La vergogna della povertà. Una lettura di Stig Dagerman

Nadia Agustoni



“Invece di rubare a noi stessi le nostre parole, bisognerebbe seguirle fino all’opera che fondano nella nostra solitudine, fino all’opera che compiono nel rendere questa solitudine infinita – nella demenza che si accoglie senza perdersi, sposandone solo il tratto che muta il nostro spirito per una sola idea, ma che fu la nostra immagine...”

Joë Bousquet, Il silenzio impossibile


Raccontare la povertà richiede un plurale. Bisogna capirla come umiliazione, vergogna, perdita di sé e paura. L’elenco potrebbe allungarsi, ma non è di elenchi che abbiamo bisogno, è importante invece collegare tutto questo al senso di colpa. La povertà la si vive interiormente come oppressione, è semenza, cresce, e come ogni oppressione ha bisogno di colpe reali o immaginarie. Inoltre nel suo farsi condizione è una diminuzione di umanità rispecchiata dai continui riferimenti a qualcosa che manca. Dare nome alla mancanza è entrare in una zona oscura, in cui chi ha la parola e nomina, spesso non sa niente di quello di cui parla o lo sa in modo approssimativo. L’approssimazione è quando si cerca di immaginare, senza riuscirci. Attualmente il settanta per cento dei poveri nel mondo sono donne e bambine, ma quasi sempre chi parla di povertà, sembra soffrire di amnesia o evita un punto difficile, ed è arduo far notare che nominare la questione come se riguardasse solo gli uomini è una mancanza di realtà. La cosa difficile è rendere la complessità di chi vive la povertà, perché spesso, non sempre, sembra che la mancanza di opportunità di chi soffre il disagio economico, sia una mancanza interiore, un deficit di intelligenza, o un’incapacità. Così la condizione agisce a livello profondo proprio su chi la osserva, e magari vorrebbe aiutare, ma non sa percepire la complessità interiore e la singolarità degli osservati e nemmeno che il proprio sguardo non è neutrale.

Questo porta quasi sempre a non capire che le servitù imposte a una grande parte dell’umanità fanno vivere bene una minoranza di persone i cui bisogni sono sopravvalutati, e solo per queste persone i diritti e la libertà di essere e scegliere sono pensati insopprimibili. I privilegiati possono passare la vita senza accorgersi di cosa viene negato ad altri/altre e soprattutto, particolarmente se si tratta delle altre, non capiranno mai che il privilegio di ignorarne la sofferenza è parte della libertà che hanno.

Toccando gli intrecci tra povertà, genere, razza, vediamo quanto poco riusciamo a comprendere e come ogni condizione è riprodotta, anche inconsapevolmente, dal modo in cui guardiamo e nominiamo gli altri.

Chi può dire davvero cosa significa essere donna, nero, diverso/a e toccare con mano, ogni giorno della propria vita, la svalutazione che questo porta con sé e i suoi effetti in ogni campo dell’esistenza? E quanto valutare la libertà di non avere “sul corpo“ certe definizioni, il cui uso fa parte di un parlare corrente, che comprende termini come “troia”, “scimmione”, “culo” o “buco”?

Domande fondamentali a cui si evita di pensare, generalmente buttando in scherzo la questione quando si pone e tacciando di moralismo chi insiste a porla, senza soffermarsi sulla mancanza di eticità di chi usa il linguaggio per ferire e storpiare gli altri. Non si tratta di politicamente corretto, ma del livello di umanità da cui partire per costruire dei rapporti, che sono sociali come ogni rapporto umano, così come sociali e costruiti sono razzismo, misoginia e omofobia.

Alcune narrazioni tentano di rendere una sorta di giustizia poetica agli esclusi e qualcuno sembra parlarci da vicino, colpirci di più. La letteratura a volte riempie i vuoti, arriva dove tanti non pensano nemmeno di andare e ci dà storie che, nell’infedeltà di ogni racconto, dicono qualcosa che mette a fuoco un frammento di reale.

C’è un racconto di Stig Dagerman, Nevischio, nella raccolta I giochi della notte, che riesce a dare conto di paura, angoscia e colpa nell’anima di un bambino, qualcuno che a nove anni ha già la trasparenza degli sconfitti, quell’essere appena visibili in un mondo che sappiamo più forte. Dagerman conosce la materia che tratta, ma non voglio dire che solo chi ha subito una certa condizione può scriverne. Flaubert era “Emma”, rimanendo Flaubert. E’ dall’attenzione che nasce l’autenticità. La traduzione viene dopo; scrivere, raccontare è rendere vivo qualcosa per gli altri, e chi riesce a farlo bene crea personaggi il cui spazio interiore ci cattura, ci obbliga ad ascoltarli.

