Rompersi

Giovanni Spadaccini



Per tutta la sera avevo pensato a come tener ferme le gambe e le braccia. A non mordermi l’avambraccio, a non fare il solito malato paralitico che non sa fare niente. Avevo anche pensato di mandare affanculo mio fratello, che è bravissimo, in realtà, con me, ma rompe troppo spesso i coglioni quando mi fa fare l’applauso o mi mette di fronte al contrabbasso con quel suo sorriso da deficiente e pretende da me che io capisca il contrabbasso e quella postura. Quello che lui non capisce è che io non capisco niente di quello che lui vorrebbe che io capissi. Mi mette lì di fronte al suo pubblico e tutti mi guardano. Ho una barella piccola come un letto da bambini ma ho ventisette anni e, perdio, non ho molta voglia di andare in giro. Quando arriviamo dove lui mi porta si girano tutti. Li vedo. C’era un bel ragazzo con gli occhiali, prima. Una ragazza bionda con i ricci e mi guardava e quasi le veniva da piangere. Ma vi venisse il cancro, mi dico io. Vi venisse uno di quei virus alieni che infettano solo gli organismi protetti, solo quei pochi astronauti che si avventurano fuori, nel nero dello spazio appena al di fuori della navetta. Oh, io li ho visti. Arrivano quando non te li aspetti e ti fottono il cervello.
A me, ad esempio, piace moltissimo la grappa. Mio padre infila un dito nel bicchierino e poi me lo mette sulla lingua. Lo fa due o tre volte dopo pranzo o dopo cena e a me piace. Mi piace il sapore e l’effetto che mi da al cervello. Io so, ad esempio, di avere un cervello che registra tutto e che fa muovere tutto. Le sento le domande che mi fanno. Solo che poi, quando vorrei dire: andate a fare in culo tutti quanti, portatemi a casa, legate tutte le cinture che dovete legare, chiudete tutti i buchi che dovete chiudere, fate le iniezioni, le abluzioni, le sovvenzioni, le stracazzioni che dovete fare e levatevi dalle palle, mi manca la parola.
I miei occhi, le mie gambe, le mie braccia. Sono lontani da me. Li vedo lontani e non li controllo. Non sono miei.
Vorrei alzarmi, andare a controllare tutto quello che fanno su di me ma non posso, non mi riesce. Se mi alzassi, e non posso farlo, tutte le ossa del mio corpo si romperebbero. Dalla caviglia alle ossa del cranio. Mi si romperebbe anche il cervello. Che è gia rotto in un certo senso, ma si romperebbe ancora di più. Si spaccherebbe in mille pezzi e poi mi dico: chi li prende su? Mio fratello? Mio padre? Mia madre? Non scherziamo, via, nessuno li prenderebbe. Sarei già abbastanza contento io di rompermi che figurati gli altri. Sarebbero finalmente liberati da questo peso di fratello, di figlio. Sarebbero, non dico liberi, ma quasi.
Ah, quando era ancora vivo lui, direbbero, e poi si metterebbero a piangere su una spiaggia di Cartagena, o di Nizza. Quando era vivo lui sì che eravamo vivi anche noi. Ma il gin & tonic calma i rimpianti e decide quale ricordo conservare, ed eccoli lì, nostalgici e disperati, i miei genitori.








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 30 giugno 2013