L’infinito a teatro

Tiziano Scarpa



Da qualche anno Giacomo Leopardi viene a farmi visita sempre più spesso. Credo sia attirato dalla portentosa demenza di quest’epoca. L’efficienza con cui la specie umana si applica alla devastazione del mondo. Lo stato di ipnosi sotto la dominazione delle immagini. La vita delegata ai dispositivi tecnologici.

Leopardi mi coglie di sorpresa mentre cammino per la strada, quando navigo in rete, o in fondo a un pensiero notturno. Sono apparizioni fugaci, intuizioni. Lasciano il rammarico delle cose che durano troppo poco. Perciò mi sono affidato alla potenza negromantica del teatro. Il teatro che sa come evocare i morti e dare corpo ai fantasmi.

Ai nostri giorni si smozzica qualche frase, mortificata dal dovere di essere simpatici, dalla paura di risultare ridicoli, pesanti, di importunare, di non compiacere. Si evitano i discorsi impegnativi. La parola di Leopardi è il contrario di tutto questo. È una parola siderale, oppressa, conquistata con fatica, ma sommamente liberatoria. Spalanca lo sguardo, sprigiona questioni smisurate. Rimette al centro le domande necessarie.

Una parola radicalmente aliena, estranea e irriducibile alla nostra mentalità. Un farmaco febbricitante che viene a contatto con il nostro siero annacquato e lo ustiona. Ci sono momenti e posti, come oggi in Italia, in cui per trovare qualcosa di non conforme bisogna cercarlo nel passato.

Giacomo Leopardi, così poco italiano. Massimalista. Inflessibile. Inopportuno. L’opposto degli italiani, che lo hanno eretto a loro campione. Così inascoltato, tumulato nei programmi scolastici. E tuttavia: la scuola. La scuola, sì, nonostante tutto. I giovani. L’adolescenza. La forma di vita chiamata “studente” che viene a contatto con Leopardi, proprio a scuola, nel più ovvio e istituzionale degli incontri: ma, a pensarci bene, è l’incontro più sbalorditivo e inaudito. Fra coetanei!

Leopardi ventunenne ha appena scritto L’infinito, qualche giorno dopo aver fallito la fuga da casa: ma la sua poesia ce l’ha fatta a fuggire, non solo oltre le siepi di Recanati. Ha scavalcato i secoli, e fa irruzione nelle stanze dei ragazzi svogliati, disperati, incontenibilmente sognatori.


Teatro Stabile del Veneto – Teatro Goldoni
Venezia, 3-6 novembre 2011

L’infinito

di Tiziano Scarpa
regia Arturo Cirillo

scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
musiche Francesco De Melis
luci Pasquale Mari

con
Arturo Cirillo Giacomo
Margherita Mannino Cristina

Andrea Tonin Andrea

Qui e qui altri materiali e filmati sullo spettacolo;
qui un’intervista sul Corriere del Veneto.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 5 novembre 2011