I fiumi a sud del futuro. Lettera ai camminatori

Roberto Gerace




Cari camminatori e care camminatrici di Freccia d’Europa,

forse qualcuno di voi si ricorda di me da quando ho partecipato al primo Cammina cammina. Questa volta mi sarebbe piaciuto moltissimo accompagnarvi fino a Strasburgo, ma mi sono mancati il tempo e i pochi spiccioli necessari per camminare anche per un breve tratto. Così ho deciso di scrivervi questa lettera, per stabilire un contatto e far viaggiare insieme i nostri tragitti, in mancanza d’altro, almeno su binari di parole. Nel tentativo di contribuire alla discussione sull’Europa che state conducendo, vorrei sollevare il tema della questione meridionale, ora divenuta questione mediterranea.

Gli italiani sono diventati tutti meridionali

Vengo dalla lettura di un saggio uscito a febbraio, intitolato La questione italiana [1], in cui lo storico Francesco Barbagallo spiega con rigore e buon senso per quale motivo la questione meridionale esiste e perché è così urgente affrontarla. Un Sud volta a volta incompreso, misconosciuto, allontanato, sfruttato, illuso e viziato, raramente valorizzato quando non del tutto rimosso, è l’oggetto di indagine di una ricognizione storica che attraversa ascesa e decadenza del capitalismo italiano e delle politiche economiche volte a regolarne lo sviluppo. La feroce repressione militare delle tensioni sociali nel primo periodo unitario, la politica delle leggi speciali e delle emergenze che ha impedito di affrontare il problema del Sud in modo strutturale, la negazione non solo fascista dell’esistenza stessa della questione meridionale, indicata fin troppo spesso come “invenzione”, la capricciosa storia della Cassa per il Mezzogiorno e lo sperpero o sviamento al Nord dei fondi strutturali prima italiani e oggi anche europei sono solo alcuni dei fatti, ben più numerosi, che è importante ricordare in un periodo della nostra storia in cui si fa a gara nel rivendicare da ogni parte i propri integralismi localistici. Più di una volta per salvare l’industria dal tracollo hanno avuto un ruolo imprescindibile le rimesse degli emigrati meridionali nelle Americhe. Persino il celebre boom economico postbellico non è stato favorito soltanto dal piano Marshall, ma anche da un cattivo uso dei finanziamenti pubblici per lo sviluppo del Meridione. Anche solo considerando i primi quindici anni del secolo scorso, circa quattro milioni di italiani hanno lasciato il Mezzogiorno e la Sicilia per dirigersi all’estero, per lo più nelle Americhe. L’emigrazione dei “terroni” è sempre stata un antidoto contro il crollo non solo del Sud, ma dell’Italia intera.

Io stesso, da immigrato siciliano a Pisa, mando avanti la tradizione di famiglia. Se volessi riunire in Piazza dei Miracoli tutti gli zii e i cugini non troppo lontani, partirebbero aerei e treni da varie parti della Sicilia e della Calabria, da Roma, Milano e Torino, da Parigi, da Boston, da Melbourne... E come me molti, moltissimi altri, sempre di più e sempre meno esclusivamente del Sud Italia. Come rivelano le ultime statistiche (ma basta guardarsi intorno), è in atto ormai da anni un esodo di tipo nuovo. Personale qualificato o molto qualificato come laureati e liberi professionisti parte in gran numero, spesso subito dopo la laurea, alla volta della Germania, della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti, addirittura della Cina e dell’India, e non si chiamano soltanto Schillaci, Esposito o De Rosa, ma anche Colombo, Pautasso e Trevisan e vengono da Milano, Torino e Venezia.

Quello che nella sostanza sta succedendo è che quella stessa Italia che misconosce e a volte ripudia il suo proprio meridione sta diventando tutta intera un meridione. E gli italiani stanno diventando tutti quanti meridionali. Ma queste topografie, che ora ci sembrano nuove, sono invece scombussolate da sempre.