Stig Dagerman nel suo racconto, non nomina troppi sentimenti, descrive una sera d’inverno, in una fattoria lontana da tutto, dove sta per arrivare una zia d’America, attesa e temuta. Non viene mai detto che le persone che aspettano sono intimorite, ma è dalla congestione dei loro gesti che possiamo capirlo. Le frasi che pronunciano, mentre mondano carote nella stalla e mentre fuori cadono pioggia e nevischio insieme, sono semplici frasi scambiate tra parenti, ma come trattenute da un albume, una vischiosità di discorsi saputi sui segreti di famiglia. Nevischio e pioggia non sono solo una situazione meteorologica; sono lo spazio di un passaggio, la lavatura e la condensazione di cose che tornano come un bianco freddo, che non dà voce, ma un silenzio carico che sarà quindi di nuovo tradotto proprio dall’ospite.

E’ in modo apparentemente lieve, ma diretto, che la persona tanto attesa strappa al bambino, Arne Berg, il proprio dolore. Non lo rivela a se stesso, perché vediamo che Arne, vede, sa ogni cosa da solo; è il bambino il vero enigma del racconto, nella sua lucida innocenza vive il proprio dolore di non avere un padre e insieme quello di una madre impotente, ma operosa, come chi è dannato a restare non in un inferno personale, ma semplicemente fuori dal mondo. Ed è terribile non il “fuori”, ma quel mondo che continua ad esserci, ed è rivelato dal bisogno, da richieste mute, da scoppi improvvisi di rabbia, da azioni troppo metodiche, da un modo di porsi tipico di chi deve farsi sempre accettare, ma nello stesso tempo si vendica con l’insofferenza.

L’assenza del padre è evocata in modo indiretto, tuttavia pesa sui presenti; se il bambino fosse un semplice orfano sarebbe compatito e tutto finirebbe più o meno lì, ma assiste all’umiliazione della madre, alla sua impotenza e in fondo anche alla propria. La vergogna è il sentire di chi, innocente, è trattato come un diverso. Arne capisce che la “colpa” che lo circonda, se rende la sua posizione di “orfanità” forzata appena accettabile, condanna la madre e nella madre anche il proprio amore di figlio.

L’errore di questa madre è però la sua amarezza, il modo in cui pensa ad un’altra vita e a una casa, ma solo alludendovi, con frasi a metà. In questa povertà, che è intima miseria, si sclerotizzano i comportamenti ambigui di tutti e la compassione dell’ospite è inutile. Sarà la zia americana che strapperà via il velo di dolore nel bambino, ma non potrà liberarlo perché la sua pietà non è immune da un pregiudizio inespresso, e il pianto di Arne Berg, quasi asciutto, disperato, ci dirà che lui è solo. I suoi famigliari, insieme carnefici e protettori, non sanno come far parlare l’affetto e la vera assenza è questo vuoto che il “nevischio” e le raffiche di vento forte sembrano amplificare in una strana sintonia.

Quasi sempre in Dagerman, sia gli adulti che i bambini sanno dalla loro paura che non c’è amore e se un po’ d’amore c’è, si rimane più nudi, ancora più indifesi. In un altro racconto dei Giochi della notte, quello iniziale che dà il titolo alla raccolta, l’amore e la paura insieme si liberano nei sogni. In sogno il bambino percorre l’intera città, entra in luoghi da adulti, riesce a portare alla madre il denaro di cui ha bisogno e a riappropriarsi di un padre assente, quasi accudendolo sulla via di un ritorno a casa che non c’è mai, perché svanisce proprio alla fine, quando sembra compiersi.

Biografia e racconto sono qui più che mai intrecciate; ma mai in modo che non abbia corso l’immaginazione dello scrittore, perché Dagerman usa quello che conosce, ma lo libera di se stesso, ce ne parla da una distanza già certa; in caso contrario avremmo un diario, un resoconto, ma non un’opera. In tutto questo non importa se la materia sanguina; il mondo è sangue, dimenticarlo non ci fa meno feriti, solo più stupidi, o sordi.

La disperazione in Dagerman è da prima affidata ai personaggi dei suoi racconti, basti pensare al ragazzo di Ho remato per un Lord che vede sull’acqua svanire una promessa, al bambino di Carne salata e cetrioli che urla la sofferenza di un ignominia minore che vede dentro di sé, mentre può perdonarne una grande a un ragazzo che pare non sapere nulla di ciò che fa, o all’uomo dello Sconosciuto che non può più immaginare un parco dei divertimenti in cui era stato con la moglie perché con lei non può più vivere; infine, questo sentire, riempie le poche, densissime pagine del Nostro bisogno di consolazione (1952) con una riflessione in cui lo scrittore sembra incapace di perdonarsi, ma nello stesso tempo rivela quanta ambivalenza sopportava e l’entità della sua paura.

