La freccia

Alessandro Chiappanuvoli Gioia



Che poi “freccia” evoca tutt’altro significato simbolico rispetto a “stella”, e ancor più rispetto a “cammina”. Mi riferisco all’idea che s’imprime sull’oggetto.

Due anni fa, il percorso era dato, attraversare l’Italia, da nord a sud, potrei quasi dire che bastava camminarlo. L’anno scorso, il percorso era convergente, ecco quindi che la “stella” diventava stella polare, punto cosmico da raggiungere e che riconduce all’essenza, allo zenit, un punto d’incontro dato, un obiettivo certo: riunire nel centro irradiante di dolore tutto il popolo addolorato, i camminatori, la sua coscienza ferita, dispersa.

La freccia è tutt’altra cosa. La freccia non è un corpo fisso nel cielo. La freccia è, già prima dello slancio, prodotto artigianale che va costruito, ideato, pensato: un rametto d’albero, una manciata di piume di non so quale pennuto, la punta di ferro, ottenuta fondendo una massa informe di metallo dentro una formina che ne sappia contenere tutto il calore, il fuoco vitale che scioglie, che anima, che rinnova, purifica. La freccia s’installa nell’arco, un altro ramo flesso, un pugno di corda tesissima.

La tensione che aumenta fino ad accumulare la massima energia elastica potenziale. I flettenti dell’arco di arcuano in modo innaturale, l’ansia sale. La paura del possibile momento di rottura dell’arco s’innesta nella mente dell’arciere, come anche nella mente di ogni osservatore, persino in quella della vittima, del bersaglio.

L’obiettivo deve essere scelto, selezionato, deve essere calibrata l’angolatura del dardo, misurato lo sforzo da imprimere alla corda, l’obiettivo deve essere fissato a lungo con lo sguardo, la mira, per i neofiti, si inizia a prendere dai piedi del bersaglio. «Stock!» Schizza via, frusciando a pochi millimetri dell’orecchio alla frequenza d’indefinibili hertz. Schiocca. L’occhio si chiude istintivamente per una frazione di secondo. Partita!

Freccia d’Europa oggi, a pochi giorni dal vostro arrivo a Strasburgo, è un obiettivo centrato. L’energia cinetica si è dissipata, comprimendosi nel ventre del bersaglio. Resta il dolore della tensione nelle articolazioni, nei muscoli. Lo sforzo. La follia – la stessa di cui parla anche Antonio Moresco – di un atto tecnico così insensato, così artificiale, così rivoluzionario. – E mi viene da pensare non tanto al perché sia stata lanciata una freccia.

Pensate alla notte dei tempi, pensate al primo arco, alla prima freccia, perché? Perché?! – E permettetemi però di dire che anche l’ansia di noi osservatori si è dissipata. Anche i nostri occhi si sono chiusi per un istante appena, lo stesso ritardato di un niente. Anche i nostri muscoli, per quanto stupido possa sembrare, finalmente si rilassano, i motoneuroni si disperdono, il livello dell’acetilcolina si abbassa, le fibre s’inondano di lattato e fosforo e altre cose atomiche che non ricordo. Sforzo, seppure diverso, egualmente intenso. Follia, seppur emulativa, la stessa. La febbre sparisce, il respiro si calma. Il punto di rottura immaginario dell’arco ha aperto una faglia che ora si chiude col punto di non ritorno, la crepa si chiude, quel che è fatto è fatto.

La freccia è andata. Gli occhi si riaprono. Per un attimo non conta neanche più il bersaglio. È andata e non tornerà mai più indietro, la nostra freccia, il nostro rametto. Eppure la freccia è lì, lì dove doveva andare, nel centro dell’Europa, nel Parlamento Europeo, nella Sala Protocollare, infilza nel cuore stesso di Martin Schulz. Partiti!

Il bersaglio è trafitto. Mettiamo a fuoco piano piano. È nel mezzo, sì, nel centro esatto del puntino rosso. Ci siete riusciti. Siete i nostri eroi mitopoietici, creatori di mito, di nuove origini, creatori di altre, disperse nei tempi, cosmogonie, creatori di un privilegio diverso goduto presso la divinità, apostoli della supremazia del nostro credo, creatori, infine, di straordinarie possibilità, di speranza, semplice inestimabile.

E posso aggiungere ora, carico del massimo rispetto sacrale che riveste i vostri corpi stanchi, martoriati, ci siamo riusciti, anche noi. Saremo – di certo alcuni di noi già sono – i vostri aedi riflettenti, una sorta di neuroni specchio, noi narreremo le vostre gesta. Lo faremo attorno al fuoco, mimando i vostri corpi con i nostri corpi, proiettando le ombre sulla parete della caverna: i muscoli tesi a imitare un grande arciere, il gomito teso all’indietro, il filo immaginario che si tende, la Freccia d’Europa che schiocca, ancora, ancora come allora, il cuore del bersaglio che si sfonda esattamente del centro. Da oggi, grazie alle vostre mitiche gesta, un’altra storia è possibile.

Lì, fuori, fuori della caverna, avvolti dal buio, dentro la foresta imprevedibile, paralizzati, con la paura che ci assale, ci sbrana vivi il solo pensiero di un occhio felino famelico che ci fissa, occhi gialli nell’oscurità, lì, domani, dinanzi al nero futuro, ci scopriremo insieme, uniti, fratelli. Partiamo!








pubblicato da s.gaudino nella rubrica freccia d’Europa il 13 luglio 2013