L’Europa sarà quel che il Mediterraneo sarà

Spesso mi affaccio al balcone della mia casa di Sant’Agata Militello, in provincia di Messina, per vedere il tramonto sul mare. Lungo l’orizzonte dormono le isole Eolie, meta turistica divenuta celebre per il mitico Ulisse omerico e soprattutto per la Alessia Merz del film Panarea; sembrano ologrammi sull’acqua. Come le isole, qui anche la modernità è un ologramma. Anzi è come il vento: non si sofferma mai, ma sfiora o batte. Il mare invece è antico, mobile e quieto e grande al contempo come i greci siciliani di duemila e cinquecento anni fa. Se l’ora è giusta e c’è qualche nuvola il cielo si inalbera di turgori e prismi di luce rossa, arancione e viola; le onde illuminano la via su cui il sole ti sfida. Intanto dovunque gracchiano le cicale e qua e là una serpe consuma il suo pasto di carne vivente. La Terra ruota e le stelle con lei e nessuno le vede.

Le topografie della violenza animale sono chiare, come quelle degli astri. Si dice addirittura che gli astri abbiano una propria musica, ma io non lo so se è così. Se me la dovessi immaginare, somiglierebbe a una polifonia sacra medievale come la Messe de Nostre Dame di Guillaume de Machaut, che sembra inventata coi piedi leggermente sollevati da terra allo scopo di far sanguinare i fiori. La musica in qualche modo esprime la persistenza dell’idea. Ma forse in essa, come nell’idea, è depositato un principio di violenza.

Così nell’idea di Nord e di Ovest che noi abbiamo introiettato io vedo il principio di una topografia totalitaria. Il Sud non è infatti solo quello delle carte geografiche e dei piani di sviluppo fallimentari. Come mi ha insegnato un vecchio e ancora lucente libro di Franco Cassano, il Sud è anche e soprattutto una categoria interiore e un’antropologia [2]. La topografia totalitaria può dislocarlo e reprimerlo, ma non può cancellarlo perché vive dentro tutti noi. In un’epoca che pretende di rimuovere la morte e proietta l’uomo nella dimensione dell’iterabilità infinita delle macchine e delle merci, il Sud è il polo del dolore e della coscienza del limite. In un’epoca che fa strage dell’ambiente stesso in cui vive e respira, il Sud è la consapevolezza profonda e il rispetto dell’alterità della natura; dove regna il calcolo, il Sud invece è misura. Il Sud è come la mia Sicilia che, diceva Sciascia, è una metafora, perché prima di tutti ha smesso di credere all’uomo come Soggetto della Storia. Il Sud, tutt’altro che arretrato, è invece l’archetipo del luogo postumo, la terra dell’abbandono da per sempre in un mondo che si è fatto apprendista deserto; ma è anche l’esperienza della decadenza che conosce i suoi anticorpi, che li può insegnare. Nei secoli in cui l’Impero si preparava alla caduta, la voce degli allievi di Cristo risuonava dalle terre dimenticate della Palestina e cavalcava le retrovie della coscienza di un mondo in macerie, che sembrava irredimibile.

Se è vero, dunque, che il Sud ha ancora molto da imparare dai Nord del mondo nei termini dell’efficienza, del senso civico, della capacità di credere alle idee, al talento, alla forza di creazione, è anche vero che l’idea di Nord e di Ovest che siamo tutti costretti a inseguire senza sosta è un’idea totalitaria e integralista. Come dice Franco Cassano, l’Occidente non è il posto dove tutti gli integralismi si spengono. L’Occidente è stato finora il luogo dell’integralismo più subdolo e allo stesso tempo più potente di tutti: l’integralismo della corsa. Un integralismo imposto con attitudine coloniale che cancella tutte quelle esperienze fondative della vita che hanno bisogno, come l’evento della nascita, della lentezza, dell’indecisione, dell’esitazione per presentarsi. Un integralismo che nei suoi deliri di onnipotenza sta rintracciando l’asse del proprio tracollo e della distruzione del pianeta intero.