Non è più la paura del bambino, di chi percorre la città al buio perché la madre non pianga, è l’uomo Dagerman che non trova la “consolazione che illumini” e di ogni azione avverte la responsabilità fino a dire:

“A me non serve sapere che ogni cosa può essere scusata in nome della legge del servo arbitrio. Ciò che cerco non è una scusa per la mia vita, ma il contrario di una scusa: l’espiazione”. (Il nostro bisogno di consolazione, pag. 18)

E’ un ateo che parla; il senso di colpa rende trasparenti, e forse sconfitti, perché chi vuole espiare ha paura e Dagerman scrisse nel suo primo romanzo una frase che suona profetica e che riporto dall’introduzione di Fulvio Ferrari:

“La tragedia dell’uomo contemporaneo è che non osa più avere paura. Questo è pericoloso, perché ne deriva che grado a grado sarà costretto a smettere anche di pensare.” (ibidem, pag. 10)

La paura è spesso paura della delusione e questa ammorba la vita dei personaggi di Dagerman ed è un altro tema costante dei suoi racconti. Qualunque cosa facciano, incidere una poesia su un disco come regalo a un nonno che non li ama (La Sorpresa), o subire lo scacco delle proprie emozioni (La Scacchiera da Viaggio), la delusione diventa la piccola, media tragedia dell’esclusione, che rivela quel perdere il mondo che è perdita di sé, disperazione.

Ci vuole tutta la capacità del grande scrittore per darcene in poche righe la consapevolezza:

“Senza che me ne accorgessi il portone si era socchiuso. Qualcosa sfiorò la mia mano gelata e l’afferrai. Poi il portone si richiuse con un colpo sordo ed Ekman scomparve nel buio. Ero solo, mi voltai a fatica e me ne andai nel turbinio della neve. Senza guardarla aprii la scacchiera da viaggio e ad ogni lampione dell’interminabile Hornsgatan lasciai cadere un pezzo nella neve. Per ogni pezzo che perdevo restavo un po’ più solo, era un amico che veniva sepolto nella neve ed era calore e fiori e musica ed estati. Tutte le cose che permettono ad un adolescente di tirare avanti”. (La scacchiera da viaggio, pag. 84)

La delusione, se è un tratto evidente nell’opera di Dagerman, non è comunque il più importante. Appare sempre nei suoi personaggi quella ricerca di bellezza, quel bisogno di avere anche nella situazione meno facile un ideale. E’ questa aspirazione alla bellezza, a loro preclusa, a portarne in primo piano la sofferenza.

Il bisogno profondo che la loro interiorità abbia uno spazio vitale e che lo sguardo di un testimone possa intuire questo valore, dà forza e complessità a queste figure, ma tanto più forte è il loro bisogno, tanto più la loro solitudine avrà conferma.

Quel senso di definitivo, in tante pagine di Dagerman, è la presa d’atto di quello che le parole non possono cambiare e fu questa forse la sua sofferenza più grande. Eppure, a distanza di decenni, risaltano le riflessioni affilate di Autunno tedesco, un reportage sulla Germania distrutta dai bombardamenti alleati, ma più ancora una lezione, non solo di giornalismo, ma di pensiero e di umanità. In quegli scritti aveva colto nel segno indicando il disfacimento toccato in sorte a una generazione di sconfitti e se il tempo dilaterà tutto quanto ben oltre i confini tedeschi, pagine chiare sono quelle in cui ha raccontato persone che

“sono punti luminosi in una grande oscurità, perché hanno il grande coraggio di scendere in basso ad occhi aperti.” (Autunno tedesco, pag. 53)

Ad occhi aperti scriverà le ultime pagine del Nostro bisogno di consolazione chiedendo per sé:

“Non il dovere prima di tutto, ma primo di tutto la vita”. (ibidem, pag. 21)

Una frase in cui non manca la convinzione, non del divenire, ma di quello che è già nostro, tanto più nostro perché è di ognuno. Se non basta è perché il “silenzio vivente” che intuisce, non può ancora difendere la sua inviolabilità. (ibidem, pag. 26)

La libertà che abbiamo, allora, non è libertà dal dolore, ma la libertà del dolore che è nella vita.

E’ in quel dolore che l’ascolto si affina e avvicina pericolosamente tutto, come fu per Dagerman e per Simone Weil. Per qualcuno è possibile capire il dolore degli altri.

Stig Dagerman scrittore, sapeva che dall’ascolto alla parola tutto è riconquistato e perduto più volte e la strada per il “silenzio vivente” è quella consolazione “più grande di una filosofia” (p. 26 ibidem) a cui solo chi chiede di essere ben altro che un prigioniero addetto a svolgere funzioni può aspirare.

“Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni”. (ibidem, pag. 24)

Questo certezza è inviolabilità.


Riferimenti

Joë Bousquet
Il silenzio impossibile, Via del Vento Edizioni, 2007.

Stig Dagerman
I giochi della notte, Iperborea, 1996.
Il viaggiatore, Iperborea, 1991.
Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea, 1991.
Autunno tedesco, Lindau 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il dolore animale il 17 luglio 2013