiti, dalla narrativa alla saggistica, dal jazz al cinema, dalla storia alla sociologia, dalle opere appena uscite alle riproposte o alle nuove traduzioni di testi usciti di catalogo. Ma libertà anche nelle misure e nel taglio degli articoli. Con il tempo alle tradizionali misure delle recensioni si sono aggiunte interviste, rassegne complessive dell’opera di uno scrittore o articoli che esaminavano testi di autori diversi, correlati fra loro per il tema (ne ricordo uno colossale, sul quarantennale di Piazza Fontana, per cui avevo costretto il povero Fabio a tenere in sospeso il numero sino all’estrema deadline possibile…).

Pulp, di cui continuavo a essere innanzi tutto lettore e che cercavo ansiosamente ogni volta che mi trovavo in Italia (restando introvabile nelle scarsissime edicole del Canton Ticino), è stato uno squarcio sul mondo di ciò che si pubblica, una miniera di suggerimenti, un’occasione per condividere con un pubblico – magari non vastissimo, ma certo competente e acuto – piccole e grandi scoperte in quel mondo che sta chiuso fra le copertine dei libri, un ristoro quando gli ambiti in cui lavoravo mi sembravano asfissianti e ottusi, una scuola a cui ho imparato a esprimere con maggior chiarezza ciò che avevo il bisogno di dire e una sede in cui sapevo di poterlo dire.
È stato una parte della mia vita di cui sono fiero, a cui sono grato e che mi mancherà.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 29 luglio 2013