Mazzini diceva che “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”. Allo stesso identico modo, dell’Europa si può dire che sarà quel che il Mediterraneo sarà. I popoli del Sud si risvegliano: non solo la primavera araba, non solo la Turchia e gli orrori della repressione su cui gli Stati nazionali e l’Europa stessa tardano vergognosamente a prendere una chiara posizione; ma anche la mia Sicilia, il presidente Crocetta, il grande sindaco Accorinti: la Sicilia che dice no al ponte sullo stretto, la Sicilia che si oppone a quel crimine contro l’umanità che è il MUOS di Niscemi, nel silenzio della stampa, nell’assenso dei governi, sotto la stessa egida imperiale degli Stati Uniti d’America che proprio in questi giorni rivela nuovi preoccupanti tentacoli.

Il Sud è un alibi

Crediamo sempre che il male abiti in luoghi riposti e ombrosi oppure decisamente elevati e lontani. Volta a volta ci convinciamo che si annidi nelle pieghe della cravatta di un ministro o di un capo di stato, che puzzi di naftalina o di petrolio o di polvere da sparo. Invece il male è una sostanza inodore e insapore e come l’atmosfera sta perennemente sulla faccia da culo del mondo. Non è vero neppure che ci abituiamo, che dopo un po’ non ce ne accorgiamo più. Nessuno si abitua, nessuno può dimenticarselo, nessuno può rimuoverlo. Ce ne accorgiamo eccome! E non è inevitabile, è che lo scegliamo.

Io non sono quello che si dice un intellettuale. Non ho le prove, non faccio collegamenti, non svelo trame. Vedo però che il Sud viene usato come un alibi, un altrove. Anche la mafia è un alibi. Non perché non ci sia, non perché non sia un problema gravissimo, un problema che va affrontato con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione in Italia e nel mondo, dove il fenomeno va diffondendosi con una rapidità che fa impallidire il breve segmento della nostra storia nazionale che abbiamo chiamato “miracoloso”. Ma proprio perché c’è, proprio perché è gravissimo, va considerato e fronteggiato non come un mero discorso di ordine pubblico, ma come quella questione economica globale sulle contraddizioni interne all’ideologia del liberismo selvaggio quale in fondo è.

Il problema principale del Sud non è la mafia, che ne è solo un terribile effetto. Il problema principale del Sud italiano è quello di tutti i sud: il fatto di trovarsi alla periferia di un sistema coloniale che ha bisogno dello sfruttamento di larghi strati della popolazione e delle risorse del mondo per tenersi in piedi. C’è chi reagisce con l’integralismo religioso o localistico, col pavido ritorno alla tradizione, come alcuni Paesi del Medio Oriente. C’è chi reagisce con la corruzione, il clientelismo e la mafia, come l’Italia e l’America del Sud. E allora la lotta sacrosanta alla mafia non può essere una lotta passiva, una semplice resistenza: la lotta alla mafia viene a coincidere con la lotta dell’uomo per un modello alternativo di convivenza civile e naturale.

Sant’Agata e altre sudameriche

Ecco perché il Sud non deve più essere considerato semplicemente un altrove, un pied-à-terre stagionale di cui ci dimentichiamo durante l’inverno, salvo poi mandarci le tonnellate dei nostri rifiuti a marcire; oppure un avamposto della lotta per il progresso civile che si combatte con le armi spuntate della polizia e della giustizia; o un prolungamento elettorale e burocratico.

Sono tantissimi quelli che affermano che il nostro Mezzogiorno sarebbe una terra “a vocazione turistica”. Ma non esistono terre “a vocazione turistica”! Esistono le terre che si armano con l’acciaio, il ferro e il vetro delle industrie, quelle che pettinano le distese dei propri campi coltivati e poi esistono le terre che si conciano a festa. Così il progresso in Sicilia e in tutte le altre sudameriche è una forma di cosmesi.

Prendiamo Messina, dove si sarebbe voluto costruire un ponte pazzo, mentre dopo oltre cento anni dal terremoto del 1908, come documenta il reportage fotografico di Roberto Pruiti, ancora dodicimila messinesi vivono nelle miserabili baracche “provvisorie” e dimenticate da Dio della cosiddetta ricostruzione.

