Restiamo umani

Giovanni Giovannetti



Carlo Antonio Chiriaco, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, incarcerato il 13 luglio 2010, versa in un preoccupante stato di salute tanto da essere in pericolo di vita. Attualmente si trova nel carcere di Monza, uno dei peggiori.
È dimagrito di oltre 27 chili (passando da 85 a 58, e continua a perdere peso), è diabetico, è affetto da glaucoma ad entrambi gli occhi oltre che da carcinoma al colon e da adenoma alla prostata. Ormai non si regge in piedi se non aiutato dalle stampelle, e per gli spostamenti dovrebbe usare una sedia a rotelle.
Notoriamente, i pericoli ascrivibili ad un dimagrimento così rilevante sono per lo più dovuti a problemi cardiovascolari, con elevato rischio di aritmie cardiache, a volte fatali. Pericoli rimarcati anche dal dott. Marco Scaglione, il perito nominato dal Tribunale che, nella sua ultima relazione, segnala il progressivo allarmante peggioramento delle patologie di cui soffre Chiriaco. Una deriva sempre più accentuata. Ma ciò che più inquieta – ammette il dott. Scaglione – è il quadro psichico (Chiriaco pativa la depressione anche prima di entrare in carcere), a conferma degli insistiti avvertimenti già letti nella perizia "di parte" dello psichiatra e psicoterapeuta prof. Adolfo Francia (9 dicembre 2010).
Secondo Scaglione, Chiriaco «assume scarso cibo non tanto per sua volontaria decisione quanto per un disinteresse», così come «è altrettanto vero che il diabete che lo affligge richiede il trattamento con farmaci: e gli stessi sono impostati per una alimentazione "normale"». Scaglione infine segnala che, in questo caso, «la farmacoterapia non è più aumentabile». Insomma, siamo di fronte a un circolo vizioso che occorre al più presto fermare, come sollecita lo stesso perito del Tribunale quando invita a «interrompere in qualche modo una tale china».
Posto il problema, in conclusione Scaglione se ne lava abbondantemente le mani: avverte che la situazione è grave, indica le cure (inascoltato) ma evita di sottolineare l’ovvietà: che non è possibile curare in carcere un detenuto depresso nonché disidratato per via della carcerazione stessa. Il perito delega così al Tribunale la responsabilità di ogni decisione. E il giudice del Tribunale estivo «respinge» proprio ribadendo le laconiche conclusioni del perito: «Alla luce di quanto esposto – scrive Scaglione e ripetono i giudici – si ritiene che le attuali condizioni di salute del signor Chiriaco Carlo non siano tali da controindicarne in assoluto la prosecuzione del regime carcerario all’interno di un carcere: è tuttavia da segnalare con forza la importanza che egli venga preso seriamente in carico da uno specialista (interno o esterno al carcere) per sottoporsi a periodiche sedute e che venga comunque mantenuto un regime di grande sorveglianza».
Nell’Ordinanza del Tribunale non si riscontrano accenni al costante pericoloso dimagrimento in corso né risultano allertati i medici. Niente diete, niente sostegno psicologico o piantonamento o altro: niente di niente, nemmeno una visita ortopedica o l’esame del sangue.
Chiriaco è ora rinchiuso a Monza, dentro un carcere che non dispone di un centro clinico. Si disse che il suo trasferimento a Monza da Torino (dopo una breve tappa a Vigevano) era per la vicinanza di quell’istituto di pena a Pavia e a Milano, dove sono in corso i processi. Ma allora perché non a Opera o a Voghera o a Bollate o nella stessa Vigevano o nel carcere pavese di Torre del Gallo?
Chiriaco è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa e il suo principale teste d’accusa è lui stesso, poiché lo inchiodano due anni di "esilaranti" intercettazioni telefoniche e ambientali, puntualmente finite agli atti, che gli hanno procurato la carcerazione preventiva e la prospettiva di una condanna a diversi anni.
Come è noto, sul sito e sulla rivista de "Il primo amore" di lui mi sono abbondantemente occupato, stando dall’altra parte. Ma tra le pene che il nostro Codice prevede non trovo la condanna a "morte preventiva" dell’imputato; semmai, la Costituzione indica ancora il diritto alla salute (l’art. 32 vale – forse a maggior ragione – anche per chi viene privato della libertà individuale) e la giurisprudenza consente gli arresti domiciliari quando le condizioni di un detenuto risultino incompatibili con il regime carcerario, ovvero quando la malattia del detenuto non è curabile dentro l’istituto di pena, così come già per altri incarcerati dopo l’inchiesta "Infinito": Cesare Rossi di Nerviano, agli arresti domiciliari dal 5 agosto 2010; Vincenzo Lavorata di Rozzano, dal 24 settembre 2010; il pavese Pino Neri (secondo gli inquirenti sarebbe il capo dei capi) ai domiciliari dall’11 febbraio 2011; Cosimo Vallelonga di Perego, dal 14 gennaio 2011. Sono tutti accusati di associazione mafiosa. E la regola può valere – forse a maggior ragione – per chi è incriminato del più blando concorso esterno, sia pure con l’aggravante della "pericolosità sociale" (ma quale pericolosità sociale può derivare da un uomo così malato e smagrito?).
Resto convinto che il principio di giustizia debba nutrirsi anche di umanità, la stessa che mi porta a sentire ormai giunta – se non varcata – la soglia oltre la quale, anche per Chiriaco, la detenzione è da ritenere assolutamente incompatibile con il regime carcerario; e più che mai urgente il passaggio a misure meno afflittive, come a me paiono gli arresti domiciliari.
«Restiamo umani». Ricordate? Era l’"adagio" rivolto a noi da Vittorio Arrigoni, ucciso in Palestina nell’aprile scorso. Sì, restiamo umani.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 3 settembre 2011