Oppure Sant’Agata Militello, il mio paese. Quando dico che vengo da questo posto, tutti lo scambiano per Militello in Val di Catania e mi dicono che c’è nato Pippo Baudo. Nessuno si ricorda di Vincenzo Consolo, che pure è stato uno dei migliori scrittori italiani del dopoguerra. Anche a casa mia funziona così. C’è un modo di dire dalle mie parti che non mi potrò mai scordare. Ogni volta che qualcuno alza la mano per dire “io invece”, anche solo per organizzare un semplice torneo di tennis (ammesso che abbia trovato dei campi da tennis aperti al pubblico), viene guardato come un ostrogoto sceso da Saturno; oppure come un fesso a cui non si può che sorridere bonariamente o di scherno. E poi, una volta ogni tanto, quando proprio non vuole capire, c’è qualcuno che si arrabbia e gli grida: “Ma tu chi sei? Che mi rappresenti?” Che vuol dire esattamente: “quale idea superiore credi di rappresentare per me? Per me non esistono idee superiori, anzi proprio non esistono le idee. Così puoi chiamarti pure Vincenzo Consolo, ma per me non ci sei da vivo e non ci sarai neanche da morto”.

Ovviamente non tutti sono così e anzi avverto un moto di risveglio, che è il risveglio di tutta la Sicilia e di tutti i Sud. Ciò non toglie che questa continui a essere la mentalità dominante (tanto per fare un esempio, solo pochi giorni fa qualcuno ha vandalizzato la targa eretta dai cittadini alla memoria di Peppino Impastato); e che la mia terra continui a essere considerata un altrove. Non soltanto dai governi centrali, che continuano a fare di tutto per distogliere i fondi Fas già da tempo programmati per il fantomatico sviluppo meridionale. Ma, quel che è peggio, dalle stesse amministrazioni locali.

Ha ragione Francesco Barbagallo quando dice che uno dei difetti fondamentali del Mezzogiorno resta l’inadeguatezza della classe dirigente meridionale alle sfide che incalzano. Uno dei venti membri dell’attuale Commissione permanente sulla tutela ambientale della Repubblica Italiana è l’ex sindaco di Sant’Agata Militello, ora divenuto senatore, Bruno Mancuso. Uno che, nonostante tutte le opposizioni dei comitati locali, ha invocato una gigantesca discarica (i cui lavori di preparazione proseguono in queste stesse ore) all’interno di un parco naturale, vicino a una frana, a un sito archeologico e soprattutto a due passi da un torrente; un torrente che, non scherzo, si chiama Inganno e sfocia vicino al porto, in una cittadina che vive soprattutto di pesca, turismo, agricoltura e servizi (oltre che di assistenzialismo e clientele). Per non parlare dei processi in corso per furto d’acqua in regime di siccità e voto di scambio, oppure della oscena “riqualificazione” della villa comunale, ironicamente intitolata a Falcone e Borsellino, che si farà presto a colpi di cemento.

Lo stesso ex sindaco, poi, nelle interviste, è uno di quelli che dicono che la Sicilia sarebbe una terra “a vocazione turistica”. Ma questo non è turismo, questa è prostituzione! Tutto il mondo durante l’estate viene a vedere il nostro mare, ma non ci si può fermare a questo. Il mare bisogna frequentarlo d’inverno, per sapere che cos’è veramente!

I fiumi a sud del futuro

Nei fiumi a nord del futuro
getto la rete che tu,
esitante, carichi
di ombre scritte
da pietre
(Paul Celan)

La nostra vera utopia non è, come forse suggeriva Celan in questa poesia, nei “fiumi a nord del futuro”. Non possiamo continuare ancora a lungo a trattare il Sud come la discarica delle nostre colpe. Se non vogliamo dissolverci, noi siamo invece obbligati a costeggiare i fiumi a Sud del futuro. Forse alla fine giungeremo a un mare che si trova in mezzo alle terre perché tutti indistintamente ci si possano bagnare. E solo allora quel mare lo potremo battezzare e avremo il diritto di chiamarlo Mediterraneo.

Come si fa? I finanziamenti a pioggia per lo sviluppo del Meridione sono stati e sono utili pressoché esclusivamente a incrementare il clientelismo. In moltissime zone gli appalti sono interamente in mano alle mafie. Come ha già detto Roberto Saviano in un’intervista alla radio, non si può far altro che puntare sulla formazione.

Io però non chiedo nulla. In un’epoca in cui il sogno è stato fatto diventare un’anticamera della lotta per la sopravvivenza individuale, un incasellamento subalterno in carriere, un’infatuazione per una parola ridicola e terroristica come il “successo”, io conservo la libertà di sognare in un modo sbagliato, che non è permesso. Io sogno che le grandi università europee e mondiali dislochino le loro sezioni a Napoli, a Palermo, a Reggio Calabria, a Bari e a Potenza, anzi a Scampia, a Brancaccio e poi a Corleone, Casal di Principe, Platì; che le grandi aziende aprano centri di alta formazione professionale per manovali, carpentieri, sarti nei comuni a più alta densità mafiosa; che al posto del MUOS a Niscemi si costruisca la più grande biblioteca del mondo, al centro della Sicilia, al centro del Mediterraneo, al centro del centro della ferita che separa idealmente tutti i sud da tutti i Nord del mondo – e che vi si conservino manoscritti rari e unici e che intorno alle parole dei libri fioriscano le strade, gli elettrodotti e gli aeroporti con cui sarà costruito il mondo nuovo; sogno che i ricercatori italiani sparsi per il pianeta, che sono stati e sono sempre fra i più bravi, abbiano la possibilità di tornare a casa loro come tutti i loro fratelli del Nord e dell’Ovest, la possibilità di lavorare ai prestigiosi laboratori del CNR di Brindisi e di Lamezia Terme insieme ai loro fratelli albanesi e tunisini e visitare gli enormi musei di Canicattì, Castelgrande, Corato e Caulonia; e teatri, stadi e parchi, e libri disseminati dovunque, perché i popoli del mondo ricordino il loro soggiorno nel nostro meridione non come una parentesi che svuota la mente, ma come un momento di impegno della conoscenza, di commozione e di sfida. Io sogno che lo stesso sommovimento si attivi in tutti i meridioni del globo, anche se questo non basta, perché le topografie totalitarie vanno sparigliate e prese in contropiede. Perciò sogno che nei centri delle grandi capitali d’Europa, Parigi, Berlino, Roma, Londra, Madrid, Bruxelles, Oslo e Cracovia, Bucarest e Dublino, Lisbona e Belgrado, Amsterdam e Kiev e Stoccolma e Praga, e poi dove voi avete diretto i passi, a Strasburgo, siano eretti monumenti, come le opere d’arte di Vik Muniz, interamente costruiti coi rifiuti; che le piramidi del futuro sorgano su pilastri di lattine, convoluzioni di plastica e giganteschi abbracci di tetrapak; sogno bandiere biodegradabili gonfiate dal vento. “Ma che significa?” mi dirà qualcuno, “che mi rappresenta? È una follia!” Certo, e forse è anche l’unica via degna di essere percorsa. Sogno che delegazioni a piedi partano cariche di cesti di rifiuti da Lampedusa, da Costanza, da Cadice, da Vilnius e anche da Kinshasa e da Guangzhou, rimarginando coi loro passi, come voi fate coi vostri, le ferite più antiche, portando in dono frammenti di avvenire. “Ma i rifiuti deperiscono!” dirà qualcuno. Ed è proprio per questo che ci vogliamo edificare i monumenti, perché il futuro va ricostruito ogni ora; e l’età che viene non è l’età della pietra, né del bronzo, né del ferro, ma finalmente l’età di quell’animale nomade che è l’uomo e l’età della terra.

Un abbraccio,
Roberto Gerace

(La foto è di Luca Parmitano)




[1] F. Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Bari, Laterza, euro 19

[2] F. Cassano, Il pensiero meridiano, Bari, Laterza, 1996.





pubblicato da c.benedetti nella rubrica freccia d’Europa il 21 luglio 2013